Sono uscita dal cancello alle 16:40, venti minuti più tardi del previsto. Il lotto di olio di lavanda era andato male, i valori di acidità erano fuori norma, quindi avevo dovuto rifare tutta la documentazione. Domenico, il responsabile della produzione, mi stava alle spalle e mi metteva fretta, ma le scartoffie non si compilano più velocemente di quanto tu scriva. L’autobus per il centro ci ha messo un’eternità.

Ero seduta vicino al finestrino e guardavo le case grigie scivolare dietro il vetro. Nel telefono c’erano tre chiamate perse da Beniamino. Non ho ascoltato la segreteria, sapevo già cosa mi aspettava. L’appartamento in via Trepoli era al terzo piano di un vecchio palazzo dall’intonaco giallo scrostato.
L’androne puzzava di umidità e la lampadina al secondo piano era rotta da un mese. Ho contato i gradini, come sempre: trentotto fino alla nostra porta. La chiave ha girato nella serratura con il solito cigolio. Nell’ingresso c’era odore di cipolla fritta e qualcosa di acido, vinoso.
Beniamino aveva iniziato a bere prima del solito. «Serafina. » La voce di mia madre arrivava dalla cucina, sottile, senza intonazione. Beniamino era seduto al tavolo, davanti a un bicchiere di vino quasi vuoto.
I muscoli della sua mascella si irrigidirono quando mi vide. «Che ore sono? » chiese. «Sono le 16:40 quando sono uscita dalla fabbrica.
L’autobus ha impiegato un bel po’…»
«Ti ho chiesto che ore sono adesso. »
Guardai l’orologio sopra il frigorifero. «Le 17:35. »
«La cena è alle 17 in punto, lo sai?
»
«Mi sono trattenuta al lavoro. Una partita di olio era andata a male, ho dovuto rifare i documenti…»
Mia madre ha messo la pentola sul tavolo senza guardarmi. Pasta al pomodoro, la solita cena. «Il telefono era nella borsa, non l’ho sentito.
»
Beniamino si versò altro vino. «E il pane? Ti avevo chiesto di comprare il pane, lo ricordi? »
L’aveva detto quella mattina.
Ma ero uscita dalla fabbrica pensando solo a quanto mi facevano male i piedi. «L’ho dimenticato. »
«Ogni giorno la stessa storia. Glielo chiedi e se ne dimentica.
Glielo dici e non ti sente. »
Mia madre si sedette, lo sguardo fisso nel piatto, le mani composte sulle ginocchia. Mi servii la pasta. «Ho lavorato tutto il giorno», dissi.
«Domenico mi ha costretta a riscrivere i registri da zero perché mancava una cifra. »
«Non me ne frega niente del tuo Domenico», mi interruppe. «Non mi importa dei tuoi registri. Chiedo cose semplici.
Comprare il pane, arrivare in orario, chiamare se fai tardi. È difficile? »
La pasta si stava raffreddando nel piatto. Mia madre mangiava lentamente, senza alzare lo sguardo.
«Hai trentasette anni», continuò. «Sei una donna adulta e ti comporti come un’adolescente. Irresponsabilità. Mancanza di rispetto.
»
Finì il vino, se ne versò ancora. La bottiglia era quasi vuota. Il venerdì beveva sempre di più. «Sono io che porto i soldi in questa casa», disse più piano, ma la voce si fece più dura.
«Pago per questo appartamento, per il cibo in tavola. E in cambio chiedo cosa? Il minimo rispetto. »
Volevo dire che anch’io portavo soldi, che per dodici anni avevo dato più della metà dello stipendio per le spese comuni.
Ma le parole mi si bloccarono in gola. «In questa casa valgono le mie regole», posò il bicchiere con uno scatto. «Chi non è in grado di rispettarle se ne va. Chiaro?
»
Mia madre taceva ancora. La forchetta nella sua mano si fermò a metà strada verso la bocca. «Ottavia capisce», disse Beniamino guardandola. «Lei sa come funziona la famiglia.
Rispetto reciproco. Regole. E tu? »
«Sono stanca», dissi a bassa voce.
«Cosa? »
«Sono stanca. Ho lavorato tutto il giorno. Volevo solo cenare e andare a dormire.
»
«Stanca! Siamo tutti stanchi. Io sono stanco di trasportare mattoni per dodici ore. Tua madre è stanca di stare dietro al bancone del negozio.
Ma noi rispettiamo le regole. »
Guardai mia madre. Era in piedi davanti ai fornelli, di spalle a noi, e asciugava con un canovaccio una pentola già pulita. Le spalle tese, il collo contratto.
Faceva sempre così quando Beniamino alzava la voce. «Mamma», la chiamai. Non si voltò. «Ottavia», ripeté Beniamino.
«Dillo a tua figlia. Spiegale come funziona. »
Mia madre appese l’asciugamano e si voltò verso di noi, ma guardava da qualche parte oltre me, verso la parete. «La cena si sta raffreddando», disse.
«Mangiate. »
«Non sto parlando della cena», Beniamino batté il palmo sul tavolo. I bicchieri tintinnarono. «Sto parlando dell’ordine in questa casa.
»
«Beniamino, forse non adesso? »
«Adesso. Proprio adesso. Quando imparerai il rispetto?
A quarant’anni? A cinquanta? »
Mi alzai. Avevo le gambe di cotone.
Presi il piatto e lo portai al lavandino. «Ti sto parlando», disse lui. «La conversazione è finita», risposi senza voltarmi. Aprì il rubinetto, l’acqua si riversò sul piatto lavando via la salsa.
«Che cosa hai detto? »
Chiusi l’acqua e mi voltai. Beniamino era a due passi, il viso rosso, gli occhi lucidi. Mia madre era immobile vicino al tavolo, aggrappata allo schienale della sedia.
«Ho detto che la conversazione è finita. Sono stanca, non voglio litigare. »
«Litigare? » fece un passo avanti.
«Non è litigare. È una conversazione su come dovresti comportarti. »
«Sono una donna adulta, non c’è bisogno che mi spieghi come devo comportarmi. »
Le parole mi sfuggirono prima che potessi rifletterci.
Non era maleducazione, né sfida. Era solo la stanchezza accumulata per mesi, per anni, che si riversava in una sola frase. Beniamino tacque. Mi guardò a lungo.
Poi disse piano, molto piano: «Vivrai secondo le mie regole o te ne vai? »
Aprii la bocca per rispondere. In quel momento mi colpì con il palmo della mano sul viso. Un suono sordo, come uno straccio bagnato che sbatte contro il muro.
La guancia si infiammò, gli occhi si oscurarono per un secondo. Indietreggiai aggrappandomi al bordo del lavandino, il metallo freddo e scivoloso. Mi voltai lentamente verso mia madre. Era in piedi davanti ai fornelli, ci guardava.
Poi si voltò e riprese in mano la pentola che aveva appena asciugato. Silenzio. Solo il ronzio del frigorifero e il sibilo dell’acqua che gocciolava dal rubinetto. Allentai la presa.
Mi asciugai le mani sui jeans e passai accanto a Beniamino senza guardarlo. Lui non si mosse. Nella mia stanza, tirai fuori da sotto il letto una vecchia borsa da palestra blu, quella che usavo ai tempi della scuola. Aprii l’armadio: jeans, camicie, un maglione.
Dalla cassettiera la biancheria. Dal cassetto in alto i documenti: passaporto, libretto di lavoro, tessera sanitaria. Le mani si muovevano da sole, con cura, come se stessi partendo per un viaggio. La trusse dal bagno: spazzolino, dentifricio, crema, asciugamano.
Dalla cucina giungevano voci. Mia madre diceva qualcosa a bassa voce, Beniamino rispondeva più forte. Non ascoltavo. Chiusi la borsa, indossai la giacca.
Un’ultima occhiata alla stanza: la carta da parati grigia, la macchia gialla sul soffitto, la foto in cui avevo sedici anni sulla spiaggia di Taormina. Sono uscita nel corridoio. Sono passata davanti alla cucina senza guardare dentro. Mi sono messa le scarpe.
Le chiavi di casa erano sul comodino. Le ho lasciate lì. La porta si è aperta senza fare rumore. Ho chiuso dietro di me, il click della serratura ha risuonato nel silenzio del portone.
Trentotto gradini giù, li contavo come sempre. Fuori era buio. I lampioni brillavano di luce gialla. Da qualche parte abbaiava un cane.
Ho camminato lungo via Trepoli senza sapere dove stavo andando. Il telefono ha vibrato in tasca. Non l’ho tirato fuori. Ho chiamato Agatha.
Viveva in periferia, nel quartiere di Aranceto, in un piccolo bilocale al piano terra. Quando l’ho chiamata quella notte non mi ha chiesto nulla. Ha detto solo: «Vieni». Ci sono arrivata in taxi, spendendo quasi trenta euro, gli ultimi contanti che avevo.
La stanza che mi ha dato era minuscola, un ex ripostiglio con un letto stretto e un vecchio comò. La finestra dava sul cortile dove i vicini stendevano il bucato. C’era odore di umidità e di detersivo. Agatha mi ha preparato le lenzuola pulite e mi ha detto: «Riposati.
Ne parliamo domani mattina». Mi sdraiai senza spogliarmi. La guancia mi bruciava ancora. La toccavo con le dita: la pelle era calda, gonfia.
Nella testa c’era il vuoto, come se qualcuno avesse cancellato tutti i pensieri in un colpo solo. Al mattino ho chiamato la fabbrica. Ho detto che avevo bisogno di una settimana di permesso. La segretaria ha risposto che lo avrebbe comunicato a Domenico.
Sullo schermo del telefono c’erano quindici chiamate perse da mia madre e quattro messaggi. Non li lessi. Ho appoggiato il telefono sul comò, con lo schermo rivolto verso il basso. I primi tre giorni non sono quasi mai uscita dalla stanza.
Agatha andava al lavoro alle sette del mattino e tornava alle sei di sera. Portava pane, formaggio, pomodori. Mangiavo poco, bevevo soprattutto acqua. Dormivo a tratti, mi addormentavo alle tre di notte, mi svegliavo alle sei e stavo sdraiata a guardare il soffitto.
Il telefono squillava ogni giorno. Mia madre non rispondevo. I messaggi arrivavano uno dopo l’altro: «Serafina, chiamami. Dove sei?
Siamo preoccupati. Sei almeno viva? Beniamino si scusa. Torna a casa.
»
Li leggevo senza rispondere. Il terzo giorno ho cancellato la conversazione. Il quarto giorno mi sono svegliata perché Agatha aveva sbattuto la porta d’ingresso più forte del solito. Erano circa le otto di sera.
Lei era in ingresso senza togliersi la giacca, con il telefono in mano. «Hai visto il telegiornale? » mi ha chiesto. «No.
»
«Guarda. » Mi ha teso il telefono. Sullo schermo c’era un video tratto da un sito di notizie. Titolo: «Arresto in un cantiere a Reggio Calabria».
Immagini tremolanti, riprese dal cellulare. Il cantiere in via Marina. Riconobbi il posto: il nuovo complesso residenziale vicino al porto dove lavorava Beniamino. Un’auto della polizia.
Due agenti scortano un uomo in tuta arancione. La telecamera si avvicina. È Beniamino. Mani dietro la schiena, ammanettato.
Il viso pallido, le labbra serrate. Si guarda intorno senza capire. Un poliziotto lo spinge verso l’auto. Lui inciampa quasi.
Il video finisce. «Quando è successo? » chiesi. «Oggi pomeriggio, verso le tre.
In fabbrica non si parla d’altro. »
«Per cosa l’hanno arrestato? »
«Non l’hanno detto. Solo che è stato fermato per sospetto di un reato.
I dettagli non sono stati resi noti. »
Le ho restituito il telefono. Sono andata in cucina, ho versato dell’acqua dal rubinetto e l’ho bevuta d’un fiato. Le mani mi tremavano.
«Pensi che sia per via di quella sera? » chiese Agatha a bassa voce. «Non lo so. »
«Non hai denunciato nulla, vero?
»
«No. »
Restammo in silenzio. Il frigorifero ronzava. Dalla strada arrivavano le voci dei bambini che giocavano in cortile.
«Forse è una coincidenza», disse. «Forse è tutta un’altra storia. »
Annuii, ma non ci credetti. Mezz’ora dopo il telefono squillò.
Era mia madre. Fissai a lungo lo schermo, poi risposi. «Sì. »
«Serafina.
Finalmente. Dove sei? Che cosa hai combinato? »
«Non ho combinato nulla.
»
«Non mentirmi. Hanno arrestato Beniamino oggi davanti a tutti. Ti rendi conto? Hai fatto una denuncia?
»
«Non sono andata da nessuna parte. »
«Allora perché l’hanno arrestato? Perché proprio adesso, tre giorni dopo che te ne sei andata? »
Rimasi in silenzio.
«Mamma, non ho fatto nessuna denuncia. Non ho parlato con nessuno. »
«Menti. È tutta colpa tua.
Hai distrutto la nostra famiglia. »
«Quale famiglia? »
Mia madre tacque. Poi disse, a voce più bassa ma con più rabbia: «Sei sempre stata ingrata.
Ti abbiamo nutrita, vestita, dato un tetto sopra la testa. E tu sei scappata al primo problema. »
«Al primo? Mi ha picchiata davanti a te, e tu stavi lì in silenzio.
»
«Era ubriaco. Non voleva. L’hai provocato. »
«L’ho provocato?
»
«Sì. Tu provochi sempre, discuti sempre, sei sempre scontenta. »
Riattaccai. Le mani mi tremavano così forte che il telefono mi scivolò e cadde sul pavimento.
Lo schermo si era incrinato in un angolo, ma funzionava ancora. Lo raccolsi e disattivai l’audio. Agatha uscì dalla stanza. «Tutto a posto?
»
«Sì. »
Mi guardò a lungo, poi annuì e tornò indietro. Mi sedetti sul letto. Mia madre mi scrisse un altro messaggio: «Te ne pentirai».
Ho bloccato il suo numero. La sera verso le dieci hanno suonato alla porta. Agatha ha aperto. Ho sentito una voce maschile sconosciuta.
Sono uscita nell’ingresso. Alla porta c’era un uomo di circa quarantacinque anni, con un cappotto scuro e una cartella sotto il braccio. Viso stanco, rughe profonde attorno agli occhi. «Serafina Corradi?
» chiese. «Sì. »
«Marcello Russo, investigatore. Possiamo parlare?
»
Guardai Agatha. Lei annuì. «Entri. »
Andammo in cucina.
Russo si sedette al tavolo e posò la cartella davanti a sé. Agatha gli versò dell’acqua. «Mi occupo del caso di Beniamino Tagliaferro», esordì. «Lo conosce?
»
«Sì. È il marito di mia madre. »
«Vive con loro? »
«Vivevo, fino a quattro giorni fa.
»
Russo tirò fuori un taccuino e annotò qualcosa. «Perché se n’è andata? »
Rimasi in silenzio. «Motivi familiari.
»
«Può essere più precisa? »
«Abbiamo litigato. »
Mi guardò attentamente. «Ha un livido sulla guancia.
»
Mi toccai involontariamente il viso. Il livido era quasi sparito, ma era ancora visibile. «Sono caduta. »
«Serafina», disse a bassa voce.
«Non lavoro per gli affari familiari, mi interessa altro. Ma se ha qualcosa da dire su Beniamino Tagliaferro, questo è il momento giusto. »
«Mi ha picchiata», dissi. «Quattro giorni fa, a cena.
Mia madre era presente. Me ne sono andata subito dopo. »
Russo prese nota. «Ha sporto denuncia?
»
«No. »
«Perché? »
«Non lo so. »
Annuì.
Voltò pagina. «Mi dica dove si trovava il 18 marzo del 2022. »
La domanda mi colse di sorpresa. Cercai di ricordare.
Quattro anni prima, marzo. Non mi veniva in mente nulla. «Non ricordo. Al lavoro, probabilmente.
Lavoravo già in fabbrica. »
«Quindi sì. Abitava in via Trepoli. »
«Sì.
»
Russo tirò fuori una fotografia dalla cartella e la posò sul tavolo davanti a me. Una ragazzina di circa quattordici anni, capelli scuri, espressione seria, uniforme scolastica. «La conosce? »
La guardai più attentamente.
Il viso mi sembrava vagamente familiare. «Mi sembra che vivesse nel nostro palazzo, al piano di sotto. »
«Elissia Ferrante», disse Russo. «La famiglia se n’è andata due anni fa.
Lei aveva rapporti con lei? »
«No. L’ho vista nell’androne un paio di volte. »
«Beniamino Tagliaferro la conosceva?
»
Aggrottai le sopracciglia. «Non lo so. Perché me lo chiede? »
Russo rimise la foto nella cartella.
«Ho bisogno che venga in commissariato domani per rendere una testimonianza ufficiale. Le va bene alle nove del mattino? »
«Su cosa dovrei testimoniare? »
«Su ciò che sa di Beniamino Tagliaferro.
Su ciò che è accaduto nell’appartamento di via Trepoli nel periodo dal 2021 al 2023. »
«Non so nulla. »
«Allora lo dirà. » Si alzò.
«Via Tommaso Campanella 23. Chieda del turno di servizio. »
Lo accompagnai alla porta. Dopo che se ne fu andato, mi appoggiai alla porta chiusa.
«Che succede? » chiese Agatha. «Non lo so. »
Sono tornata nella mia stanza.
Ho trovato il video dell’arresto di Beniamino e l’ho rivisto. Il suo viso grigio, lo sguardo perplesso, le manette ai polsi. Il 18 marzo 2022. Cercai di ricordare.
Niente. Una giornata normale, lavoro, casa, cena, sonno. Elissia Ferrante. La ragazza del secondo piano.
La vedevo raramente. Andava a scuola, usciva la mattina presto, tornava dopo pranzo. Silenziosa, sempre sola. Anche i suoi genitori erano silenziosi.
Non ricordavo i loro nomi. Chiusi gli occhi. Nella testa mi giravano frammenti: il volto di Beniamino, le manette, mia madre al telefono, il livido sulla guancia, la fotografia della ragazza. Mi addormentai solo verso mattina.
Il commissariato in via Tommaso Campanella era in un vecchio edificio con l’intonaco scrostato. Arrivai alle 8:50. Al secondo piano, Russo mi fece entrare in una stanzetta con un tavolo, alcune sedie, e una mappa di Reggio Calabria sulla parete. Prima le formalità: conferma della residenza in via Trepoli, del rapporto con mia madre e Beniamino, del matrimonio del 2017.
«Come descriverebbe i rapporti in famiglia? » chiese Russo. «Normali. A volte c’erano conflitti.
»
«Di che tipo? »
«Quotidiani. Soldi, pulizie. Chi aveva dimenticato di comprare qualcosa.
»
«Violenza fisica? »
Rimasi in silenzio. «Quattro giorni fa mi ha picchiato. È stata la prima volta.
»
«È sicura che sia la prima? »
«Sì. »
«Lo faceva anche con sua madre? »
«Non lo so.
Non l’ho mai visto. »
Russo prese appunti, poi girò il portatile verso di me. «Le mostrerò alcuni video. Sono le registrazioni delle telecamere di sorveglianza installate nell’androne del suo palazzo, in funzione dal 2019.
»
Sullo schermo apparve un’immagine in bianco e nero sgranata. L’ingresso di via Trepoli. La riconobbi subito: la vernice scrostata, le cassette della posta, le scale. Nell’angolo la data e l’ora.
«23 novembre, ore 21:43», disse Russo. «Beniamino entra, lei dietro di lui. È la sera prima di quella cena. Lo mostro per contestualizzare.
»
Poi: «24 novembre, ore 18:17. Lei esce, con una borsa grande. Questo è quando se n’è andata. »
Guardai la mia figura sullo schermo.
Schiena dritta, passi decisi. Non sembravo spaventata. Camminavo e basta. «Ora le mostro un’altra cosa», disse a voce più bassa.
«Si prepari. »
Lo schermo mostrò di nuovo l’ingresso. Data: 18 marzo 2022, ore 16:27. La porta si aprì.
Beniamino entrò, seguito da una ragazzina in divisa scolastica. Elissia. La riconobbi dalla foto. Camminava lentamente.
Beniamino la teneva per il polso. La ragazza cercò di liberare la mano, lui la strinse più forte. Disse qualcosa. La telecamera passò al terzo piano.
Beniamino aprì la porta dell’appartamento e spinse la ragazza dentro. Lei cercò di voltarsi, lui la spinse più forte. La porta si chiuse. Russo interruppe la registrazione.
«È uscita dopo un’ora e ventitré minuti. Vuole vedere? »
Non risposi. Guardavo l’immagine ferma.
La porta chiusa del nostro appartamento. Russo premette il tasto. Le 17:51. La porta si aprì.
Elissia uscì, i capelli arruffati, l’uniforme sgualcita. Scese rapidamente le scale e uscì dall’androne. «Un’altra registrazione», disse Russo. «27 maggio 2020, le 16:40.
Di nuovo Beniamino ed Elissia. Stessa scena. Loro salgono, entrano nell’appartamento. »
«Registrazione successiva.
3 luglio dello stesso anno. La ragazza non oppone più resistenza, cammina docilmente. »
«In totale abbiamo trovato quattordici registrazioni, dal marzo del 2020 all’agosto del 2023. L’ultima è questa.
»
21 agosto 2023, ore 14:10. Elissia esce di corsa dal portone da sola. Il viso in lacrime, si vede anche nella registrazione in bianco e nero. Inciampa sui gradini, cade, si rialza, continua a correre.
Russo chiuse il portatile. «Una settimana dopo, la famiglia di Elissia se n’è andata. Non hanno detto niente a nessuno, sono semplicemente scomparsi. Li abbiamo trovati due mesi fa.
Si erano trasferiti a Messina. I genitori hanno esitato a lungo prima di parlare. Poi il padre ha sporto denuncia. Elissia ha reso testimonianza.
Abbiamo consultato gli archivi della società di gestione e abbiamo trovato queste registrazioni. »
Rimasi immobile. Le mani giacevano sulle ginocchia, le dita serrate. Avevo un nodo alla gola.
«Dove si trovava in quelle date? » chiese Russo. «Al lavoro. Sempre.
»
«Quindi non era a casa. »
«No. »
«E sua madre? »
«Lavorava in un negozio di articoli religiosi in via Giuseppe Garibaldi.
Dalle nove alle diciotto, sei giorni alla settimana. »
«Quindi durante il giorno in casa c’era solo Beniamino. Aveva un orario flessibile, a volte i giorni liberi cadevano nei giorni feriali. Tutte le registrazioni risalgono proprio a quei giorni in cui era a casa.
»
Guardai il tavolo. Un graffio attraversava tutta la superficie. «Sapeva qualcosa? » chiese Russo.
«Aveva dei sospetti? »
«No. Non ho mai visto Elissia nel nostro appartamento. Non ho notato nulla di strano.
»
«Non voleva notare nulla», dissi poi, a bassa voce. Russo mi guardò a lungo. «Serafina, non la sto accusando. Ma devo capire come è potuto succedere, in un appartamento dove vivevano tre persone, e nessuno sapeva nulla.
»
«Io non sapevo nulla. »
«E sua madre? »
La domanda rimase sospesa nell’aria. Ricordai come mia madre si voltasse verso i fornelli quando Beniamino mi urlava contro.
Come tacesse quando mi picchiava. «Non lo so», dissi. «Non ha mai detto nulla della ragazza? »
«No.
Non abbiamo mai parlato dei vicini. »
«Non avete mai parlato di niente, in generale. »
La nausea saliva dallo stomaco, mi stringeva la gola. Per dodici anni avevo pagato quell’appartamento per un tetto sopra la testa, per la possibilità di vivere in pace senza fare domande.
E la bambina del piano di sotto saliva le scale e Beniamino la conduceva per mano nel nostro appartamento. Mi alzai di scatto. «Dov’è il bagno? »
Nel bagno mi chinai sul lavandino, aprii l’acqua fredda, mi spruzzai il viso.
Guardai il mio riflesso nello specchio opaco: viso pallido, occhiaie scure. Quando tornai, Russo era in piedi vicino alla finestra. «Devo farle ancora qualche domanda. È una formalità.
»
Risposi in modo conciso, meccanico. Alla fine chiuse il taccuino. «È tutto. Grazie per la collaborazione.
Se le viene in mente qualcos’altro, chiami. »
Mi porse un biglietto da visita. «E adesso cosa succederà? » chiesi.
«Il processo. Tra un mese, forse due, la chiameranno come testimone. »
Uscii dalla stazione di polizia. Fuori c’era una giornata di sole splendente, con un vento freddo che soffiava dal mare.
Camminavo per via Tommaso Campanella senza sapere dove. Pensavo a Elissia, alla ragazzina in divisa scolastica che saliva le scale, alla porta chiusa del nostro appartamento. Al fatto che livevo lì, dormivo lì, pagavo per quello. La nausea non passava.
La citazione arrivò dopo tre settimane. Una busta con il timbro del tribunale: ero citata come testimone nel procedimento numero 2025/412. Udienza il 27 gennaio, ore 10, Palazzo di Giustizia in via San Francesco di Paola. Nel frattempo avevo affittato un monolocale a Pentimele, in periferia.
Seicento cinquanta euro al mese più le spese, piccolo, al piano terra, con le finestre che davano sul parcheggio. Ma era mio. Mi trasferii una settimana dopo la conversazione con Russo. Il 27 gennaio mi alzai alle sei del mattino.
Indossai il tailleur blu scuro comprato apposta per il processo. Mi stava scomodo, mi stringeva sulle spalle. Arrivai in tribunale in autobus. L’edificio era vecchio, in pietra grigia, con finestre alte.
Attraversai il metal detector. Salii al secondo piano. L’aula numero 4. Il corridoio era pieno di gente.
Mi sedetti su una panchina vicino al muro. Poco dopo, Russo si avvicinò. «È pronta? »
«Sì.
»
«La chiameranno dopo la pausa. Adesso ci sono i discorsi di apertura. »
Quando la porta dell’aula si aprì, la gente cominciò a uscire. Era la pausa.
E lì vidi mia madre. Camminava lentamente, tenendosi al corrimano. Era invecchiata. I capelli grigi non erano raccolti come al solito, ma sciolti, le ricadevano sulle spalle.
Mi passò accanto senza guardarmi. Si sedette sulla panchina di fronte. Tirò fuori un fazzoletto e si asciugò gli occhi. Se ne stava seduta, curva, piccola, estranea.
La pausa finì in fretta. Rimasi sola nel corridoio. Alle 11:35 la porta si socchiuse. «Serafina Corradi.
»
L’aula era piccola, con panche di legno e un soffitto alto. Il giudice sedeva in alto, una donna di circa cinquant’anni in toga nera. Beniamino era nel banco degli imputati. Lo vedevo per la prima volta dopo l’arresto.
Era dimagrito, le guance incavate, gli occhi spenti. Guardava dritto davanti a sé. Mia madre era seduta in prima fila, dalla parte della difesa. Il cancelliere mi chiese di dire il mio nome e la data di nascita.
Risposi. Il giudice mi chiese se fossi consapevole dell’obbligo di dire la verità. Il pubblico ministero si alzò. «Serafina Corradi, lei è la figliastra di Beniamino Tagliaferro?
»
«Sì. »
«Ha vissuto con lui dal 2017? »
«Sì. »
«Come descriverebbe il suo carattere?
»
«Esigente. Controllante. Amava l’ordine, stabiliva le regole in casa. Aggressivo.
A volte ha usato la forza fisica nei miei confronti. Una volta, il 24 novembre. »
«Mi racconti. »
Raccontai brevemente, senza dettagli.
La cena, il ritardo, il litigio, il colpo. «Sua madre era presente? »
«Sì. »
«Cosa fece?
»
«Niente. Si voltò verso i fornelli. »
In aula si levò un mormorio. Il giudice batté il martelletto.
Poi si alzò l’avvocato della difesa. «Serafina Corradi, lei sostiene di non essere a conoscenza delle visite di Elissia Ferrante nel suo appartamento? »
«Sì. »
«Com’è possibile?
Lei viveva lì. Lavoravo di giorno, tornavo la sera. Ma le registrazioni mostrano quattordici episodi. Quattordici volte la ragazza è entrata in casa sua, e lei non ha notato nulla?
»
«No. »
«Forse non voleva notare nulla. Forse le faceva comodo chiudere gli occhi, vivere tranquilla, ricevere lo stipendio, non fare domande. »
«Obiezione», disse il pubblico ministero.
«Respinta», disse il giudice. «Ma riformuli la domanda. »
«Mi dica, Serafina Corradi: davvero non sospettava nulla? O sapeva e ha taciuto?
»
La guardai negli occhi. «Non sapevo. »
«E sua madre? »
La domanda rimase sospesa nell’aria.
Guardai mia madre. Se ne stava immobile, con lo sguardo fisso sul pavimento. «Non lo so. »
«Ah, non lo sa.
Strano. Tre persone vivono nello stesso appartamento e nessuno sa nulla. »
Tornò al suo posto. Il giudice scrisse qualcosa, poi mi guardò.
«La testimone è libera. »
Mezz’ora dopo l’udienza finì. Rimasi seduta sul davanzale della finestra nel corridoio vuoto. Mia madre uscì per ultima.
Mi vide, si fermò, ci guardammo a lungo. Poi si avvicinò. «Contenta? » chiese a bassa voce.
«Di cosa? »
«L’hai ucciso andandotene. Se non fosse stato per quella scena, non ci sarebbe stato motivo di scavare nel passato. Nessuno avrebbe saputo nulla.
Avremmo vissuto tranquilli. »
«Tranquilli», ripetei. «Sì. Tranquilli.
Come prima. »
Mi alzai. «Tranquilli? Tu eri in cucina quando mi ha picchiata.
Eri lì, e non hai detto niente. Per anni non hai detto niente. Una bambina veniva portata nel nostro appartamento, e tu non hai mai visto nulla. E lo chiami tranquillo?
»
Mia madre non rispose. Si voltò e si allontanò, il vestito scuro che scompariva dietro l’angolo. Non ci parlammo più. Nei due mesi successivi il processo continuò.
Seguivo le notizie su internet. Il pubblico ministero chiedeva dodici anni. La difesa insisteva sulle circostanze attenuanti: dipendenza dall’alcol, mancanza di controllo. Elissia testimoniava in videoconferenza, il volto non veniva mostrato.
Aveva confermato tutti i quattordici episodi, fornito descrizioni dettagliate. A metà marzo mi chiamò Russo. «Dobbiamo vederci. C’è un’informazione che deve sapere.
»
Ci incontrammo in un bar in via Giuseppe Garibaldi. Russo ordinò un caffè, io dell’acqua. «Beniamino Tagliaferro teneva una doppia contabilità», disse. «Abbiamo sequestrato i documenti durante la perquisizione.
Negli ultimi cinque anni ha investito denaro nell’attività di un suo conoscente, Salvatore Monaco. Monaco prometteva alti interessi, investimenti immobiliari in Sicilia. È scomparso tre mesi fa, insieme a tutti i soldi. »
«Quanto ha investito?
»
«Centoventitremila euro. Più i prestiti contratti a garanzia dell’appartamento: altri ottantamila. La banca ha già avviato la procedura di pignoramento. »
«L’appartamento in via Trepoli.
»
«Sì. Mia madre lo sa? »
«Dovrebbe. Le sono arrivate le notifiche.
»
Appoggiai il bicchiere sul tavolo. Le mani non mi tremavano. Dentro di me c’era il vuoto. «Grazie per avermelo detto.
»
«Serafina», Russo si sporse in avanti. «Quei centoventitremila non sono solo soldi suoi. Abbiamo recuperato gli estratti conto. Prelevava denaro da un conto che veniva alimentato da lei e da sua madre.
»
«Quanto dei miei? »
«Circa settantamila. In dodici anni. »
Chiusi gli occhi.
Settantamila euro. Dodici anni di stipendio che avevo destinato alle necessità familiari, all’affitto, al cibo, alle bollette. E Beniamino metteva da parte, investiva, perdeva. «Si possono recuperare?
»
«No. Monaco è sparito. I soldi sono stati spesi all’estero. È stato aperto un caso, ma le possibilità sono poche.
»
Mi alzai. «Grazie. »
«Aspetti. » Russo mi porse un foglietto.
«Sua madre ha cercato di contattarla? »
«No. »
«Mi ha chiamato ieri. Ha chiesto se fosse possibile accedere ai conti congelati di Beniamino.
Le ho detto di no. »
Piegai il foglietto e lo infilai in tasca. La sera stessa mia madre mi chiamò. Fissai a lungo lo schermo.
Poi risposi. «Serafina», la voce di mia madre tremava. «Ho bisogno del tuo aiuto. »
«Ti ascolto.
»
«Beniamino ha perso tutto. La banca ci toglie l’appartamento. I soldi sono spariti. Non ho più niente.
»
«E pensi che io abbia qualcosa? »
«Tu lavori. Hai uno stipendio. Io non ho più niente.
»
«Hai scelto tu. Hai scelto di chiudere gli occhi. Perché ti faceva comodo. »
«Facile per te dirlo.
Tu sei giovane, in salute. Io ho cinquantasei anni. Chi mi assumerà? Chi vorrà vivere con una vecchia?
»
«Ecco di cosa si tratta. Hai scelto i soldi e la stabilità. Ora vuoi che io paghi per la tua scelta. »
«Questo è il nostro appartamento.
Ci ho investito tutta la mia vita. »
«Anch’io. Settantamila euro. Dodici anni.
Lui ha perso tutto. Tu non sapevi nemmeno dove andassero a finire i soldi. »
«Aveva promesso di investirli. »
«Ha abusato di una bambina», gridai, la voce spezzata.
«E tu sei rimasta in silenzio perché avevi paura di rimanere sola. »
Mia madre scoppiò a piangere al telefono, forte, straziante. «Ti odio», disse tra le lacrime. «Sei sempre stata fredda, egoista.
Hai pensato solo a te stessa. »
«Ho pensato al lavoro», risposi con tono piatto. «Come te. Ho chiuso gli occhi.
Come te. Ma qualcuno doveva aprirli. »
Riattaccai. Non piansi.
La rabbia, il risentimento, il dolore: tutto si era mescolato in un unico nodo che mi soffocava dall’interno. La sentenza fu pronunciata il 23 aprile. Otto anni di reclusione in un penitenziario di massima sicurezza. Non ero in aula.
Seguivo le notizie sul telefono, seduta durante la pausa pranzo in fabbrica. Agatha mi portò un caffè, si sedette accanto a me, non chiese nulla. Rimase semplicemente lì. Otto anni.
Beniamino sarebbe rimasto in carcere fino al 2033. Ne avrebbe avuti sessanta. Elissia ne avrebbe avuti ventisei. Io ne avrei avuti quarantacinque.
Ho finito il caffè e sono tornata alla linea di produzione. Ho controllato il lotto di olio di bergamotto. I valori di acidità erano nella norma. L’odore era pulito.
Ho apposto i timbri sui documenti. Le mani si muovevano da sole. La sera è arrivato un messaggio da un numero sconosciuto. «Spero che tu sia contenta.
Ci hai uccisi entrambi. »
Mia madre aveva cambiato numero, o scriveva da un telefono altrui. Un minuto dopo ne è arrivato un altro. «Il sangue non è acqua.
Un giorno capirai cosa hai combinato. »
Ho cancellato entrambi i messaggi. Ho bloccato il numero. Un’ora dopo, un nuovo messaggio da un altro numero.
«Creatura senza cuore. Ti ho partorita e tu mi hai buttata in strada. »
Ho spento il telefono. Una settimana dopo ha chiamato Russo, sul numero di lavoro della fabbrica.
«Sua madre sta vendendo l’appartamento», disse. «La banca ha accettato la cifra di novantaduemila. Di questi, ottantamila andranno a estinguere il debito. Dodici le resteranno.
»
«Capisco. »
«Se ne va in Sicilia, dai parenti. La sorella del padre defunto vive a Siracusa. »
«Va bene.
»
«Serafina, è sicura di non volerla incontrare per parlare? »
«Sono sicura. »
«A volte le persone se ne pentono dopo, quando è troppo tardi. »
«Non me ne pentirò.
»
Russo sospirò. «Va bene. Ma sappia che mi ha chiamato ieri. Mi ha chiesto di dirle che… beh, ha usato espressioni molto dure.
Ha detto che lei è una traditrice che ha distrutto la famiglia per vendetta, che è peggio di Beniamino. Ha detto che maledice il giorno in cui l’ha partorita. »
«Grazie», dissi. «Si prenda cura di sé.
»
Riattaccai. Mia madre se n’è andata all’inizio di maggio. L’ho saputo per caso. In un negozio ho incontrato una vicina di via Trepoli, una signora del quarto piano.
«Serafina, è da tanto che non ti vedo. Ho saputo di Beniamino. Che orrore. Ottavia è completamente crollata, poverina.
È partita ieri. Ho visto arrivare il taxi con due valigie. Urlava contro l’autista perché sistemava male i bagagli. Era fuori di sé.
»
La vicina si chinò verso di me, abbassando la voce. «E sai cosa mi ha detto alla fine? Mi ha chiesto se ti avessi vista. Le ho detto di no.
E lei, con rabbia: “Non serve. Non ho più una figlia. C’è solo una serpe che ha venduto la madre per la sua tranquillità. ”»
Strinsi il manico della borsa.
«È dura per lei», disse la vicina. «Ma tu cosa c’entri? Non sei mica in colpa. »
«No», dissi.
«Non sono in colpa. »
«Bene. Vivi la tua vita, sei ancora giovane. »
Annuii, pagai e uscii dal negozio.
Camminavo per strada portando la busta della spesa: pane, formaggio, pomodori, pasta. Cibo normale. Una serata normale. Una serpe che ha venduto sua madre per la propria tranquillità.
Quelle parole mi ronzavano in testa per tutta la sera. Due settimane dopo è arrivata una lettera. Una busta normale, timbro postale, Siracusa. Dentro c’era un unico foglio, scritto con la grafia irregolare di mia madre.
«Serafina, ti scrivo per l’ultima volta. Vivo da zia Giovanna, mi ha accolto per pietà. La stanza è piccola, al piano terra, con le finestre che danno sul cortile. Cerco lavoro, ma chi assumerebbe una vecchia?
I soldi bastano per sei mesi, non di più. Sei contenta? È questo che volevi? Vedere tua madre ridotta a mendicare in una città straniera?
Il sangue non è acqua, Serafina. Ti ho portata in grembo per mesi. Ti ho partorita tra le doglie. Ti ho cresciuta da sola dopo la morte di tuo padre.
Ho dato tutto ciò che avevo. E tu ti sei voltata dall’altra parte quando stavo peggio che mai. Beniamino si sbagliava, ma lui mi amava, si prendeva cura della famiglia, ci dava un tetto sopra la testa. E tu prendevi, prendevi, prendevi.
E quando è arrivato il momento di restituire, sei scappata. Non sei mia figlia. »
Ho buttato via la lettera senza rileggerla. Maggio ha lasciato il posto a giugno.
Il caldo è arrivato all’improvviso, la temperatura è salita a trentacinque gradi. In fabbrica hanno acceso i ventilatori, ma non facevano che smuovere l’aria calda. Lavoravo, bevevo molta acqua, tornavo a casa bagnata di sudore. Lo stipendio lo ricevevo il primo del mese: tremiladuecento euro.
Seicento cinquanta per l’affitto, duecento per le bollette, quattrocento per il cibo. Il resto lo mettevo da parte. Risparmiavo per un appartamento tutto mio. Piccolo ma mio.
Senza estranei, senza regole, senza obblighi. La sera mi sedevo alla finestra, leggevo o guardavo semplicemente la strada. A volte accendevo la televisione, non importava cosa, solo un sottofondo per non avere silenzio. Pensavo a Elissia.
Una ragazza che adesso ha diciotto anni. Probabilmente studia all’università, forse a Messina, forse è andata più lontano, a Roma, a Milano. Vive in un dormitorio o in una stanza in affitto. Va a lezione, esce con gli amici.
Cerca di dimenticare. O forse non ci prova, semplicemente va avanti come può. Non la vedrò mai. Non le dirò mai: scusa, se non lo sapevo.
Scusa se vivevo in quell’appartamento, lo pagavo, ci dormivo, ci mangiavo. Scusa se non ho visto. Ma queste parole sono rimaste dentro di me. Non c’è nessuno a cui dirle.
A volte pensavo a mia madre. Non spesso. Una volta alla settimana, forse meno. Immaginavo come vivesse a Siracusa, in una stanza da zia Giovanna, pagando con quei dodicimila euro rimasti, cercando lavoro, odiandomi.
Ma questi pensieri passavano in fretta, come nuvole: apparivano, fluttuavano, scomparivano. Non lasciavano traccia. Una mattina, alla fine di giugno, mi alzai alle 6:30. La luce filtrava attraverso le tende, si posava a strisce sul pavimento.
Mi avvicinai allo specchio del bagno e mi guardai. Un viso familiare e sconosciuto allo stesso tempo. Le occhiaie erano quasi sparite. Il livido sulla guancia era scomparso da tempo.
I capelli erano ricresciuti, dovevo tagliarli. Le rughe agli occhi. Prima non le avevo mai notate. Mi guardai a lungo, senza abbellimenti, senza pietà.
Serafina Corradi, trentasette anni, addetta al controllo qualità in una fabbrica di oli essenziali. Affitta un monolocale a Pentimele. Vive da sola. Non deve nulla a nessuno.
Mi sono lavata, vestita: jeans, camicia chiara, scarpe da ginnastica. Ho preso la borsa, il telefono, le chiavi. Sono uscita dall’appartamento e ho chiuso la porta a chiave. Per strada c’era odore di mare.
Il vento soffiava da sud, portando sale e alghe. E c’era odore di agrumi: da qualche parte fiorivano gli ultimi aranci tardivi della stagione. La fermata era vuota. Mi sono seduta sulla panchina, ho guardato l’ora: le 7:12.
L’autobus doveva arrivare alle 7:15, ma era in ritardo come sempre. I passeri saltellavano sul marciapiede in cerca di briciole. L’autobus è arrivato alle 7:23. Vecchio, giallo, con la scritta «Reggio Calabria — Pentimele» sul fianco.
L’autista mi fece un cenno. Sono salita, ho preso il biglietto, mi sono seduta vicino al finestrino. L’autobus partì. Guardavo fuori: case, negozi, parchi.
La gente andava al lavoro, accompagnava i bambini a scuola. Una mattina come tante, una giornata come tante. Stavo andando in fabbrica a controllare i lotti di olio, a compilare i registri, a porre i timbri. A fare il mio lavoro, a ricevere lo stipendio, a mettere da parte i soldi.
A continuare a vivere senza mia madre, senza Beniamino, senza un passato che mi trascinava giù. Libera. Ma quella libertà non era facile. Era bruciata dal dolore, pagata con dodici anni, settantamila euro, un livido sulla guancia, le maledizioni di mia madre, i numeri bloccati.
Continuavo a calcolare il prezzo ogni giorno, ogni mattina guardandomi allo specchio, ogni sera addormentandomi da sola nel mio piccolo appartamento. Ma pagavo quel prezzo. E continuavo a vivere. L’autobus si fermò davanti alla fabbrica.
Scesi, attraversai il cancello. Domenico era già lì, vicino alla linea di produzione, intento a controllare le attrezzature. Mi vide e annuì. «Serafina.
Oggi c’è un lotto di lavanda. Lo controlli? »
«Lo controllo. »
Mi avvicinai al tavolo e indossai i guanti.
Aprii il registro, presi una provetta con l’olio e la portai alla luce. Iniziò una giornata come tante altre.


