Mia madre mi ha costretto a firmare la rinuncia all’eredità. «Firma», ha detto, scandendo le parole. Io ho firmato. Pochi mesi dopo, mio fratello Massimo è finito nei guai con la banca: 300.000…

Mia madre mi ha costretto a firmare la rinuncia all’eredità. «Firma», ha detto, scandendo le parole. Io ho firmato. Pochi mesi dopo, mio fratello Massimo è finito nei guai con la banca: 300.000...

Mia madre mi aveva passato il documento senza guardarmi. «Firma la rinuncia all’eredità», ripeté, scandendo ogni parola. Io avevo firmato. Sotto pressione, umiliata, ma avevo firmato.

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L’importo di 128. 000 euro passava a Massimo Tamburi, mio fratello. L’ho saputo dopo. Massimo con quei soldi ha rilevato un ristorante, ha comprato una macchina da caffè professionale dalla Germania per 12.

000 euro, ha avviato i lavori di ristrutturazione. Poi è successo il fattaccio. Un giorno Massimo si presenta con un contratto d’affitto per un negozio in centro. A me non aveva detto niente.

A mia madre sì. Lei, senza dirmelo, gli ha dato 20. 000 euro per la caparra. «Ma non hai capito?

– le ho chiesto al telefono – Il prestito era di 300. 000 euro, non di 20. 000. Se lui non riesce a restituirli, la banca ti viene a prendere la casa.

» Lei ha taciuto. «Non è un problema tuo», ha detto. «Ora sei tu quella che ha firmato la rinuncia. Non hai voce in capitolo.

»

Pochi mesi dopo, la banca ha concesso a Massimo un mese per restituire 300. 000 euro o fornire un’altra garanzia. Lui è andato da tutti gli istituti, ma nessuno gli ha dato nulla. Ha cercato di vendere l’appartamento che gli avevamo intestato: 290.

000 euro, non bastavano. Ha trovato dei tedeschi disposti a pagare 480. 000, ma hanno versato un acconto di 50. 000 e poi hanno ritirato l’offerta.

Ha perso anche 10. 000 di penale. Alla fine gli sono rimasti 130. 000 di debito sul prestito, più 50.

000 verso appaltatori e fornitori. Totale: circa 180. 000 euro. A novembre ho saputo che la banca aveva avviato la procedura di fallimento.

Mia madre è venuta a casa mia, con le mani strette sulle ginocchia, e ha mormorato: «Veronica, ti prego. Aiutalo. Se no, finisce in galera. » Io l’ho guardata.

«No», ho detto. E per la prima volta non ho aggiunto altro. Ho venduto il mio appartamento all’Isolotto, 45 metri quadrati, per 180. 000 euro.

Ho pagato la ristrutturazione, altri 20. 000. Il resto l’ho messo in un deposito in banca al 4%: 11. 000 euro l’anno, quasi 1.

000 al mese. Non ho detto niente a nessuno. Ho cambiato serratura. Ho tolto il numero da rubrica.

Ho smesso di rispondere. A giugno ho saputo che il processo contro Massimo era fissato per il 20 luglio. Debito per tasse non pagate: 87. 000 euro.

Io non c’ero. Non ho chiamato. Non ho mandato un avvocato. Ho lasciato che facesse la sua strada.

A dicembre camminavo lungo via dei Benci, diretta alla fermata dell’autobus, quando l’ho vista. Era in piedi all’ingresso della chiesa, con un cappotto nero e un foulard in testa. Mia madre. Mi ha guardata da lontano, come se aspettasse che io facessi il primo passo.

Io ho stretto la borsa e ho attraversato la strada. Non mi sono voltata.