Mio figlio era sparito da scuola e mia madre mi disse di stare tranquilla. Rimasi in silenzio, ma dentro di me sapevo che qualcosa si era rotto per sempre. La cartellina con i documenti del…

Mio figlio era sparito da scuola e mia madre mi disse di stare tranquilla. Rimasi in silenzio, ma dentro di me sapevo che qualcosa si era rotto per sempre. La cartellina con i documenti del...

Mio figlio era sparito da scuola e mia madre mi diceva di stare tranquilla. Io restavo in silenzio, ma qualcosa dentro di me si era già rotto. La cartellina con i documenti del cantiere era rimasta sul sedile del passeggero fin dal mattino e, verso l’ora di pranzo, un angolo si era bagnato a causa del termos del caffè. Me ne accorsi solo quando stavo già scendendo dall’auto.

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Mi fermai un attimo, guardai la macchia marrone che si allargava sulla carta, infilai la cartella sotto il braccio e mi diressi verso l’ingresso. I documenti si sarebbero asciugati, oppure no. In ogni caso, il cliente non li avrebbe visti. Era la terza volta in due settimane che visitavo l’appartamento in via Casalino: prima una valutazione iniziale, poi la richiesta della banca sulla superficie della mansarda, adesso le foto dei muri portanti.

I proprietari, una coppia di anziani un po’ sordi e molto gentili, ogni volta mi offrivano un caffè e ogni volta si offendevano se rifiutavo. Questa volta accettai. Non per gentilezza: il termos era vuoto e avevo ancora due immobili da visitare. Il lavoro del perito immobiliare è soprattutto una questione di gambe e pazienza.

La gente crede che passiamo le giornate in ufficio a guardare numeri. In realtà io passo quattro o cinque ore al giorno in macchina, entro nelle case degli altri, respiro la loro vita quotidiana, conto metri quadrati e scrivo perizie che decidono se qualcuno otterrà un mutuo o no. Romanticismo zero. In compenso, orari flessibili: in teoria posso scegliere quanti immobili accettare al mese.

In pratica, negli ultimi otto mesi ne ho presi quanti ne potevo fisicamente portare, perché sedicimila euro di debiti non si pagano da soli. La storia della fideiussione era talmente banale che mi vergognavo a raccontarla. Fernando Lomi, un collega con cui avevo condiviso l’ufficio in agenzia per tre anni, un tipo simpatico e un po’ frenetico, mi aveva chiesto di fare da garante per un prestito. Firmai.

Quattro mesi dopo, Fernando era scomparso insieme alle attrezzature, all’ufficio in affitto e, a quanto pare, anche alla sua coscienza. A me erano rimasti i debiti e una rabbia sorda che non sapevo dove mettere. In quei giorni guidavo molto. Matilda camminava al mio fianco, calciava un sassolino sul marciapiede, metodicamente da una piastrella all’altra.

Mi chiedeva perché ero magra. “No, dimagrita,” diceva. “Sì, corri da una parte all’altra per i tuoi lavori e non mangi. ” Lei stava venti giorni al mese in cantiere, passava da una casa all’altra, da una stanza all’altra, senza mai fermarsi davvero.

Poi, un pomeriggio, la scuola chiamò. Matilda non era stata ritirata. Nessuno l’aveva presa. La maestra diceva che era rimasta lì, seduta, a guardare la porta.

Io ero dall’altra parte di Bergamo, a venti minuti di macchina. Quando arrivai, l’aula era vuota e il suo zainetto era ancora appeso all’attaccapanni. Andai da mia madre, perché era l’unica persona che poteva averla presa. La trovai in cucina, tranquilla, che preparava il caffè.

“Mio figlio è sparito da scuola,” le dissi. Lei alzò gli occhi dalla tazza e rispose: “Stai tranquilla. Non è successo niente. ” Rimasi in silenzio.

Poi qualcuno chiese conto delle sue azioni, ma non fui io. Era mia madre che parlava con Eugenio, il mio ex marito, al telefono. “Te l’avevo detto che non era capace,” diceva. “Una donna che passa il tempo in giro per cantieri non può crescere un bambino.

Avevo già un progetto a lungo termine: sedicimila euro alla banca, un avvocato, un tribunale. Ma non era ancora il momento. Per adesso, dovevo solo ritrovare mio figlio. Andai da Eugenio.

Abitava in via Pala, a venti minuti da me, se non c’era traffico. La sua auto non era davanti all’ingresso, anche se il suo posto era libero. Aspettai venti minuti su una sedia di plastica vicino al muro. Quando arrivò, non mi guardò nemmeno.

“Il bambino sta bene,” disse. “Sta con me adesso. ” Chiesi di vederlo. Lui scosse la testa.

“Te l’ho detto, sta bene. Torna a casa. ”

Non avevo alternative. Il giorno dopo andai da un avvocato, una donna dura, con gli occhiali e la voce piatta.

La prima cosa che mi disse fu: “Mi racconti solo i fatti. Le conclusioni le trarrò io. ” Le raccontai tutto: la scuola, mia madre, Eugenio, il fatto che mio figlio era stato portato via all’insaputa della madre. Lei annuì.

“Perché non hai chiamato prima? ” chiese. Non seppi rispondere. Nei giorni che seguirono, la vita continuò come prima, ma non era più la stessa.

Andavo in giro per gli appartamenti, misuravo i metri quadrati, scrivevo relazioni, ma ogni volta che passavo davanti a una scuola rallentavo. Una volta vidi un bambino con lo stesso giacchetto di Matilda e il cuore mi si fermò per un secondo. Non era lui. Poi arrivò la convocazione.

Eugenio aveva presentato istanza per l’affidamento esclusivo, e il tribunale ci aveva fissato un’udienza. L’avvocato mi disse di prepararmi, di non perdere la calma, di rispondere solo ai fatti. Io pensavo a mia madre, a quella parola, “incapace”, e a tutte le volte in cui l’aveva detta davanti a Matilda. All’udienza, Eugenio si presentò nello stesso modo in cui partecipava a tutti gli eventi ufficiali: elegante, composto, con un avvocato che parlava per lui.

Io ero da sola con la mia avvocatessa. La giudice ascoltò per un’ora, poi chiese a Eugenio perché avesse portato via il bambino senza dirmelo. Lui rispose che aveva paura che lo portassi via io. La giudice lo guardò.

“Paura di cosa, esattamente? ” chiese. Lui non rispose. Sentii il mio nome, poi la sua.

La giudice lesse la relazione dei servizi sociali, quella che avevano fatto dopo la prima segnalazione di mia madre. C’era scritto che avevo un lavoro instabile, che viaggiavo spesso, che la bambina passava molto tempo con la nonna. Non c’era scritto che mia madre era quella che aveva chiamato i servizi sociali, quella che aveva detto che ero “sempre fuori casa”, quella che aveva suggerito a Eugenio di venire a prendere Matilda. Il tribunale decise di non decidere subito.

Dispose una consulenza tecnica e un percorso di affidamento condiviso, in via provvisoria. La sentenza definitiva arrivò all’inizio di novembre, una busta spessa con il timbro ufficiale che ritirai alla posta durante la pausa pranzo tra due cantieri. L’aprii in auto, con il motore acceso. Matilda sarebbe rimasta con me due settimane al mese, due con Eugenio.

La giudice aveva scritto che la madre aveva mostrato “una condotta lavorativa intensa ma non pregiudizievole” e che non sussistevano motivi per limitare la responsabilità genitoriale. Non era la vittoria che speravo, ma non era nemmeno la sconfitta che temevo. Eppure, mentre rimetto la busta nel cruscotto, penso a Rosarita, la mia ex collega, quella che mi aveva consigliato di assumere un avvocato “normale”. Rosarita non si è presentata all’udienza, ha inviato spiegazioni scritte tramite il suo avvocato.

La giudice le ha lette e ha chiesto perché non fosse presente. Poi ha detto che la relazione sui servizi sociali era stata redatta in modo approssimativo, con errori di date e orari. C’è una cosa che non ho detto a nessuno: la settimana prima che Matilda sparisse da scuola, mia madre mi aveva chiamata per dirmi che ero “una madre di facciata”. Le avevo risposto di non occuparsi della mia vita.

Il giorno dopo, Eugenio aveva presentato l’istanza al tribunale. Non so se siano collegati. Ma so che, mentre uscivo dalla posta, ho visto mia madre dall’altra parte della strada. Mi ha salutata con la mano.

Io non ho risposto. Ho rimesso in moto e sono andata a prendere Matilda a scuola. Era il mio giorno. Era sempre il mio giorno.

E mentre lei calciava un sassolino lungo il marciapiede, io pensavo a come avrei fatto a dimostrare a tutti che non ero quella che dicevano. Ma forse, pensavo, l’unica cosa che conta è che lei lo sappia.