«Ho detto che qui non sei nessuno, ebbene ora qui sono tutto.» L’ho sussurrato a mio fratello mentre mi stringeva il polso, davanti a ottanta invitati, al ristorante Porto Grande. Poco prima, sul…

«Ho detto che qui non sei nessuno, ebbene ora qui sono tutto.» L’ho sussurrato a mio fratello mentre mi stringeva il polso, davanti a ottanta invitati, al ristorante Porto Grande. Poco prima, sul...

Erano le sedici e quaranta quando parcheggiai davanti alla casa di via Cavour. Avevo dieci minuti di ritardo, c’era stato un ingorgo all’ingresso del centro storico. La casa era a tre piani, l’intonaco giallo si era scrostato vicino al tubo di scarico. Papà aveva promesso di ripararlo già due anni fa.

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Mio padre mi aprì la porta, mia madre mi baciò su entrambe le guance e prese la busta con il regalo. Avevo comprato una camicia blu per mio fratello, centoventi euro in un negozio in Piazza Duomo. Entra, entra, sono già tutti qui. In salotto c’era profumo di carne arrosto e rosmarino.

A tavola c’erano i miei genitori, Aurelio con sua moglie Viviana, mia sorella minore Federica con suo marito Tommaso. Tutti si voltarono quando entrai. Aurelio alzò il bicchiere. Oh, finalmente, e noi che pensavamo che ti fossi dimenticata.

Mi sedetti sulla sedia libera vicino alla finestra. Mio padre versava il vino rosso nei bicchieri. Mia madre mi mise davanti un piatto con gli antipasti, olive, formaggio, pomodori secchi. Presi un’oliva e la misi in bocca.

Salata, con il nocciolo. Come va il lavoro, chiese Viviana. Sorrideva, ma guardava da qualche parte oltre me, verso la parete alle mie spalle. Normale, sempre nello stesso posto.

Sì. Tommaso si appoggiò allo schienale della sedia e si stirò. E Aurelio ha delle novità. Racconta, racconta.

Mio fratello sorrise, bevve un sorso di vino, si asciugò le labbra con un tovagliolo. Hanno firmato un contratto con la catena Market Plus. Cinquanta negozi in Sicilia, forniture di olio per un anno intero. Papà batté il palmo della mano sul tavolo.

Accidenti, bravo figliolo. La madre si strinse le mani al petto. Sono così orgogliosa di voi, il nonno sarebbe felice. Federica si voltò verso di me.

Hai sentito, cinquanta negozi, sono un sacco di soldi. Annuii, spezzai un pezzo di pane, lo spalmai di formaggio, masticai lentamente. Fuori dalla finestra passò un’auto, i fari illuminarono per un secondo il soffitto. E quanto fa al mese, chiese Tommaso.

Aurelio alzò le spalle. Circa ventimila netti, forse un po’ di più, se va bene. Ventimila, ripeté Federica, poi mi guardò. E tu sei ancora alla tua fabbrica, quanto ti pagano lì, milleduecento.

Appoggiai il pane sul piatto. Millequattrocento. Federica rise, non forte, ma tutti l’avevano sentita. Tommaso sorrise nel bicchiere.

Viviana si coprì la bocca con la mano. Aurelio scosse la testa come se avessi detto qualcosa di carino. Beh, pazienza, almeno hai la stabilità, anche questo è importante. Papà si versò altro vino.

L’importante è un lavoro onesto, Ornella è sempre stata responsabile. La madre portò la carne, agnello con patate, e mise il piatto al centro del tavolo. Mangiate finché è caldo. Ornella, prendine di più, sei dimagrita.

Non sono dimagrita, peso quanto tre anni fa, sessantadue chili. Ma mia madre lo dice sempre. Mi servii un pezzo di carne, due patate, le tagliai con il coltello, mangiai in silenzio. La conversazione tornò sull’azienda, Aurelio raccontava dell’incontro con i rappresentanti della catena, di come avessero negoziato il prezzo, di come li avesse convinti.

Papà ascoltava, annuiva. Federica chiedeva i dettagli, margini, tempi di consegna. Io finivo di masticare le patate e bevevo acqua. Ti ricordi quando il nonno ci portava alla fabbrica, disse Federica.

Avevo sette anni, ci mostrava come si imbottigliava l’olio. Me lo ricordo, annuì Aurelio. Diceva: è tutto nostro, un’azienda di famiglia. Mia madre sospirò.

Desiderava tanto che l’azienda restasse in famiglia. E ora sei tu a portare avanti la sua attività, Aurelio, ne sarebbe orgoglioso. Posai la forchetta, guardai il piatto, il pezzo di carne era mangiato a metà, le patate si erano raffreddate. Fuori passò di nuovo un’auto, la luce dei fari scivolò sulle pareti e scomparve.

Mia madre portò la torta a tre piani, glassa bianca, con sopra lettere di cioccolato. Aurelio trentotto. Spense le candeline, tutti applaudirono. Anch’io applaudì.

Mia madre tagliò la torta, la distribuì. A me toccò una fetta d’angolo, la mangiai con un cucchiaino. La crema era troppo dolce, stucchevole. Ornella, e tu come stai, chiese Viviana.

Tutto bene, sì, tutto normale. E la vita privata, c’è qualcuno. No. Peccato, dovrei presentarti qualcuno, Tommaso ha un collega, un uomo non male, divorziato, ma non serve.

Viviana tacque. Guardai Federica, lei alzò le spalle. Mia madre mi accarezzòla mano. Ornella è sempre stata indipendente, se la cava da sola.

Fin l’acqua, appoggiai il bicchiere sul tavolo. Stavano ancora parlando dei programmi per l’estate, delle vacanze, della nuova auto che Aurelio voleva comprare. Ascoltavo distrattamente. Fuori si era fatto buio, un lampione illuminava il salotto.

Vedevo le ombre dei rami di un albero ondeggiare sulla parete di fronte. Alle ventidue gli ospiti cominciarono a congedarsi. Federica e Tommaso furono i primi. Viviana aiutava mia madre a sparecchiare.

Aurelio fumava sul balcone. Mi misi la giacca, presi la borsa. Papà uscì nell’ingresso e chiuse la porta del salotto. Ornella, aspetta un attimo.

Mi fermai. Mi guardò, poi distolse lo sguardo. Ho una richiesta da farti, una piccola cosa. Dobbiamo saldare un conto con un fornitore dalla Calabria, è urgente.

Duemila euro. Il cliente è in ritardo con il pagamento, ma i soldi arriveranno tra tre settimane, al massimo un mese. Presi il telefono, apri l’app della banca, inserii l’importo, cliccai su trasferisci. Mio padre guardava lo schermo.

Quando l’operazione fu completata sospirò. Grazie, figlia mia, mi dai sempre una mano, te li restituirò sicuramente, non appena arriveranno i soldi. Mi baciò sulla fronte, sentii il profumo del suo profumo, quello che usa da vent’anni, pungente, con note agrumate. Riposii il telefono in tasca.

Ciao, guida con prudenza, le strade sono scivolose. Uscii in strada. Il vento dal mare era freddo e umido, mi abbottonai la giacca fino al collo. Mi avvicinai alla macchina, mi sedetti al volante, accesi il motore.

Il riscaldamento ronzò, ma il calore non era ancora arrivato. Il telefono vibrò. Un messaggio di mia madre. Grazie figlia mia, sei la più affidabile che abbiamo.

Guardai lo schermo, le lettere brillavano nell’oscurità. Bloccai il telefono e lo posai sul sedile del passeggero. Sotto un lampione c’era un uomo con un cane, piccolo, rossiccio, che abbaiava a qualcosa nell’oscurità, all’ombra di un bidone della spazzatura. L’uomo tirava il guinzaglio, ma il cane non smetteva.

Accesi i fari, uscii dal parcheggio. La strada per casa durava venti minuti. Guidavo lentamente. Alla radio parlavano delle previsioni del tempo: domani pioggia, il vento si intensificherà verso sera.

Spensi la radio e guidai in silenzio. Mi fermai al semaforo in piazza Pancali. Guardavo i pedoni, una coppia con un bambino, un uomo con delle borse, una ragazza al telefono. Tutti avevano fretta.

Il semaforo scattò, proseguii. La mia casa è un condominio di cinque piani in via Dionisio, il parcheggio è sotto le finestre. Spensi il motore, presi la borsa, scesi. Il vento si era calmato, ma il freddo era rimasto.

Salii al terzo piano, aprii la porta dell’appartamento. Nell’ingresso regnava il silenzio. Mi tolsi la giacca, la appesi a un gancio. In cucina mi versai dell’acqua, la bevvi ad un fiato, posai il bicchiere nel lavandino.

Il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio di Aurelio. Grazie per il regalo, la camicia è fantastica. Non risposi.

Bloccai lo schermo, posai il telefono sul tavolo. Mi avvicinai alla finestra. Dietro il vetro c’era il buio, le luci sparse delle finestre di fronte. In lontananza si sentiva il rumore del mare, sordo, monotono.

Rimasi lì a guardare nell’oscurità. Il vento si fece di nuovo più forte. Da qualche parte sbatté una porta. Mi allontanai dalla finestra, spensi la luce, andai in camera da letto.

Mi sdraiai sul letto senza spogliarmi, chiusi gli occhi. Sono passate due settimane. I soldi non sono tornati. Mercoledì, durante la pausa pranzo, chiamai mio padre.

Stavo in piedi vicino alla finestra della mensa dello stabilimento, guardavo il parcheggio. Il telefono squillò a lungo. Uno, due, tre, quattro. Riattaccai.

Richiamai, di nuovo segnale di linea libera. Riattaccai di nuovo. Scrissi un messaggio. Papà, avevi promesso di restituire i soldi, sono già passate due settimane.

Non c’era risposta. Misi via il telefono, finii la zuppa di verdure, ormai fredda, tornai in officina. La sera arrivò un messaggio da mia madre. Papà è occupato, non preoccuparti, si risolverà tutto.

Nient’altro. Venerdì chiamai di nuovo. Papà non rispose. Domenica scrisse: scusa figlia mia, ora è un gran trambusto, ne parliamo più tardi.

Ero seduta in cucina, guardavo lo schermo, fuori pioveva. Bloccai il telefono, lo posai sul tavolo, mi versai del tè, lo bevvi lentamente, scottandomi. Mi venne in mente il nonno. Avevo diciotto anni quando si ammalò.

Agosto del duemilatré. Un infarto. Rimase in ospedale tre settimane, poi lo dimisero. Il medico disse: niente sforzi, niente lavoro.

Il nonno annuì, ma capii che non stava ascoltando. L’azienda stava crollando. Due grandi clienti erano passati alla concorrenza. I fornitori chiedevano il pagamento anticipato.

Mio padre non riusciva a stare al passo. Lo sentivo parlare al telefono a tarda sera, la voce bassa, tesa. Datemi ancora una settimana, troverò i soldi. A settembre il nonno mi chiamò.

Era seduto in cucina nella casa di via Cavour, beveva caffè. Disse: ho dei soldi per te, diecimila euro, sono tuoi per gli studi, per la vita, li ho messi da parte. Lo guardavo. Era magro, pallido, gli tremavano le mani quando sollevava la tazza.

E l’azienda, chiesi. L’azienda se la caverà, tuo padre ce la farà. Ma vedevo le fatture sul tavolo, vedevo mio padre tornare a casa tardi, stanco, sentivo mia madre piangere in cucina quando pensava che nessuno la sentisse. Dissi: dai i soldi all’azienda, non mi dispiace.

Il nonno scosse la testa. Sono tuoi, non scherzare. Ma io insistetti. Mio padre mi fu grato, mi abbracciò e disse: ci hai salvati, figlia mia.

Mia madre piangeva di sollievo. Mio padre disse allora: facciamolo intestare alla famiglia, così è più semplice con il fisco, tu fai comunque parte della famiglia, che differenza fa. Annuii. Avevo diciotto anni, ci credevo.

Non mi mostrarono nessun documento. Firmai qualcosa una volta sola, dei fogli che mio padre portò dicendo: una formalità per la banca. Firmai senza leggere. Ora ero seduta in cucina a ricordare.

La pioggia si era intensificata. Finii il tè, mi alzai. Lunedì mattina andai all’archivio comunale, un edificio grigio, vecchio, in via Maestranza. Salii al secondo piano.

Dietro il bancone c’era una donna sulla cinquantina, con gli occhiali appesi a una catenella. Dissi: mi servono i documenti relativi alla società Olio Taviani, il registro degli azionisti degli ultimi vent’anni. La donna mi guardò da sopra gli occhiali. È una parente, la figlia del proprietario.

I documenti, chiesi. Mostrai il passaporto. Lei annuì, annotò i dati, andò nel retro. Aspettai.

C’era odore di polvere e di carta vecchia. L’orologio a muro segnava le nove e quarantacinque. Dopo venti minuti la donna tornò con una cartella, la posò sul bancone. Ecco, guardi qui, non può portarla via.

Aprìla cartella. Sfogliai i documenti, trovai le date che cercavo. Anno duemila, registro degli azionisti. Salvatore Taviani, novantacinque per cento, Ornella Taviani, cinque per cento.

Il mio nome. Guardavo quella riga. Cinque per cento. Non ne sapevo nulla.

Sfogliai ancora. Anno duemilacinque, riregistrazione. Ornella Taviani cede la sua quota a Salvatore Taviani per accordo familiare. Firma.

La mia firma. La guardavo. La calligrafia era simile alla mia, una o ampia inclinata a sinistra. Avrebbe potuto essere la mia firma, ma non ricordavo di aver firmato quel documento.

Chiusi la cartella, guardai la donna. Posso fare delle copie. Due euro a pagina. Le diedi sei euro.

Copiò tre fogli. Presi le copie, le misi nella borsa, usciin strada. Il cielo era grigio, basso, pioveva dirotto. Mi diressi verso l’auto senza aprire l’ombrello.

I capelli si bagnarono. Mi sedetti al volante, tirai fuori il telefono, composi il numero di mio padre. Segnali di linea. Cinque, sei.

Rispose. Sì. Voce stanca, irritata. Papà, sono io, Ornella.

Senti, sono molto occupato in questo momento, che è successo. Guardavo i tergicristalli che spalmavano l’acqua sul vetro. Mi avevi promesso di restituirmi i soldi, sono passate due settimane. Sospirò.

Figlia mia, lo sai quanto è difficile adesso, il cliente ha ritardato il pagamento. Ancora una settimana, al massimo due. Rimasi in silenzio. Continuò.

Senti, ho una richiesta da farti. Ci servono altri cinquemila euro, urgentemente, siamo sul punto di perdere il contratto. Se lo perdiamo è finita, capisci. Guardavo le gocce sul parabrezza che scendevano lente, fondendosi l’una con l’altra.

Ornella, mi senti. Va bene, dissi. Lui sospirò. Grazie figlia mia, ci stai salvando, ti restituirò tutto non appena arriveranno i soldi, te lo prometto.

Riattaccai, aprii l’app della banca, inserii l’importo, cinquemila euro, destinatario Salvatore Taviani, premetti trasferisci, confermai. Operazione completata. Appoggiai il telefono sul sedile del passeggero, avviai la macchina, non verso casa, ma verso il centro. Parcheggiai all’Ortigia, raggiunsi a piedi la fontana di Aretusa.

C’erano pochi turisti, la pioggia li aveva scoraggiati. Alcuni fotografavano il papiro che cresceva vicino all’acqua. Una donna con la giacca rossa teneva un ombrello. Mi sedetti su una panchina, guardavo l’acqua.

La pioggia tamburellava sulla superficie, le increspature si allargavano, sovrapponendosi. Nell’acqua nuotavano delle anatre. Una si avvicinò al bordo, mi guardò. Non le diedi nulla.

Si girò, tornò indietro. Il telefono vibrò. Un messaggio di Aurelio. Grazie sorellina, seila migliore.

Guardai lo schermo, le lettere si sfocavano. Bloccai il telefono, lo strinsi nella mano. Passò una coppia con un bambino di circa cinque anni, che tirava la madre per mano. Mamma, guarda le anatre.

La madre sorrideva. Il bambino gettò in acqua delle briciole di pane, le anatre si avvicinarono, il bambino rideva. Mi alzai, andai verso la macchina. La pioggia non smetteva.

Non avevo fretta. Camminavo lentamente, la giacca era fradicia. Sentivo il freddo, l’acqua che mi scendeva lungo la schiena. Raggiunsi la macchina, mi sedetti, accesi il riscaldamento, rimasi a guardare fuori dal finestrino.

La gente passava sotto gli ombrelli. Qualcuno correva coprendosi la testa con un giornale. Qualcuno camminava lentamente, incurante della pioggia. Accesi il motore, tornai a casa.

La sera ero seduta in cucina. Davanti a me avevo le copie dell’archivio. Guardavo le date, le firme. Anno duemila, il mio nome nel registro.

Anno duemilacinque, il trasferimento della quota. Non ricordavo di aver firmato. Ricordavo solo che mio padre aveva detto: mettiamolo a nome della famiglia, e di aver annuito. Presi il telefono, aprii la galleria, sfogliavo le vecchie foto.

Una cena di famiglia del duemilasei. Siamo tutti a tavola, il nonno è ancora vivo, sorride. Mio padre abbraccia mia madre. Aurelio mostra qualcosa sul telefono.

Federica ride. Io sono seduta all’estremità, guardo la fotocamera, il viso serio. Sfogliai oltre. La mia laurea, duemilasette.

Sono in toga, tengo la laurea in mano. Accanto a me i miei genitori. Mio padre è orgoglioso. Mia madre piange di gioia.

Duemilasette, l’anno in cui è morta la nonna. Marzo, ricordo il funerale,la pioggia, gli ombrelli neri, l’odore della terra bagnata. Chiusi la galleria, posai il telefono sul tavolo. Fuori si era fatto buio, la pioggia era finita.

Mi alzai, mi avvicinai alla finestra. La strada era bagnata, le pozzanghere riflettevano la luce dei lampioni. Da qualche parte abbaiava un cane. Rimasi lì, le mani fredde.

Le strinsi a pugno, le aprii. Tornai al tavolo, raccolsi le copie, le misi in una cartellina, le riposti nel cassetto della scrivania. Mi versai dell’acqua, la bevvi, lavai il bicchiere, mi asciugai le mani. Andai in camera, mi sdraiai, chiusi gli occhi.

Fuori aveva ricominciato a piovere. Le gocce battevano sul davanzale, monotone, regolari. Non dormivo. Rimasi con gli occhi aperti, guardando il soffitto.

Pensavo alla firma sul documento. A quando mio padre aveva detto: tu ci stai salvando. A quando Aurelio aveva scritto: tu seila migliore. Pensavo al cinque per cento che era sparito, ai diecimila euro che avevo dato a diciotto anni, ai duemila che non erano tornati, ai cinquemila che avevo trasferito oggi.

Feci i conti a mente. Diciassettemila, senza contare gli interessi. Senza contare ciò che avrebbe potuto essere. Fuori la pioggia si intensificò.

Mi girai su un fianco, chiusi gli occhi. La pioggia faceva rumore. Ascoltavo. Al mattino andai dal notaio Agasi.

Il suo studio è in via Roma, al terzo piano di un vecchio edificio con l’intonaco scrostato. Salii le scale, l’ascensore non funzionava. Sul pianerottolo c’era odore di umidità e di pipì di gatto. La segretaria dietro il bancone alzò lo sguardo.

Ha preso appuntamento. No, ma è urgente. Dica che sono Ornella Taviani. La famiglia Taviani.

Prese il telefono, parlò a bassa voce, riattaccò. Il signor Agasi la riceverà tra dieci minuti. Mi sedetti nella sala d’attesa. Sul tavolino c’erano vecchi giornali, non li presi.

Guardavo fuori dalla finestra, tetti, antenne, in lontananza una striscia di mare. La porta dello studio si aprì. Un uomo in abito grigio uscì, mi fece un cenno e si diresse verso l’uscita. La segretaria mi guardò.

Può entrare. Il signor Agasi era seduto dietro una massiccia scrivania. Aveva circa settant’anni, capelli grigi pettinati all’indietro, occhiali con montatura sottile. Si alzò, mi porse la mano.

Ornella, è da un bel po’ che non ci vediamo. Come va. Gli strinsi la mano, mi sedetti di fronte a lui. Bene.

Si sedette, incrociò le mani sul tavolo. Come posso aiutarla. Tirai fuori dalla borsa una cartellina con delle copie, la posai davanti a lui,la aprii. Come mai il mio cinque per cento è sparito.

Si mise gli occhiali, prese il foglio in cima, lo avvicinò agli occhi, lo lesse a lungo. Poi gli altri due fogli. Il volto era serio, impassibile. Posò i fogli, si tolse gli occhiali, si strofinò il naso.

Dove l’hai preso. Nell’archivio comunale. Annnuì, si alzò, si avvicinò alla cassaforte nell’angolo, digitò il codice, aprii lo sportello, tirò fuori una vecchia cartellina marrone, logora. Tornò alla scrivania, la posò davanti a me,la aprì, sfogliò alcune pagine, si fermò su una, si voltò verso di me.

Anno duemilatré, il testamento di tuo nonno. Guardai il documento. Timbro, firma, data venti luglio duemilatré. Lessi il testo.

A Ornella Taviani va il quaranta per cento della società Olio Taviani. Il resto va diviso equamente tra i figli. A Salvatore Taviani il trenta per cento, agli altri eredi il trenta per cento. In fondo c’era una postilla.

Entra in vigore dopo la morte della moglie Maria Taviani. Alzai lo sguardo verso il notaio. La nonna è morta nel duemilasette. A marzo.

Annnuì. Sì, il ventitré marzo. Quindi da quel momento il testamento è entrato in vigore. Sospirò, si sedette, mi guardò da sopra gli occhiali.

Tuo padre è venuto da me un mese dopo il funerale. Il venticinque aprile ha portato un documento, una rinuncia all’eredità autenticata dal notaio. La tua firma, il tuo passaporto. Ha detto che avevi rinunciato alla tua quota a favore della famiglia, che così era meglio per tutti.

Sentii un brivido allo stomaco. Strinsi le mani a pugno. Non ho firmato nulla del genere. Agasi aprì un’altra pagina della cartella, tirò fuori una copia,la posò davanti a me.

Ecco il documento. Lo guardai. Modulo notarile, il mio nome,la mia firma in fondo. Data, venti aprile duemilasette.

Testo: io, Ornella Taviani, rinuncio alla mia quota di eredità a favore della famiglia Taviani. La firma era simile alla mia, la stessa o ampia,la stessa inclinazione. Ma non ricordavo di averlo firmato. Dissi: nell’aprile del duemilasette ero in ospedale dopo l’incidente.

Gamba sinistra rotta, conozione cerebrale. Sono stata lì dall’otto aprile al tre maggio. Agasi aggrottò le sopracciglia. In ospedale.

All’ospedale Umberto Primo, può controllare. Allora il mio passaporto era da mia madre. Lo prese quando l’ambulanza mi portò via. Disse per ogni evenienza.

Il notaio rimase in silenzio, guardò il documento, poi me. Si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo. Quindi stai affermando che è un falso. Affermo che non l’ho firmato.

Si appoggiò allo schienale, chiuse gli occhi, rimase così per un minuto, poi li riaprì. È un’accusa grave, Ornella. È vero. Mi guardò a lungo, poi annuì.

Anche se fosse così, sono passati quasi vent’anni. Sarà difficile contestarlo. Molto difficile. Rimasi in silenzio.

Continuò. Secondo i documenti, hai rinunciato ufficialmente. La quota è passata alla famiglia. Ora la società è di proprietà di tuo padre, l’ottanta per cento, e di tuo fratello, il venti per cento.

Tutto è stato formalizzato legalmente. Quindi ufficialmente non ho nulla, chiesi. Secondo questi documenti, no. Mi alzai, presi la borsa.

Agasi alzò una mano. Aspetta, c’è ancora qualcosa. Mi fermai. Lui mi guardava.

Devo dirtelo. Tre mesi fa ho scoperto che tuo nonno ha lasciato un altro documento da un altro notaio, a Catania. Mi sedetti lentamente. Che documento.

Un testamento più vecchio, del duemiladue. L’ho scoperto per caso. Io e Bertolucci siamo colleghi, ci siamo incontrati a una conferenza, lui ha menzionato tuo nonno. Mi sono stupito.

Ho chiesto dettagli. È venuto fuori che lì c’è un’altra ripartizione delle quote. Quale. Agasi fece una pausa.

Devi andare da lui, si trova in via Etnea al numero centoventitré. Chiedi del testamento di Vittorio Taviani del duemiladue. Mi alzai, presi la cartella,la misi nella borsa. Grazie.

Lui annuì. Ornella, stai attenta. Tuo padre non te lo perdonerà. Uscii dall’ufficio, scesi le scale.

In strada faceva freddo,c’era vento dal mare. Mi misi in macchina, accesi il motore. Catania dista un’ora. Partii subito.

La strada costeggiava la costa. A sinistra il mare grigio, agitato, a destra campi, case sparse. Guidavo veloce, non accendevo la radio. Pensavo alla firma sul documento, a quando ero in ospedale con la gamba ingessata, a quando mia madre veniva ogni giorno, mi portava da mangiare, si sedeva accanto a me.

A come mio padre venisse una volta alla settimana, dicesse: guarisci, figlia mia, e se ne andasse. Il venti aprile. Ricordavo quel giorno. L’infermiera mi faceva un’iniezione contro il dolore.

Io ero sdraiata, guardavo il soffitto. Mia madre era seduta alla finestra, lavorava a maglia una sciarpa. Stavamo in silenzio. Arrivai a Catania alle undici e trenta.

Trovai via Etnea, il numero centoventitré, un edificio nuovo, vetro e cemento. Parcheggiai, salii al quinto piano. Un cartello sulla porta: notaio Giovanni Bertolucci. Entrai.

La reception era vuota. Dietro il bancone una ragazza giovane scriveva al computer. Alzò lo sguardo. Buongiorno, ha un appuntamento.

No, mi ha mandato il signor Agasi, riguardo al testamento di Vittorio Taviani. Aggrottò le sopracciglia. Vittorio Taviani, un attimo. Prese il ricevitore, parlò a bassa voce, riattaccò.

Il signor Bertolucci la riceverà subito. Entrai nell’ufficio. Bertolucci si alzò dalla scrivania. Un uomo sulla sessantina, corpulento, in abito scuro.

Mi tese la mano. Ornella Taviani. Annnuì. Ci stringemmo la mano.

Indicò una poltrona. Si sieda. Agasi ha chiamato, mi ha avvertito che sarebbe venuta. Mi sedetti.

Girò intorno alla scrivania, si sedette di fronte a me. Vuole sapere del testamento di suo nonno. Sì. Si alzò, si avvicinò alla cassaforte contro la parete,la aprì, ne estrasse una busta bianca,spessa,con un sigillo di ceralacca rossa.

La portò al tavolo,la posò davanti a me. Vittorio Taviani mi ha lasciato questo documento il quindici maggio duemiladue, un anno prima della sua morte. Guardavo la busta, il sigillo era intatto. Bertolucci si mise i guanti, aprìcon cura la busta, tirò fuori il documento, lo aprì.

Un testamento non annullato da nessuno, non contestato da nessuno. Posò il documento davanti a me. Lessi. Io, Vittorio Taviani, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e della mia memoria, dispongo quanto segue.

A Ornella Taviani, il cinquantuno per cento della società Olio Taviani. Le restanti quote saranno ripartite tra gli altri eredi. Firma, timbro del notaio. Cinquantuno per cento.

Pacchetto di controllo. Alzai lo sguardo su Bertolucci. Perché non ha detto nulla. Scrollò le spalle.

Nessuno mi ha chiesto nulla. Il documento entra in vigore automaticamente dopo la morte del testatore. Vittorio Taviani è morto nel duemilatré. Da quel momento lei èla legittima proprietaria del cinquantuno per cento della società.

Ma papà, lui gestisce l’azienda. Mio fratello lavora lì. Questo non annulla il suo diritto. Suo nonno era un uomo astuto.

Aveva previsto che la famiglia potesse tentare di scavalcarla. Per questo ha redatto il testamento tramite me, in segreto. Agasi sapeva di un altro testamento più recente, ma questo è più antico e ha la precedenza se non è stato ufficialmente revocato. E non lo è stato.

Guardai il documento, le lettere si sfocavano. Sbattei le palpebre, le lettere tornarono nitide. Bertolucci versò dell’acqua dalla caraffa, mi porse un bicchiere. Bevi.

Presi il bicchiere, bevvi tutto d’un fiato. L’acqua fredda mi bruciò la gola. Appoggiai il bicchiere sul tavolo. Quindi è ufficiale.

Possiedo la quota di controllo. Sì, dal duemilatré. Tutte le decisioni prese senza il suo consenso sono giuridicamente nulle. Può contestarle in tribunale.

Fuori rombavano le auto, da qualche parte suonava un clacson. Sentivo quei suoni, ma mi sembravano lontani, irreali. Bertolucci era seduto e mi guardava. Aspettava.

Posso averne una copia. Certamente. Si alzò, si avvicinò alla fotocopiatrice nell’angolo, appoggiò con cura il documento sul vetro, premette il pulsante. La macchina ronzò, si illuminò.

Prese la copia e me la porse. La conservi in un posto sicuro. Presi la copia,la ripiegai,la misi nella borsa. Mi alzai.

Grazie. Ornella. Cosa intende fare. Lo guardai.

Aveva un’espressione seria, senza sorridere. Dissi: niente, a presto. Lui annuì. Capisco.

Se hai bisogno di aiuto, rivolgiti a me. Sono pronto a confermare l’autenticità del documento in tribunale. Uscii dall’ufficio, scesi con l’ascensore, usciin strada. Il sole splendeva forte, mi accecava.

Tirai fuori gli occhiali, li indossai. Mi sedetti in macchina, appoggiai la borsa sul sedile del passeggero, accesi il motore. Rimasi seduta, aggrappata al volante. Mi tremavano le mani.

Stringevo più forte, ma il tremore non passava. Uscii sulla strada, tornando verso Siracusa, lungo i campi, lungo il mare. Non accesi la musica. Non pensavo a nulla.

Arrivai a casa alle due in punto. Salii, chiusi la porta a chiave. In cucina tirai fuori dalla borsa la copia del testamento,la stesi sul tavolo. Guardavo le righe.

Cinquantuno per cento. Mi sedetti, appoggiai le mani sul tavolo. Fuori dalla finestra i bambini gridavano nel parco giochi. Qualcuno rideva.

Una palla colpì il muro di casa. Tirai fuori il telefono, aprii la rubrica, trovai il numero dell’avvocato. Maria Romano, mi aveva aiutato tre anni fa con il contratto d’affitto. Composi il numero.

Pronto, Maria, sono Ornella Taviani. Ho bisogno di una consulenza urgente. Certo, quando le va bene. Oggi, adesso.

Va bene, venga tra un’ora. Mi libero. Riattaccai, ripiegai il documento,lo riposti nella borsa. Mi alzai, mi avvicinai alla finestra, guardai giù.

I bambini giocavano a calcio. Il pallone rotolava sull’asfalto. Un ragazzino gli correva dietro, inciampò, cadde, si rialzò, si massaggiò il ginocchio, riprese a correre. Io stavo lì a guardare.

Pensavo al nonno, a come se ne stava seduto in cucina, a bere il caffè con le mani tremanti. A come aveva detto: questo è tuo. Al fatto che lui sapeva. Che aveva previsto.

Mi allontanai dalla finestra, presi la borsa, uscii dall’appartamento. . . L’invito era arrivato per posta, una busta bianca, lettere dorate.

Venti anni di successi. La società Olio Taviani vi invita a festeggiare l’anniversario. Dentro, un biglietto con la data: ventisette novembre, ristorante Porto Grande, sul lungomare, alle diciannove in punto. Tenevo il biglietto in mano, guardavo la stampa dorata.

Venti anni da quando mio padre aveva salvato l’azienda. Allora ero una studentessa, avevo dato tutti i miei soldi. La sera mia madre mi chiamò. Hai ricevuto l’invito.

Sì. Verrai. Fai parte della famiglia. Sarebbe imbarazzante se non ci fossi.

Rimasi in silenzio. Ornella, ti prego, per me verrai. Va bene. Grazie, figlia mia.

Mettiti qualcosa di bello. Riattaccò. Appoggiai il telefono sul tavolo, guardai l’invito,lo piegai a metà,lo riposti in un cassetto. Il ventisette novembre indossai un abito nero semplice, al ginocchio, senza decorazioni, scarpe con tacco basso.

Presi una borsetta piccola. Mi guardai allo specchio. Viso pallido, capelli raccolti in una coda. Mi misi il rossetto rosso scuro.

Arrivai al ristorante alle diciannove e quindici. Ero in ritardo di proposito. Non volevo stare all’ingresso a salutare gli ospiti. Il parcheggio era pieno, lasciai la macchina nella strada accanto.

Mi avvicinai lentamente. Il vento dal mare era freddo,c’era odore di sale e alghe. All’ingresso mi accolse il met. Gli mostrai l’invito.

Annnuì, indicò la sala. Prego, signora. La sala era grande, con soffitti alti e finestre panoramiche sul mare. C’erano circa ottanta persone, forse di più, tutti in giacca e cravatta o in abito da sera.

La musica era soft, jazz. I camerieri servivano lo champagne. Presi un bicchiere dal vassoio. Guardai il numero sul biglietto.

Tavolo numero dodici. L’trovai nell’angolo più lontano. Al tavolo sedevano dei parenti lontani, zia Rossella, zio Pietro, il loro figlio Enzo con la moglie. Li salutai.

Zia Rossella mi baciò su entrambe le guance. Ornella, quanto tempo che non ci vediamo. Stai bene. Mi sedetti.

Enzo mi spinse un piatto con degli stuzzichini. Prendi finché è caldo, il carpaccio è ottimo. Presi la forchetta, mi servii un pezzo di pesce. Masticavo lentamente.

Al tavolo accanto ridevano. Sul palco vicino alla finestra c’era un microfono. Al tavolo numero uno sedevano i miei genitori, Aurelio con Viviana, Federica con Tommaso. Il tavolo era coperto da una tovaglia bianca, al centro un enorme mazzo di rose bianche.

Il padre parlava, gesticolava. Aurelio rideva. La madre sorrideva con un bicchiere in mano. Alle diciannove e trenta la musica si placò.

Il met salì sul palco, prese il microfono. Buonasera, signore e signori, siamo lieti di darvi il benvenuto all’anniversario della società Olio Taviani. Venti anni di successi, venti anni di tradizioni familiari. Invito sul palco il direttore dell’azienda, Aurelio Taviani.

La sala applaudì. Aurelio si alzò, si sistemò la cravatta, salì sul palco, prese il microfono, sorrideva. Grazie amici, grazie per essere venuti. Oggi è un giorno speciale.

Venti anni fa la nostra azienda attraversava un periodo difficile. Il nonno era malato,i clienti se ne andavano. Sembrava che tutto stesse per crollare. Ma mio padre, Salvatore Taviani, non si è arreso.

Si è assunto la responsabilità, ha tirato fuori l’azienda dal baratro, ha costruito ciò che abbiamo oggi. Gli ospiti annuivano. Abbiamo iniziato da zero. Mio padre ed io andavamo dai fornitori, cercavamo clienti, lavoravamo sedici ore al giorno.

È stata dura. Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto mollare tutto, ma non l’abbiamo fatto. Ed ecco il risultato. Cinquanta negozi in Sicilia, contratti con le più grandi catene, l’espansione nel continente.

La sala applaudì di nuovo. Aurelio attese che gli applausi si placassero, poi alzò il bicchiere. Voglio ringraziare tutti coloro che sono stati con noi. Mio padre per la saggezza e l’esperienza, mia moglie Viviana per il sostegno, mia sorella Federica, che mi ha aiutato con i documenti, con la contabilità,è sempre stata al mio fianco.

Grazie a voi. Federica si alzò, salutò con la mano, sorrideva. Viviana mandò un bacio. Di me non fece menzione.

Me ne stavo seduta con il bicchiere in mano, guardavo il palco. Avevo le guance in fiamme. Zia Rossella si chinò verso di me, mi sussurrò: non farci caso, gli uomini sono sempre così, pensano di aver fatto tutto da soli. Non risposi.

Bevvi un sorso di champagne, aspro, tiepido. Aurelio continuava a parlare, raccontava dei piani, nuovi contratti, espansione della produzione, ingresso nei mercati europei. Poi chiamò mio padre sul palco. Salvatore si alzò, abbracciò suo figlio, prese il microfono.

Grazie figlio mio, sono orgoglioso di te. Stai portando avanti l’attività di famiglia. Il nonno sarebbe felice. Aurelio è il mio orgoglio.

Porterà avanti l’attività. È la sua azienda, il suo futuro. La sala esplose in un applauso. Il padre abbracciò di nuovo Aurelio.

Qualcuno dalla sala gridò: e Ornella, anche lei è una Taviani. La sala si zittì per un secondo. Aurelio si voltò, cercò con lo sguardo, sorrise, fece un cenno distratto con la mano nella mia direzione. Ornella, lei qui non è nessuno.

Lavora in fabbrica, ha la sua vita, prepara conserve. L’azienda sono io. La sala rise. Qualcuno più forte degli altri.

Qualcuno gridò: giusto, le donne non c’entrano con gli affari. Ancora risate, applausi. Io stavo seduta, tenevo il bicchiere, guardavo Aurelio. Lui sorrideva, riceveva le congratulazioni.

Mio padre gli dava una pacca sulla spalla. Mia madre guardava me. Aveva un’aria colpevole, ma non si alzò. Non disse nulla.

Federica sussurrava qualcosa a Tommaso. Lui annuiva, sorrideva. Appoggiai il bicchiere sul tavolo. Zia Rossella mi toccò la mano.

Ornella, non farci caso. Aurelio sta solo scherzando. Non risposi. Guardavo lo schermo alle spalle di mio fratello.

C’erano delle foto che scorrevano. Una presentazione. Il nonno davanti alla prima fabbrica. Papà con dei documenti.

Aurelio sullo sfondo dell’ufficio. Aurelio con i soci. Aurelio che taglia il nastro rosso all’inaugurazione del nuovo magazzino. Una foto di famiglia.

I genitori, Aurelio, Federica. Io non c’ero. Tirai fuori il telefono dalla borsetta,lo sbloccai,trovai il numero tra i contatti. Marco Rinaldi, direttore tecnico di Porto Grande.

L’avevo conosciuto un mese fa, quando stavo pianificando tutto questo. Gli avevo pagato cinquecento euro. Lui aveva accettato. Scrissi un messaggio.

Adesso, il documento, in allegato. Allegai due file. La scansione del testamento di Bertolucci. L’estratto del registro degli azionisti preparato da Maria Romano, quello ufficiale autenticato.

Cliccai su Invia. Aurelio stava ancora parlando, qualcosa sui nuovi mercati, sulle ambizioni. Gli ospiti ascoltavano, qualcuno scattava foto. Passò un minuto.

Guardavo lo schermo. Le diapositive cambiavano. Un’altra foto di Aurelio. Un’altra ancora.

Poi lo schermo lampeggiò, si spense. La sala si animò. Qualcuno pensò che si fosse rotto. Il met si agitò, guardò verso la cabina del tecnico.

Lo schermo si riaccese. Non c’erano più foto. Al loro posto una tabella. Sfondo bianco, lettere nere.

Titolo a caratteri cubitali. Registro degli azionisti della società Olio Taviani. Versione aggiornata. Prima riga: Ornella Taviani, cinquantuno per cento.

Seconda riga: Salvatore Taviani, trenta per cento. Terza riga: altri eredi, diciannove per cento. La sala si fece silenziosa. Tutti guardavano lo schermo.

Aurelio si voltò. Il viso impallidì. Il microfono gli cadde di mano, cadendo sul palco con un tonfo sordo. Il padre si alzò dal tavolo, si aggrappò al bordo del piano, guardava lo schermo.

Aprìla bocca, ma non disse nulla. La madre si coprìla bocca con la mano, gli occhi spalancati. Federica guardava me, poi lo schermo, poi di nuovo me. Gli ospiti si scambiavano sguardi.

Qualcuno bisbigliava. Che cos’è, chiese qualcuno ad alta voce. Il cinquantuno per cento a Ornella. È vero.

La sala si animò. Tutti parlavano contemporaneamente. Aurelio era in piedi sul palco, guardava lo schermo, poi me. Il viso rosso, le vene del collo gonfie.

Mi alzai, presi la borsetta, mi diressi verso l’uscita. Camminavo lentamente, con calma, lungo i tavoli, tra gli ospiti. Si facevano da parte, guardavano. Qualcuno cercava di parlarmi, ma io non mi fermavo.

Passai davanti al tavolo numero uno. Mia madre allungò la mano. Ornella, che significa tutto questo. Non risposi.

Continuai a camminare. Aurelio saltò giù dal palco, mi corse dietro, mi raggiunse all’uscita, mi afferrò per un braccio. Che diavolo è. Mi fermai, guardai la sua mano sul mio polso, poi il suo viso.

Mi stringeva forte, le dita mi affondavano nella pelle. Dissi a bassa voce, in modo che solo lui potesse sentirmi: hai detto tu che qui non sono nessuno, ebbene, ora qui sono tutto. Strappai via la mano. Lui non riuscì a trattenermi.

Uscii dal ristorante. Per strada faceva freddo, il vento si era fatto più forte. Mi diressi verso la macchina. Tirai fuori il telefono, composi il numero di Maria Romano.

Rispose subito. Ornella. Avvia la procedura. Mi avvalgo dei miei diritti.

Sei sicura. Sì. Va bene, domani mattina presentiamo i documenti in tribunale. Manderemo una notifica ufficiale alla famiglia.

Preparati al fatto che opporranno resistenza. Sono pronta. Riattaccai, raggiunsi l’auto, mi sedetti, avviai il motore. Mi tremavano le mani.

Stringevo il volante, ma il tremore non passava. Guardai nello specchietto retrovisore. All’ingresso del ristorante c’era Aurelio, che guardava nella mia direzione. Suo padre gli si avvicinò, gli diceva qualcosa.

Aurelio non lo ascoltava. Guardava la mia auto. Accesi i fari, uscii dal parcheggio. Il telefono vibrò.

Un messaggio di mia madre. Che cosa hai combinato, hai rovinato tutto. Bloccai il telefono,lo posai sul sedile del passeggero. Stavo tornando a casa.

La strada era deserta. Alla radio trasmettevano le notizie. Un incidente da qualche parte, uno sciopero altrove. Spensi la radio, guidai in silenzio.

Arrivai a casa alle ventuno in punto. Salii, chiusi la porta, mi tolsi le scarpe. In cucina mi versai dell’acqua,la bevvi ad un fiato. Il telefono era pieno di messaggi.

Non li guardai. Lo appoggiai sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso. Mi avvicinai alla finestra. Fuori dal vetro c’era il buio, luci sparse nelle finestre di fronte.

Da qualche parte abbaiava un cane. Il vento scuoteva gli alberi. Rimasi lì in piedi a guardare l’oscurità. Pensavo al volto di Aurelio, a come era impallidito.

A come mio padre si era aggrappato al tavolo. A come mia madre si era coperta la bocca con la mano. Pensavo a cosa sarebbe successo domani. Al processo.

Alla lotta. Al fatto che non mi avrebbero perdonato. Non avevo paura. Mi allontanai dalla finestra, spensi la luce,andai in camera da letto.

Mi sdraiai sul letto, chiusi gli occhi. Il telefono vibrò di nuovo. Non lo presi. Rimasi sdraiata, ascoltando il silenzio.

. . Passarono sei mesi. Il tribunale confermò il testamento alla fine di dicembre.

Il giudice esaminò i documenti per tre settimane. Gli avvocati di mio padre cercarono di contestarlo, parlarono di falsificazione, di prescrizione, di circostanze familiari. Maria Romano respinse ogni argomentazione. Bertolucci arrivò da Catania e confermò l’autenticità del testamento.

Agasi testimoniò sulla firma falsa sulla rinuncia. Il giudice emise la sentenza. Ornella Taviani èla legittima proprietaria del cinquantuno per cento della società Olio Taviani,a partire dalla morte del testatore nel duemilatré. Tutte le decisioni prese senza il suo consenso sono riconosciute nulle.

Non è previsto alcun risarcimento. Mio padre corse fuori dall’aula senza aspettare la fine. Aurelio era seduto e guardava il pavimento. Mia madre piangeva in silenzio, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.

Uscii per ultima. In strada c’erano i giornalisti ad aspettarmi. Qualcuno aveva fatto trapelare la notizia alla stampa. Microfoni, telecamere, domande.

Signora Taviani, cosa intende fare con l’azienda. Come ha reagito suo padre alla sentenza. È vero che licenzierà la famiglia. Non risposi.

Mi diressi verso l’auto. Maria mi camminava accanto, respingendo le telecamere. Il giorno dopo andai in ufficio. L’edificio in via Archimede, quarto piano.

Salii con l’ascensore. La segretaria balzò in piedi quando mi vide. Signora Taviani, io non, dov’è l’ufficio del direttore. In fondo al corridoio, ma lì c’è il signor Aurelio.

Le passai accanto, raggiunsi la porta con la targhetta direttore,la aprii senza bussare. Aurelio era seduto alla scrivania. Alzò la testa. Il viso rosso, gli occhi iniettati di sangue.

Tu, come osi. Chiusi la porta dietro di me. Ora questo è il mio ufficio. Prendi le tue cose.

Si alzò, diede un pugno sul tavolo. Sei, hai rovinato tutto. Hai tradito la famiglia. Ho ripreso ciò che era mio.

Era mio. Ho costruito io questa azienda. Ho lavorato qui vent’anni, mentre tu ti occupavi della tua fabbrica. Mi avvicinai,lo guardai negli occhi.

Con i miei soldi, con la mia quota. Che tu hai rubato. Afferrò un bicchiere dal tavolo e lo scagliò contro il muro. Il bicchiere si frantumò.

Vattene, vattene prima che io. Prima che cosa, chiami la sicurezza. Io sono la proprietaria. Tu non sei nessuno.

Respirava affannosamente, strinse i pugni. Non indietreggiai. Rimanemmo così per un minuto. Poi si voltò, raccolse i documenti, li infilò nella valigetta, si diresse verso la porta.

Mi spinse con una spallata. Io tenni duro. Sulla soglia si voltò. Te ne pentirai.

Giuro che te ne pentirai. Ti distruggerò. Troverò un modo. Ti vedrò strisciare in ginocchio davanti a me, implorandomi di riavere tutto indietro.

Uscì sbattendo la porta. Rimasi sola. Girai intorno alla scrivania, mi sedetti sulla poltrona del direttore. Guardai fuori dalla finestra.

Vista sul porto, barche da pesca, il mare in lontananza. A gennaio assunsi un nuovo direttore finanziario, Giorgio Marconi, quarantacinque anni,con esperienza in grandi aziende. Una settimana dopo entrò nel mio ufficio con una cartella. Ornella, dobbiamo parlare.

Alzai lo sguardo dai documenti. Ti ascolto. Posòla cartella sul tavolo,la aprì. Ho controllato i rendiconti finanziari degli ultimi cinque anni.

Ci sono dei problemi gravi. Di che tipo. Prelievi di fondi regolari. I conti sono intestati a società prestanome, ma le tracce conducono ai conti personali di Aurelio Taviani.

Si tratta di somme ingenti, circa trecentomila euro in cinque anni. Guardai le cifre. Trecentomila. I miei soldi.

I soldi dell’azienda. Si può provare. Sì, ho tutti i documenti. È appropriazione indebita.

Reato penale. Chiusi la cartella. Fai causa, Ornella. È tuo fratello.

Fai causa. Giorgio annuì, prese la cartella, uscì. Il processo per appropriazione indebita durò due mesi. Aurelio assunse un avvocato costoso di Palermo.

Cercò di dimostrare che i soldi erano destinati allo sviluppo dell’attività, alle spese di rappresentanza, a qualsiasi cosa. Giorgio smontò metodicamente ogni argomentazione. Mio padre veniva alle udienze, sedeva nelle ultime file, mi guardava con odio. Dopo una delle udienze mi raggiunse all’uscita.

Sei contenta. Stai distruggendo tuo fratello. Sto ristabilendo la giustizia. Giustizia.

Tu lo vuoi in prigione. Ha rubato trecentomila euro. Deve rispondere. Mio padre mi afferrò per una spalla.

Strinse forte. Il viso rosso, le vene gonfie sulla fronte. Sei una nullità. Non sei mai stata nessuno.

Ti abbiamo sopportata per pietà, e ora hai deciso di essere qualcuno. Ti sbagli. Non sei stata nessuno,e non sarai nessuno. Tirai via la spalla.

Togli le mani, altrimenti cosa. Cosa farai, mi denuncerai, farai mettere in prigione anche me. Maria Romano si avvicinò, si mise accanto a me. Signor Taviani, tolga le mani dalla mia cliente subito.

Mio padre la guardò, mi lasciò andare, sputò di lato, se ne andò. Lo guardai allontanarsi. Mi faceva male la spalla nel punto in cui mi aveva afferrata. Maria mi toccò il braccio.

Tutto bene. Sì. Vuoi sporgere denuncia, è stata un’aggressione. No, non serve.

Il tribunale emise la sentenza alla fine di marzo. Aurelio ricevette due anni con la condizionale e l’obbligo di restituire trecentomila euro da pagare a rate nell’arco di cinque anni. Se non pagherà,sconterà la pena detentiva. Sua moglie Viviana chiese il divorzio una settimana dopo.

Prese i bambini e se ne andò dai suoi genitori,a Messina. Aurelio mi chiamava di notte. Non risposi. Mi lasciava messaggi vocali.

Voce ubriaca, confusa. Tu pensi di aver vinto, non hai vinto nulla. Conosco delle persone, si occuperanno di te. Ti pentirai di esserti nata.

Hai distruttola mia vita. Mia moglie se ne è andata. I miei figli non mi conoscono. È tutta colpa tua.

Troverò un modo per vendicarmi, te lo prometto. Cancellavo i messaggi senza ascoltarli fino alla fine. Ad aprile mio padre chiese un prestito, trecentomila euro. Cercò di mettersi in proprio, importazione di vino dal continente.

Affittò un magazzino, assunse due persone, acquistò il primo lotto. Dopo tre mesi era al verde. Il vino non si vendeva. I concorrenti praticavano prezzi stracciati.

Mio padre non riusciva a reggere il confronto. Chiuse il magazzino, licenziò i dipendenti. Rimasero i debiti. Il prestito.

L’affitto. Gli stipendi. Mia madre mi chiamava ogni settimana. Non rispondevo.

Mi lasciava messaggi in segreteria. Ornella, sono la mamma. Per favore, chiamami. Dobbiamo parlare.

Papà sta male, non mangia, non dorme. Devi fermarti. Hai distrutto la famiglia. Hai distrutto tutto.

Come puoi vivere così. Cancellavo i messaggi senza ascoltarli fino alla fine. A maggio vendetti la casa in via Cavour. Era intestata alla società come bene patrimoniale.

Mio nonno l’aveva versata nel capitale sociale. Gli avvocati confermarono, tecnicamente era proprietà della società, quindi mia proprietà. La comprò una famiglia di Catania, quattrocentocinquantamila euro. Diedi ai miei genitori un mese di tempo per andarsene.

Mio padre venne in ufficio, entrò senza preavviso, spintonò la segretaria, spalancò la porta del mio ufficio. Hai venduto la nostra casa. Alzai lo sguardo dal computer. Era la casa della società.

Lì vivevano i tuoi genitori. Lì sei cresciuta. E lì mi hanno sfruttata per vent’anni. Si avvicinò alla scrivania, si chinò su di me.

Dove andremo, non abbiamo soldi, ho dei debiti. Vuoi che viviamo per strada. Prendi un appartamento. Con cosa, con la pensione di tua madre.

Sono problemi tuoi. Diede un pugno sul tavolo. Una penna cadde,e rotolò sul pavimento. Sei una stronza senza cuore.

Non hai un cuore. Non sei umana. Mi alzai,lo guardai negli occhi. Ho imparato dai migliori.

Da voi. Lui alzò il pugno. Non mi mossi. Si fermò.

Gli tremava la mano. La abbassò. Si chinò più vicino,mi sibilò in faccia. Morirai da sola.

Mi senti. Morirai in solitudine, come un vecchio cane. Nessuno verrà al tuo funerale. Nessuno ricorderà il tuo nome.

Perché tu sei un nulla. Uscì, sbatté la porta così forte che il vetro tremò. I miei genitori si trasferirono in un appartamento in affitto alla periferia di Siracusa. Due stanze al quinto piano di un condominio prefabbricato.

L’ho saputo da Federica. Mi scrisse un lungo messaggio. Mi diede la colpa di tutto. Mi descrisse come vivevano ora.

Federica divorziò a giugno. Tommaso non resse allo scandalo. I suoi soci iniziarono a rescindere i contratti quando seppero della sua relazione con la famiglia Taviani. Se ne andò, presentò i documenti.

Federica rimase senza lavoro, senza soldi. Si trasferì dai genitori. Trovò lavoro in un salone di bellezza in periferia. Lavava i capelli alle clienti per ottocento euro al mese.

L’azienda funzionava in modo più efficiente. Giorgio mise ordine nelle finanze. Assunsi una nuova direttrice commerciale, Elena Fabri. Nel primo mese portò tre grandi clienti.

Firmammo un contratto con una catena di supermercati nel continente,ottanta negozi, forniture per due anni. Poi un contratto con la Francia, cinquanta negozi. Poi con la Germania. L’utile in sei mesi crebbe del quaranta per cento.

Investii nella modernizzazione della produzione, nella pubblicità, in nuovi mercati. I giornalisti scrivevano articoli. Una donna ha salvato l’azienda di famiglia. Ornella Taviani, il nuovo volto dell’imprenditoria siciliana.

Mi invitavano a conferenze, a interviste. Rifiutai la maggior parte. Oggi è giugno. Sono seduta nello studio, proprio quello dove prima sedeva mio padre.

Una grande finestra si affaccia sul porto. Le barche dei pescatori ondeggiano sulle onde. I gabbiani gridano, volteggiano sull’acqua. Sul tavolo c’è una lettera senza busta.

La segretaria l’ha portata mezz’ora fa. Signora Taviani, una signora anziana,l’ha lasciata alla reception. Ha detto che è molto importante. Presi la lettera, riconobbi la calligrafia di mia madre.

La aprii. Ornella, ti scrivo perché non ho più nessuno a cui rivolgermi. Tuo padre è malato. Il cuore.

Il medico ha detto che serve un intervento. Quindicimila euro. Non abbiamo tutti quei soldi. Tuo fratello non può aiutarci.

È in libertà vigilata, sta pagando un debito. Ti prego, aiutaci. So che tra noi sono successe tante cose. Ma è tuo padre.

Siamo comunque una famiglia. Ti prometto che restituirò i soldi. Non appena Aurelio si sarà ripreso, restituiremo tutto. Per favore.

Rileggo la lettera una seconda volta. Poi la piego, la appoggio sul tavolo. Guardo fuori dalla finestra. Il sole sta tramontando, tingendo il mare di arancione.

Le barche si stagliano scure sullo sfondo del tramonto. I gabbiani tacciono, volano verso la riva. Prendo una penna, tiro fuori un foglio bianco. Scrivo: mamma, trasferirò i soldi per l’operazione di papà.

Non perché siete una famiglia. Non perché ti ho perdonato. Ma perché io non sono come te. Non lascerò morire una persona, anche se se lo merita.

Ma ricorda: i legami di sangue non sono una licenza per la crudeltà. Venti anni fa hai scelto chi proteggere. Eri lì accanto mentre papà rubava la mia parte. Sei rimasta in silenzio quando Aurelio mi chiamava nulla.

Mi hai insegnato a sopportare,a non farmi notare,a essere grata per quello che ho. Ora vivete con questa scelta. Questi quindicimila euro sono l’ultima cosa che riceverete da me. Non scrivetemi più.

Non chiamatemi più. Per me non esistete più. Ornella. Piego la lettera,la metto nella busta,scrivo l’indirizzo dei miei genitori.

Apro l’app della banca,trasferisco quindicimila euro. Destinataria, Giovanna Taviani. Causale, per le cure. Confermo.

Operazione completata. Appoggio il telefono sul tavolo,lo guardo. Lo schermo si spegne. Fuori dalla finestra i gabbiani gridano di nuovo.

L’ultimo raggio di sole scompare all’orizzonte. Il mare si fa scuro,diventa quasi nero. Mi alzo,prendo il cappotto dall’appendiabiti,lo indosso. Prendo la busta con la lettera.

La segretaria fa capolino nell’ufficio. Signora Taviani,le ricordo che domani alle dieci in punto c’è la riunione con i fornitori dalla Calabria. Me ne ricordo. Spedisca questa lettera tramite corriere.

Oggi. Le porgo la busta. Lei la prende,annuisce. Buona serata.

Grazie. Esco dall’ufficio,cammino lungo il corridoio verso l’ascensore. Premo il pulsante,aspetto. L’ascensore non arriva.

Sul cartello c’è scritto: fuori servizio,in riparazione. Mi dirigo verso le scale. Scendo. Quattro piani.

Per strada c’è odore di maree di pesce fritto, dalla taverna di fronte. Sento delle voci. La gente è seduta ai tavolini,cena,ride. Vado verso l’auto,apro la portiera,mi siedo.

Appoggio la borsa sul sedile del passeggero. Metto in moto. Il telefono vibra. Un numero sconosciuto.

Guardo lo schermo. Prefisso di Siracusa. Forse è mia madre che chiama da un altro telefono. O mio padre.

O Federica. Non rispondo. Rimetto il telefono nella borsa,esco dal parcheggio. Percorro via Archimede verso casa.

La strada mi è familiare. Semafori,incroci,curve. Tutto come al solito.

Guido senza voltarmi indietro.