Era un martedì mattina come tanti altri, e l’umore grigio della routine mi pesava già addosso prima del primo caffè. Quando controllai il saldo sul telefono, non credevo ai miei occhi. Quindicimila euro. Quasi quanto guadagnavo in un anno intero come impiegato alla Rossi e figli, una ditta di import-export a Brescia che odorava di caffè d’orzo riscaldato e di sogni polverosi.

Aggiornai l’app diverse volte, convinto che fosse un errore della banca. Invece l’accredito era reale, eseguito alle 3:47 di notte, con una causale laconica: “Anticipo, dottor Rossi”. Il cuore mi batteva all’impazzata. Il dottor Rossi, l’amministratore delegato che si vedeva raramente perché si barricava quasi sempre nell’ufficio d’angolo all’ultimo piano, mi aveva versato una piccola fortuna.
Io, Eliseo, 29 anni, un tipo del tutto ordinario, con l’affitto sempre in ritardo e le bollette che si accumulavano come muti rimproveri, restavo lì impalato a fissare lo schermo. Pochi minuti dopo arrivò una sua mail, breve e perentoria: “Eliseo, si presenti nel mio ufficio alle 14:00. Da solo. ”
Nessuna spiegazione.
Per tutta la mattina mi arrovellai immaginando gli scenari più assurdi: un errore di contabilità, un premio straordinario, o qualcosa di decisamente più losco. A pranzo non riuscii a mandare giù quasi niente, solo un cornetto alla crema e un caffè macchiato che mi rimase sullo stomaco come piombo. Alle 13:55 ero davanti alla pesante porta dell’ufficio, con le mani sudate, e esitai prima di bussare due volte. “Avanti.
” La voce era secca. Il dottor Rossi era seduto dietro una scrivania monumentale, con gli occhiali sul naso e un bicchiere d’acqua che sembrava lì solo per decoro. Mi fece cenno di sedermi. Non sorrideva.
“Eliseo, ho una proposta per te. Una proposta che potrebbe cambiarti la vita. ”
Deglutii. “Signor Rossi, posso chiederle…
i soldi? ”
“Quelli erano solo un assaggio. Ti ho osservato, Eliseo. Sei preciso, discreto, non fai domande.
Le persone così sono preziose, in certi ambienti. ”
Poi mi spiegò il motivo della convocazione. Aveva bisogno di qualcuno che, per un certo periodo, si fingesse fidanzato della figlia, la signorina Mercedes. Non mi disse subito il compenso.
Prima sottolineò che la ragazza era “difficile” e che un uomo serio, con i piedi per terra, avrebbe potuto “tenerla a bada” durante le cene di famiglia. La chiamai col pensiero: Mercedes, la figlia del capo, una ragazza ricca e ribelle che girava su macchine sportive e vestiti costosi. Perché mai io, un impiegato qualunque, dovevo interpretare il suo fidanzato? “Perché è una formalità, Eliseo.
Non voglio che si sposi il primo che le capita. Se sei d’accordo, avrai settemila euro al mese, in aggiunta al tuo stipendio. E sarà un lavoro vero. Dovrai accompagnarla agli eventi, fare la parte del fidanzato, e soprattutto tenere la bocca chiusa.
”
Settemila euro al mese. Settemila euro al mese per fingere. Mi guardai le mani, i calli delle dita, le scarpe lucide da ufficio. Pensai all’affitto, alle bollette, alla mia vita grigia.
“E lei… sa che sono un attore? ”
“Non subito. E non deve saperlo mai, se vuoi tenere il lavoro.
Conoscerai una ragazza difficile, ma non durà per sempre. Un anno, forse due. Poi sarai ricco e libero. ”
Avevo la gola secca.
“Posso pensarci? ”
“Hai una settimana. Ma se accetti, ti aspetto lunedì mattina. Con un contratto.
”
Quella sera non dormii. Settemila euro al mese erano una follia, un sogno, una trappola. Ma se mi avesse odiato per questo, poi? Eppure quindicimila euro sul conto mi spingevano avanti, con una forza più grande della mia paura.
Se mi avesse odiato per questo, ma settemila euro al mese erano troppi, troppi per dire di no. Lunedì firmai. Il contratto era chiaro: dovevo presentarmi come Eliseo, fidanzato di Mercedes, senza mai rivelare il nostro accordo. La prima volta che la vidi, entrando in un bar elegante nel centro della città, rimasi senza fiato.
Mercedes era bellissima, con i capelli scuri e gli occhi che sembravano sfidarti a capirla. Mi guardò dalla testa ai piedi con un’espressione tra il curioso e lo sprezzante. “Il mio nuovo fidanzato? Non somigli affatto agli altri.
”
“Sono Eliseo, piacere. Lavoro in amministrazione. ”
“Lavori per mio padre. Non mi dire che sei qui per soldi.
” Sorrise, ma non era un sorriso gentile. “Va bene, giochiamo. Ma ricorda: a me non porti favole. ”
Da quel momento iniziò una strana danza.
Le cene di famiglia, gli eventi aziendali, le passeggiate nel parco sotto gli sguardi degli altri. Io facevo la parte del fidanzato devoto, lei la parte della ragazza innamorata. Ma dietro le quinte, Mercedes era fredda, tagliente, ironica. Mi provocava, mi studiava, cercava di scovare la mia debolezza.
Una sera, dopo una cena interminabile, mi disse: “Perché lo fai, Eliseo? Non mi dirai che ti piace la mia compagnia. ” La guardai, e mi sfuggì: “Perché mi pagano. ” Il silenzio gelò l’aria.
Poi lei rise, ma con un tale amaro che mi fece male. “Almeno sei onesto. È più di quanto abbia mai avuto dagli altri. ”
Le settimane volarono, e da quella che all’inizio era solo una missione nacque qualcosa di molto più intenso e pericoloso.
Ogni bonifico puntuale di settimila euro mi ricordava spietatamente la mia posizione: ero il fidanzato comprato, e chi mi aveva ingaggiato poteva distruggermi da un momento all’altro. Eppure, tra una scenata e una risata, cominciai a vedere Mercedes per quella che era davvero: una ragazza sola, intrappolata nel suo mondo dorato. E lei, a modo suo, sembrava vedermi per quello che ero. Poi, una sera, tutto si spezzò.
Stavamo tornando da un evento, lei alla guida della sua macchina, io al suo fianco. “Non capisco perché mio padre ti ha scelto,” disse all’improvviso. “Non sei ricco, non sei potente. Eppure…
” Mi guardò, e i suoi occhi erano pieni di una vulnerabilità che non avevo mai visto. “Vuoi sapere la verità? Io volevo un fidanzato vero. E tu…
tu mi ascolti. Nessuno mi ascolta mai. ”
Fu lì che capii: ero nei guai. Perché non stavo più fingendo, o almeno non del tutto.
La sua mano si avvicinò alla mia, e io non la ritrassi. “Non dovremmo,” sussurrai. “Perché? Perché lui ti paga?
” Il suo tono era duro, ma la sua voce tremava. La guardai, e per la prima volta le dissi la verità senza filtri: “Mercedes, io ti ho mentito dal primo giorno. Non sono il tuo fidanzato, non per scelta. Sono stato ingaggiato da tuo padre.
E non so più chi sono, né cosa provo. ”
Lei rimase di ghiaccio. Sfilò la mano, accese il motore e guidò in silenzio. Non disse nulla.
Non mi cacciò, non urlò. Mi lasciò davanti al mio appartamento con un secco: “Buonanotte, Eliseo. ” La sentii piangere mentre chiudeva la portiera. Da quel momento, ogni giorno fu un campo minato.
Mercedes aveva smesso di parlarmi con la stessa leggerezza, ma non mi aveva denunciato a suo padre. Forse anche lei era confusa. Una notte, mentre ero a casa, ricevetti un suo messaggio: “Non ti perdonerò, ma non ti dimenticherò. Tienilo a mente.
”
Poi, una mattina, la porta del mio ufficio si spalancò con un tonfo. Il dottor Rossi entrò, con il volto segnato dalla rabbia. “Una voce mi ha detto che ci sono problemi tra te e mia figlia. Dimmi che non è vero.
”
Sentii il sangue gelarmi. “Signor Rossi, ci siamo detti che… ”
“Che cosa? Che lei non deve sapere niente?
Ti ho pagato abbastanza perché tu fossi una testa di legno. E invece mia figlia arriva a casa con gli occhi rossi e dice di voler interrompere tutto. Vuoi spiegarmi? ”
Lo guardai, e per la prima volta in tutta la mia vita, non mi piegai.
“Signor Rossi, io ho fatto ciò che mi ha chiesto. Ma non posso controllare i suoi sentimenti. ”
“I suoi sentimenti? ” Rise con amarezza.
“Lei non ha sentimenti per te, ragazzo. Sta solo giocando con te, come fa con tutti. Ma se hai rovinato il mio piano, ti conviene sparire. Per sempre.
”
Me ne andai dall’ufficio con il cuore in gola, i quindicimila euro sul conto e un debito di coscienza che pesava più di qualsiasi cifra. Una settimana dopo, trovai una lettera nella mia cassetta delle lettere. Era Mercedes. Aveva lasciato la città, la sua famiglia, tutto.
Non mi scrisse dove fosse. Solo poche righe: “Ho capito che non importa quanto sei ricco, se non sei libero. Grazie per avermi mostrato l’altra faccia della luna. Non cercarmi.
”
Non l’ho cercata. Ho lasciato il lavoro, mi sono trasferito in una città più piccola, nelle Marche, dove nessuno conosceva la mia storia. E ho iniziato da zero, con un piccolo negozio di libri usati che avevo aperto con i risparmi. Ogni tanto, la mattina, penso ancora a lei: al suo sorriso amaro, alla sua mano nella mia, alla voce che mi diceva che nessuno l’ascoltava.
Mi chiedo se è libera, se è felice. Ma so che non la rivedrò mai più. E forse va bene così.
Eravamo lontani dai settimila euro al mese e dal comfort degli uffici della Rossi e figli, ma finalmente eravamo liberi.


