Per trent’anni ho curato quel giardino di rose con le mie mani. Ogni fiore rappresentava un ricordo della vita vissuta con mia moglie, la donna che aveva trasformato quella casa di montagna nel nostro piccolo paradiso. Dopo la sua morte, quattro anni fa, non riuscivo più a restare nell’appartamento in città dove ogni stanza mi ricordava lei. Così presi una decisione: vendetti tutto e mi trasferii nella nostra casa in montagna, il luogo dove avevamo trascorso le estati più belle e dove nostro figlio Marco correva felice da bambino.
Mi chiamo Giuseppe Ferrara, ho 71 anni e dopo 43 anni di lavoro come commercialista ero finalmente andato in pensione. Avevo sistemato la casa, investito i miei risparmi e costruito una vita semplice e tranquilla. Per otto mesi vissi nella pace che avevo sempre desiderato: il silenzio delle montagne, il profumo delle rose e nessuno che mi chiedesse nulla.
Poi, un pomeriggio di aprile, il telefono squillò.
Era Marco.
«Papà, i genitori di Claudia verranno a vivere da te. È già deciso. Sarà solo temporaneo.»
Rimasi senza parole.
«Marco, questa casa non è adatta. Qui non ci sono le comodità della città, fa freddo e ci sono tante cose da gestire.»
Lui sospirò.
«Papà, hai tre camere e vivi da solo. Noi abbiamo bisogno di spazio perché Claudia è incinta. Arriveranno tra una settimana.»
Poi riattaccò.
Nessuna domanda. Nessuna richiesta di permesso.
Solo una decisione presa al posto mio.
Quel giorno capii qualcosa di doloroso: mio figlio non mi vedeva più come suo padre, ma come una soluzione disponibile.
Il giorno dopo chiamai Sergio e Maria, i miei vicini di fiducia che vivevano nella casetta in fondo alla proprietà. Da quando ero arrivato, Sergio si occupava del generatore e della legna, mentre Maria mi aiutava con la casa.
«Ho bisogno che vi prendiate un mese di vacanza. Vi pagherò il doppio.»
Sergio capì che qualcosa non andava, ma non fece domande. Due giorni dopo partirono.
Quando la casa rimase vuota, iniziai a prepararmi.
Scesi al paese e comprai candele, legna verde che faceva più fumo che calore e lasciai alcune cose nel capanno vicino al vecchio nido di vespe. Poi passai dal mio vicino Tiberio.
«Se di notte vedi luci a casa mia, non venire.»
Lui mi guardò a lungo e annuì.
Forse aveva capito.
Una settimana dopo arrivarono Eugenio e Angela, i genitori di Claudia. Li accolsi con un sorriso e un tè caldo.
«Grazie per averci ospitati», disse Angela. «Sappiamo che è un sacrificio.»
Eugenio sorrise.
«Non si preoccupi, sarà solo per qualche mese.»
Li feci entrare.
La prima sera sembravano entusiasti della tranquillità della montagna. Ma presto iniziarono le domande.
«Chi cucinerà?»
«Chi farà le pulizie?»
«Come funziona il riscaldamento?»
Io rimasi tranquillo.
La loro camera era pronta, ma il termosifone non funzionava. L’acqua calda era assente e le finestre lasciavano passare il vento.
Durante la notte arrivò la prima sorpresa.
Alle tre del mattino sentii Angela urlare. Corsi nella loro stanza e la trovai in piedi sul letto per un enorme ragno sul soffitto.
Lo guardai e sorrisi.
«Succede in montagna. Bisogna solo abituarsi.»
Il giorno dopo Eugenio mi chiese quando avrei sistemato tutto.
Lo guardai negli occhi e risposi:
«Io vivo così da otto mesi.»
Rimase in silenzio.
In quel momento capì.
Quella non era una casa vacanze.
Non era uno spazio libero da occupare.
Era la mia casa. Il luogo dove avevo ricostruito la mia vita dopo aver perso mia moglie.
Per anni avevo detto sì a tutti.
Questa volta avevo deciso di dire sì anche a me stesso.
E quella era soltanto l’inizio della sorpresa che avevo preparato.


