Il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli, avvenuto nel garage di via del Ciclamino a Rimini, continua a entrare sempre più nel vivo. In Corte d’Assise l’attenzione resta tutta concentrata su Louis Dassilva, unico imputato per la morte della 78enne, mentre le nuove testimonianze stanno riportando alla luce dettagli già emersi nelle indagini ma ora riletti sotto una luce diversa.
L’udienza più recente ha ripercorso alcuni momenti chiave dell’inchiesta, partendo dagli ultimi interventi della squadra mobile che ha seguito il caso fin dall’inizio. Uno dei punti centrali riguarda la figura di Manuela Bianchi, già sentita in incidente probatorio e tornata più volte al centro degli accertamenti. Secondo quanto riferito in aula, la donna avrebbe anche chiesto di lasciare un biglietto al giudice al termine del suo interrogatorio, gesto poi acquisito agli atti.
Un altro elemento discusso riguarda i dati estratti dai dispositivi mobili. Dalle analisi, infatti, emergerebbe che alle 8.23 del 4 ottobre il cellulare di Dassilva avrebbe registrato un movimento compatibile con dei passi. Un dettaglio che gli investigatori hanno collegato alla ricostruzione dei suoi spostamenti in quella mattina, ipotizzando un rientro nell’abitazione dopo essere già stato nei sotterranei insieme a Bianchi e a un altro vicino.
Nel corso dell’udienza sono poi emerse anche alcune intercettazioni ritenute significative. In una conversazione, la moglie dell’imputato, Valeria Bartolucci, descriveva il proprio sonno come talmente profondo da non accorgersi “neanche se mi danno fuoco al letto”, una frase riportata agli atti e analizzata dagli inquirenti nel contesto più ampio delle relazioni familiari.
Più delicato ancora il contenuto di alcune conversazioni tra Dassilva e Manuela Bianchi, in cui l’uomo avrebbe fatto riferimento alla moglie spiegando che “dorme già, per questo sono uscito”. Un passaggio che gli investigatori hanno messo in relazione con la ricostruzione degli orari e dei movimenti dell’imputato.
Tra gli elementi più discussi in aula è finita anche una conversazione intercettata tra Dassilva e un connazionale in Senegal, nella quale il 35enne avrebbe chiesto informazioni su un presunto rito voodoo per “allontanare” alcuni investigatori, tra cui il pubblico ministero. Un dettaglio che ha inevitabilmente attirato l’attenzione, aggiungendo un ulteriore livello di complessità a un quadro già molto fitto di testimonianze e interpretazioni.
Il processo, intanto, prosegue tra ricostruzioni tecniche, dichiarazioni incrociate e nuove riletture degli atti. Ogni udienza sembra aggiungere un tassello, ma allo stesso tempo allargare le zone d’ombra di una vicenda che continua a dividere e a far discutere.


