Lavoravo in due posti e dormivo in una Fiat Panda nel parcheggio del supermercato, mentre i miei genitori correvano sul tapis roulant che avevano messo al posto del mio letto. Quando mio zio ha…

Lavoravo in due posti e dormivo in una Fiat Panda nel parcheggio del supermercato, mentre i miei genitori correvano sul tapis roulant che avevano messo al posto del mio letto. Quando mio zio ha...

Lavoravo in due posti e dormivo in macchina per pagarmi gli studi, mentre i miei genitori avevano trasformato la mia stanza in una palestra e avevano usato il mio fondo fiduciario per salvare la loro attività. Poi mio zio l’ha scoperto, e tutto è cambiato. La Fiat Panda puzza di plastica vecchia e di qualcosa di acido che non sono riuscita a far sparire nemmeno dopo quattro mesi. Probabilmente il precedente proprietario ci portava il cane o ci rovesciava del latte.

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Non importa. L’importante è che il sedile posteriore si abbassi quasi completamente se si tolgono i poggiatesta e si infila sotto la schiena una coperta arrotolata dell’IKEA. La sveglia del telefono suona alle 5:30. Mi sveglio prima, alle 5:15, perché ho paura di non sentirla.

Dormo in pantaloni della tuta e felpa, quindi non devo vestirmi. Esco dall’auto, mi stiro. Il parcheggio del supermercato in via Fiorelli è vuoto a quest’ora. Solo lo spazzino ogni tanto esce a fumare, ma non mi guarda.

Probabilmente pensa che sia arrivata presto per fare la spesa. La palestra dell’università apre alle 6:00. L’abbonamento è falso, €20. L’ho comprato da un ragazzo della facoltà che fa un lavoretto con Photoshop.

La tessera sembra vera, solo il cognome è di un’altra. Guarneri, studentessa del terzo anno di sociologia. Alla reception c’è una ragazza che ogni mattina sfoglia Instagram e alza a malapena lo sguardo. Passo, annuisco.

Lei annuisce in risposta senza staccare gli occhi dallo schermo. Doccia. Acqua calda, shampoo in una bottiglietta che riempio da una grande tanica nascosta nell’armadietto. Sapone, i capelli puliti sono importanti.

Se i capelli sono puliti, nessuno fa domande. Rimango sotto l’acqua più a lungo del necessario perché so che la prossima volta sarà solo domani. Arrivo a scuola verso le 8:00, la scuola privata di San Benedetto, un edificio di mattoni rossi con cancelli in ghisa, dietro i quali ci sono bambini in gilet blu e genitori in giacche costose. Insegno letteratura alle classi superiori: Dante, Petrarca, Boccaccio.

Ai ragazzi non importa, fissano i telefoni, ma fingono di ascoltare perché hanno paura dei voti. Alda Rizzone insegna matematica nell’aula accanto. Ha 43 anni, si tinge i capelli di rosso, indossa jeans e maglioni oversize, fuma in bagno, anche se è vietato. Non siamo amiche, ma qualcosa del genere.

Lei non fa domande e io non mento. In sala professori mi guarda più a lungo del solito quando tiro fuori il termos con il caffè. Per il terzo giorno di fila indosso la stessa camicetta grigia con il colletto, la lavo nel lavandino della palestra e la asciugo sul termosifone nel bagno della scuola. Alda non dice nulla, mi mette solo davanti un panino avvolto in un tovagliolo di carta.

«È di troppo», dice. «Non lo vuoi? »

Guardo il panino. Prosciutto, mozzarella, pomodoro.

«Grazie. »

«Non c’è di che. »

Lei se ne va nel suo ufficio, mentre io apro il tovagliolo e mangio lentamente in modo che mi basti fino a sera. Di giorno ho tre lezioni, poi ho una pausa fino alle 16:30.

Di solito mi siedo nella biblioteca della scuola, correggo i quaderni o faccio finta di prepararmi per le lezioni. In realtà me ne sto semplicemente seduta lì. Fa caldo, c’è silenzio e c’è una presa per il telefono. Potrei leggere, ma non ne ho voglia.

Le parole mi scivolano via, non si fermano. La sera le lezioni private. Due studenti. Un ragazzo di 14 anni che non riesce a ricordare la differenza tra un’ottava e un sonetto, e una ragazza di 16 anni che vuole superare l’esame con il massimo dei voti per entrare all’Università di Bologna.

Al ragazzo non importa, viene perché la madre paga. La ragazza si impegna, prende appunti su ogni parola, fa domande. Prendo da loro €20 l’ora. Basta per la benzina, per la spesa al supermercato: pane, formaggio, mele, a volte pasta pronta in un contenitore di plastica.

Alle 9:00 di sera vado a casa dei miei genitori. Non perché voglia vederli, è solo che nel parcheggio di fronte c’è il loro Wi-Fi. Non hanno cambiato la password da quando andavo a scuola. Ornella più l’anno di nascita di mia madre.

Parcheggio sotto un albero da dove si vede il secondo piano, la mia ex camera. La luce è accesa. Alla finestra si intravede la sagoma di mia madre sul tapis roulant. Sta correndo.

Lo schermo della TV lampeggia davanti a lei. Probabilmente un programma o una serie TV. Mio padre le passa accanto, le porge un asciugamano, lei si asciuga il viso, gli sorride. Lui dice qualcosa, lei ride.

Idillio domestico. Apro il portatile, mi connetto a internet. La posta si carica lentamente. Tre email: una newsletter della libreria, un promemoria per rinnovare l’abbonamento alla biblioteca che ormai non ho più, e una mail di mia madre.

Oggetto: cena sabato. Il testo è breve. “Livia, sabato ceneremo con Giovanna, porterà il suo nuovo ragazzo. Vieni se non sei impegnata.

Tutto qui. Niente “come va”, né “dove sei”, né “è da tanto che non ci vediamo”. Solo un invito, come se vivessi nel quartiere accanto e non in macchina nel parcheggio del supermercato. Guardo la finestra.

Mia madre è scesa dal tapis roulant. Mio padre la abbraccia per le spalle. Spengono la luce, se ne vanno. La stanza si svuota.

Cancello la mail, chiudo il portatile, lo appoggio sul sedile anteriore. Sono le 0:25, è presto per andare a letto, ma non c’è altro da fare. Il telefono è scarico a metà, lo metto in carica con l’accendisigari, abbasso il sedile posteriore, mi sdraio, mi tiro su la coperta. Fa freddo.

Novembre a Bologna è umido, gelido, il cappotto non aiuta molto. Faccio fatica ad addormentarmi. Mi sveglio al minimo rumore, alla luce dei fari delle auto che passano. Alle 4:00 del mattino mi arrendo, mi alzo.

Mancano ancora due ore alla palestra, ma alla stazione i bagni sono già aperti. Vado lì. La stazione di Bologna a quest’ora è quasi vuota. Qualche senzatetto sulle panchine, un addetto alle pulizie con lo straccio, una coppia di turisti con gli zaini in attesa del primo treno.

Vado in bagno, mi chiudo in un cubicolo, mi cambio. Jeans puliti, camicia nuova appena tolta dalla confezione. Esco verso i lavandini, mi chino, metto la testa sotto il rubinetto. L’acqua è gelata, ma non importa.

Mi lavo i capelli, li insapono due volte, li risciacquo, mi raddrizzo, stringo i capelli, mi asciugo le mani sui jeans. Nello specchio, il riflesso di un uomo è in piedi sulla porta. Mi guarda. Alto, capelli grigi, giacca di pelle.

Zio Ruggero. Mi blocco. Lui non si muove. Per una decina di secondi restiamo semplicemente lì.

Io con i capelli bagnati, lui sulla soglia, tra noi gocce d’acqua sul pavimento piastrellato. Poi si gira e se ne va, senza dire una parola. Rimango lì ancora un minuto, poi prendo dei fazzoletti di carta dal distributore. Mi asciugo i capelli, accartoccio i fazzoletti, li butto nel cestino.

Mi tremano le mani. Ruggero arriva a scuola a metà della terza ora. Sto spiegando ai diciassettenni la Divina Commedia. Mostro alla lavagna la struttura dell’Inferno, e all’improvviso la porta si apre.

La segretaria, arrossita, agitata, sussurra qualcosa al preside Gagliardi, che sta in corridoio. Gagliardi fa capolino in classe, mi guarda, annuisce. «Signora Tempesta, la aspettano. »

Guardo l’orologio.

Sono le 14:45. La lezione finisce alle 15:30. Metto via il gesso, prendo la borsa. Gli alunni si scambiano sguardi, qualcuno ridacchia.

Esco nel corridoio. Il preside Gagliardi mi guarda di traverso, le labbra serrate. Ruggero è in piedi vicino alla finestra, le mani nelle tasche della giacca di pelle, guarda nel cortile dove i bambini giocano a calcio durante la ricreazione. «Andiamo», dice senza voltarsi.

«Ho lezione. »

«La signora Tempesta oggi è libera», pronuncia Gagliardi con tono gelido. «Farò in modo che qualcuno la sostituisca. »

Ruggero si gira, guarda il preside, poi me.

«Andiamo», ripete. Lo seguo lungo il corridoio, oltre la segretaria che sta guardando dei fogli, ma arrossisce ancora di più, oltre la bacheca degli avvisi, su cui è appeso il calendario delle riunioni con i genitori. Fuori fa freddo, il vento scuote i rami spogli degli alberi. Ruggero si avvicina a un’Audi nera, apre la portiera del passeggero.

«Sali. »

Mi siedo. Lui fa il giro dell’auto, si mette al volante, accende il motore. L’abitacolo profuma di pelle e del suo profumo, qualcosa di legnoso, costoso.

Usciamo dal parcheggio della scuola, svoltiamo in via Saragozza. «Dove andiamo? »

«Prima da Norberto. »

Norberto Scarsella.

Ricordo quel nome, lo zio lo ha menzionato diverse volte. È il suo avvocato, l’uomo che gestisce tutti gli affari di Ruggero. L’ufficio è da qualche parte in centro, in via Indipendenza, se la memoria non mi inganna. Ruggero tace per tutto il tragitto.

Non accende la musica, non fa domande, si limita a guidare. Io guardo fuori dal finestrino. Bologna scorre davanti ai miei occhi. Facciate rosse, portici, ciclisti, turisti con le mappe.

L’ufficio si trova al terzo piano di un vecchio edificio. L’ascensore è stretto e cigolante. La targhetta sulla porta recita: “Studio legale Scarsella”. La segretaria, una donna sulla cinquantina in tailleur austero, ci accoglie con un cenno del capo e ci accompagna nell’ufficio.

Norberto Scarsella si alza dalla scrivania. Alto, magro, capelli grigi pettinati all’indietro, occhiali dalla montatura sottile. La stretta di mano è secca, breve. «Signora Tempesta, si sieda, prego.

»

Mi siedo sulla poltrona di fronte alla scrivania. Ruggero rimane in piedi vicino alla finestra, guardando fuori. Norberto apre una cartella, ne estrae alcuni fogli e li dispone davanti a me. «Il suo fondo fiduciario», dice, «è stato istituito da sua nonna, Elenina Baldovino, nel 2003.

Al momento della costituzione l’importo ammontava a €250. 000. Secondo i termini, il fondo è stato gestito da un amministratore fiduciario fino al suo trentesimo compleanno. »

Guardo i documenti, cifre, firme, timbri.

«Nel 2010 lei ha firmato una procura a favore di sua madre, Ornella Tempesta, concedendole pieno accesso alla gestione del fondo. »

Me lo ricordo. Avevo 22 anni, stavo partendo per Roma per il dottorato. Mia madre disse che così sarebbe stato più semplice, che avrebbe tenuto d’occhio i soldi, li avrebbe investiti in qualcosa di sicuro affinché crescessero.

Ho firmato senza leggere. Mi fidavo. «Ad oggi», continua Norberto, «sul conto del fondo sono rimasti €3. 800.

»

Sbatto le palpebre. «Cosa? »

«€3. 800.

Il resto dei fondi è stato prelevato nel periodo compreso tra il 2011 e il 2017. I bonifici sono stati effettuati sul conto della fabbrica tessile dei tuoi genitori. »

Gira il foglio, mostra una tabella. Date, importi: 20.

000 nel 2011, 35. 000 nel 2013, 40. 000 nel 2015, e così via anno dopo anno, finché non è rimasto quasi nulla. «Dal punto di vista legale», dice Norberto, «è tutto in regola.

La procura dà a tua madre il diritto di disporre dei fondi a sua discrezione. Contestarlo è estremamente difficile. »

Guardo le cifre. €250.

000. I soldi della nonna, che ha messo da parte per tutta la vita lavorando come sarta. I soldi che avrebbero dovuto aiutarmi con gli studi, con la casa, con il futuro. «I tuoi genitori», aggiunge Norberto seccamente, «sono molto ottimisti riguardo alla restituzione dei fondi.

»

Ruggero si allontana dalla finestra. «Hanno intenzione di restituirli? »

Norberto alza le spalle. «La fabbrica è sull’orlo del fallimento.

I debiti superano le attività. Una restituzione è improbabile. »

Appoggio le mani sulle ginocchia, stringo le dita. Non è rabbia, è solo vuoto.

Come se qualcosa che sapevo, ma non volevo ammettere, fosse finalmente diventato realtà. Ruggero tira fuori il telefono, compone un numero, aspetta, poi dice: «Ornella, sono io. Oggi vengo con Livia. Prepara per le 4:00.

Alle 8:00 di sera. »

Pausa. «Non si discute. »

Riattacca.

La casa dei miei genitori ha lo stesso aspetto di sempre. Un edificio a due piani in via Castelmaggiore, facciata color crema, persiane verdi, portico con due vasi di gerani. Lo vedo ogni sera dal parcheggio, ma non entro da tre mesi. Ruggero parcheggia davanti al cancello, spegne il motore.

«Sei pronta? »

Non rispondo. Scendo dall’auto. Mia madre apre la porta prima ancora che riusciamo a suonare.

È vestita con cura, maglione beige, pantaloni scuri, capelli in ordine. Sorride in modo forzato. «Ruggero, Livia, entrate, la cena è quasi pronta. »

Dentro c’è profumo di carne stufata e rosmarino.

In cucina papà taglia il pane, ci guarda, annuisce. «Ciao, Livia. »

«Ciao. »

Ci sediamo a tavola.

La madre si affaccenda, sistema i piatti, versa il vino. Ruggero tace, guarda il piatto. Il padre mastica il pane, guarda fuori dalla finestra. «Come va il lavoro, Livia?

» chiede la madre sedendosi. «I bambini vanno bene a scuola? »

«Normale. »

«E Giovanna ha chiamato l’altro giorno, sai?

Ora lavora in quella ditta che si occupa di interior design. Dice che si è sistemata molto bene. Magari dovresti parlarle, chissà se hanno qualcosa. »

«Ornella», la interrompe Ruggero.

«Dove sono i soldi del fondo di Livia? »

La mamma si blocca con la forchetta in mano. Il sorriso si congela, poi svanisce lentamente. «Ruggero, ne abbiamo già parlato?

»

«Io non ne ho discusso. Sto chiedendo. »

La madre posa la forchetta, si raddrizza. «Lo sai.

La fabbrica. Gli ultimi anni sono stati difficili. Avevamo bisogno di sostegno. Pensavamo fosse una cosa temporanea.

Li restituiremo. »

«Sei anni di temporaneo. »

Il padre annuisce verso il piatto senza alzare lo sguardo. «Tornerete», dice la madre con tono più deciso.

«Non appena la fabbrica tornerà in attivo. »

Ruggero la guarda a lungo. «La fabbrica sta fallendo. »

La madre sbatte le palpebre.

«Non è vero. Possiamo ancora…»

«La fabbrica sta fallendo, Ornella. I debiti sono più di quanto potrete mai restituire. E tu lo sai.

»

Silenzio. Poi la madre passa all’offensiva. La voce diventa più tagliente. «Siamo una famiglia, Ruggero.

Una famiglia si aiuta a vicenda. Livia lo capisce, vero Livia? L’abbiamo fatto per l’azienda di famiglia, per il futuro. »

Io taccio, guardo il piatto, il pezzo di carne che si raffredda nel sugo.

«Per il futuro di chi? » chiede Ruggero. La madre non risponde. Il padre mastica lentamente, guarda di lato.

«E la stanza di Livia? » continua Ruggero. «Perché c’è un tapis roulant lì? »

La mamma fa un gesto con la mano, come per scacciare una mosca.

«Lei non vive qui. A che serve quello spazio vuoto? Ci serviva un posto per la palestra. Io e Tiziano ci teniamo in forma.

Il medico ha detto…»

«L’ho chiesto io», dico a bassa voce. Tutti mi guardano. «Cosa? » ripete la madre.

«Ho chiesto di poter vivere qui quattro mesi fa. Avete detto che non c’era posto. »

La madre sbatte le palpebre. «Livia, sei grande!

Hai un lavoro, puoi affittare…»

«Vivo in macchina», la interrompo. «Da quattro mesi, in una Fiat Panda nel parcheggio del supermercato in via Fiorelli. »

Silenzio. Mio padre si blocca con un pezzo di pane in mano.

Mia madre mi guarda, poi ride. Una risata breve, nervosa. «Cosa? Livia, non essere drammatica.

Hai sempre potuto…»

«Ve l’ho chiesto», ripeto. «Avete detto che non avevate posto. »

«Pensavamo che avresti trovato qualcosa di tuo», dice mio padre a bassa voce, senza alzare lo sguardo. «Sei intelligente, istruita.

Pensavamo…»

La voce si spegne. Guarda di nuovo nel piatto. Ruggero si alza, getta il tovagliolo sul tavolo. Cade sul bordo del piatto di mia madre, assorbendo la salsa.

«Andiamo, Livia. »

Mi alzo. Mia madre balza in piedi. «Dove andate?

Non abbiamo ancora finito di cenare. Possiamo discutere di tutto, Livia. Non capisco perché tu…»

Ruggero sta già uscendo dalla cucina. Io lo seguo.

La madre ci segue, la voce diventa più forte, più isterica. «Esagerate sempre tutto, Ruggero. Sei sempre stato così. Hai sempre fatto di una mosca un elefante, e ora stai mettendo Livia contro di noi.

Siamo i suoi genitori, abbiamo fatto di tutto per lei. »

Ruggero apre la porta d’ingresso. L’aria fredda irrompe in casa. Esco in veranda, sento la madre gridare ancora qualcosa, ma le parole si confondono.

La porta si chiude con uno scatto. Ruggero mi ha proposto di restare da lui per qualche giorno. L’appartamento è in via Saragozza, al terzo piano, due piani sopra il ristorante. Dalle finestre si vede l’università.

La camera degli ospiti è piccola: un letto, un armadio, un tavolo. Ha detto che posso restare quanto voglio. Poi è andato nel suo studio e ha chiuso la porta. Vivo qui già da una settimana.

Vado al lavoro, torno a casa, preparo la cena per due, anche se Ruggero mangia spesso nel suo studio davanti al computer. Non parliamo quasi mai. Lui non fa domande. Io non do spiegazioni.

Questo va bene a entrambi. Mercoledì sera arriva una telefonata da mia madre. Non rispondo. Poi un SMS: “Livia, dobbiamo parlare urgentemente.

” Non rispondo. Un’ora dopo, un’altra telefonata. Questa volta da mio padre. Non rispondo neanche a quella.

Il giorno dopo, Alda mi chiede in sala professori: «Che cosa è successo con i tuoi genitori? »

La guardo. «Come lo sai? »

«Ieri sera mia madre mi ha chiamato sul cellulare.

Mi ha chiesto dove fossi. Diceva che non rispondevi alle chiamate. Le ho detto che non lo sapevo. »

«Grazie.

»

Alda alza le spalle, tira fuori una sigaretta, la rigira tra le dita, ma non la accende. A scuola non si può. «Cosa vogliono? »

«Non lo so.

E non voglio saperlo. »

Mi guarda a lungo, poi annuisce. «Capisco. »

Venerdì mattina chiama Ruggero.

Ha la voce stanca. «Ornella ha chiamato di nuovo. La fabbrica sta fallendo ufficialmente. Il processo è fissato per la prossima settimana.

»

«E cosa vuole? »

«Soldi. Come al solito. »

Pausa.

«Ho detto di no», aggiunge lui. «Per la prima volta in vent’anni, ha riattaccato. »

Non so cosa rispondere. Dico solo: «Va bene.

»

«Verrà da te», mi avverte. «Preparati. »

Arrivano sabato alle 11 del mattino. Bevo un caffè nella cucina di Ruggero.

Leggo un articolo sul giornale che parla di una mostra alla Galleria Nazionale. Suonano alla porta. Ruggero mi guarda, alza un sopracciglio. Mi alzo, vado ad aprire.

Mamma e papà sono sulla soglia. Mamma ha un cappotto blu scuro di lana con un ampio colletto. Ricordo quel cappotto, l’ha comprato due anni fa. Allora disse di averlo trovato in saldo, ma io avevo visto il cartellino del prezzo nella sua borsa: €600.

Papà indossa un completo grigio, al polso un orologio d’oro massiccio, un regalo del consiglio di amministrazione della fabbrica per i trent’anni di servizio. «Livia», dice mamma, la voce le trema, «dobbiamo parlare. »

Mi faccio da parte, li faccio entrare. Mia madre attraversa il soggiorno, si guarda intorno, si siede sul divano.

Mio padre rimane in piedi sulla soglia. «Dov’è Ruggero? » chiede mia madre. «In cucina.

»

«Possiamo parlare da soli? »

«No. »

Mia madre stringe le labbra. Prendo il telefono.

Scrivo ad Alda: “Puoi venire? I miei sono qui. ” Lei risponde dopo un minuto: “Sto uscendo. ”

Restiamo seduti in silenzio.

La madre guarda fuori dalla finestra. Il padre osserva il quadro appeso alla parete, un’opera astratta, strisce blu e grigie. Ruggero esce dalla cucina con una tazza di caffè, si siede su una poltrona e guarda la sorella. Alda arriva venti minuti dopo.

Suona il campanello, io apro, lei entra, mi fa un cenno con la testa, passa in salotto, si siede accanto a me sul divano di fronte ai miei genitori. Mia madre la guarda. «È una conversazione di famiglia. »

«Ho chiesto ad Alda di restare», dico.

Mia madre apre la bocca. Poi la richiude. Mio padre guarda il pavimento. «Livia», inizia mia madre, e la sua voce trema sempre di più.

«La fabbrica sta chiudendo. Fallimento. Perderemo tutto. »

Non rispondo.

«Abbiamo dei debiti», continua lei. «Gli operai non vengono pagati da tre mesi. Hanno fatto causa. Rischiamo…

Tiziano potrebbe essere perseguito penalmente. »

Mio padre sussulta, ma non alza lo sguardo. «Abbiamo bisogno del tuo aiuto», dice mia madre. «Abbiamo bisogno della tua firma sui documenti.

Ristrutturazione dei debiti. Se firmi, potremo posticipare i pagamenti. Avremo tempo. »

«Tempo per cosa?

» chiedo. La madre sbatte le palpebre. «Cosa? »

«Tempo per cosa?

Per contrarre nuovi debiti? »

«Livia, non fare così. Siamo i tuoi genitori. Ti chiediamo aiuto.

»

«L’avete chiesto sei anni fa», dice Ruggero dalla poltrona. «Livia vi ha aiutato. Avete preso tutti i soldi del suo fondo. »

La madre balza in piedi.

«Era un investimento nell’azienda di famiglia. Avevamo intenzione di restituirlo. »

«Ma non l’avete fatto», dico io. Mia madre mi guarda, gli occhi lucidi.

Poi si risiede, tira fuori un fazzoletto, se lo preme sugli occhi, piange. È la prima volta da anni che la vedo piangere. «Livia, perderemo la casa. Tutto.

Non ci resterà più nulla. »

Mio padre finalmente alza lo sguardo, mi guarda. «Siamo i tuoi genitori», dice a bassa voce. «Non puoi voltarci le spalle.

»

Li guardo. Mia madre con un cappotto costoso, comprato con i soldi del mio fondo. Mio padre con un orologio d’oro, un regalo per i trent’anni di lavoro in una fabbrica che ha rovinato la nonna. Sono seduti sul divano nell’appartamento di mio zio, perché io non ho un appartamento mio.

Perché per quattro mesi ho vissuto in macchina, mentre loro correvano sul tapis roulant nella mia stanza. «Non mi volto dall’altra parte», dico. «Smetto semplicemente di girarmi. »

Mia madre fa cadere il fazzoletto.

«Cosa? »

«Non firmerò i documenti. »

Mia madre balza in piedi. Il viso arrossisce.

«Il sangue non è acqua. Siamo una famiglia. Abbiamo fatto di tutto per te. »

Mi viene quasi da ridere.

Il suono è strano, breve. «Per me avete dimenticato il mio compleanno per tre anni di fila, nel 2016, nel 2017 e nel 2018. Aspettavo una telefonata. Non avete chiamato.

»

Mia madre sbatte le palpebre. «Eravamo occupati. La fabbrica. »

«Voi non sapete dove lavoro.

»

«Certo che lo sappiamo. A scuola. »

«In quale? »

Silenzio.

«Come si chiama? » insisto. Mia madre apre la bocca, la richiude. «La scuola di San Benedetto», dico.

«Lavoro lì da quattro anni. »

Mio padre distoglie lo sguardo. «Avete trasformato la mia stanza in una palestra mentre discutevo la tesi», continuo. «Vi ho chiamato quel giorno.

Vi ho detto che avevo discusso la tesi. Mi avete fatto i complimenti. Avete detto che eravate orgogliosi. E una settimana dopo sono arrivata e ho visto il tapis roulant al posto del mio letto.

»

Mia madre si siede lentamente. «Pensavamo che non fosse importante per te», dice mio padre a bassa voce. «Sei indipendente, autosufficiente. Non hai bisogno di quella stanza.

»

«Pensavate che non me ne sarei accorta», dico. Silenzio. La madre guarda il pavimento, il padre fuori dalla finestra. Ruggero finisce il caffè, posa la tazza sul tavolo.

«È ora che ve ne andiate», dice lui. Mia madre si alza lentamente, come una vecchia. Mio padre la segue. Si dirigono verso la porta.

Mia madre si ferma sulla soglia, si volta. «Te ne pentirai», dice. «Quando non ci saremo più, te ne pentirai. »

«Forse», rispondo.

«Ma adesso. »

La porta si chiude. Alda si alza, va sul balcone, si accende una sigaretta. Io sono seduta sul divano, guardo la porta chiusa.

«Venderanno la casa», dice Alda dal balcone. «Va bene», rispondo. Ruggero va in studio senza dire una parola. Tra un mese, mio padre va a processo.

Mancato pagamento degli stipendi. Violazione della legislazione sul lavoro. Due anni con la condizionale, una multa di €50. 000.

La notizia arriva da Alda, l’ha letta sul giornale locale. Dopo altre due settimane, la casa viene venduta. Lo scopro per caso passando di lì. Sul cancello c’è un cartello: “Venduto”.

I nuovi proprietari stanno già cambiando le persiane, le dipingono di bianco. I miei genitori si trasferiscono in periferia, in un appartamento in via Lazzaretto. Non so quale, e non lo chiedo. L’SMS di mia madre arriva la sera del giorno in cui si trasferiscono.

Il telefono vibra sul tavolo. Guardo lo schermo. “Spero che tu stia bene, mentre noi perdiamo tutto. ” Leggo il messaggio fino a metà.

Poi premo “elimina” senza finire di leggerlo. Il direttore Gagliardi mi chiama nel suo ufficio alla fine di aprile. So già cosa succederà ancora prima di sedermi sulla sedia di fronte alla sua scrivania. «Signora Tempesta», esordisce, incrociando le mani sul tavolo.

«Lei lavora nella nostra scuola da quattro anni. Ho sempre apprezzato la sua professionalità. »

Pausa. Aspetto.

«Ma negli ultimi due mesi, i genitori si lamentano. Dicono che sembri stanca durante le lezioni, che ti distrai. Un genitore ha detto che ti sei dimenticata del compito in classe che avevi promesso di restituire una settimana fa. »

Me ne sono dimenticata.

I quaderni sono ancora nella borsa, non corretti. La penna rossa è sperduta da qualche parte sul fondo, insieme a uno scontrino del supermercato e a un torsolo di mela secco. «Capisco che tutti attraversino periodi difficili», continua Gagliardi. «Ma la scuola è reputazione.

I genitori pagano un sacco di soldi per la qualità dell’istruzione. »

«Mi darò da fare», dico. Lui scuote la testa. «Temo che non rinnoveremo il suo contratto per il prossimo anno.

La decisione è già stata presa. »

Lo guardo. Lui guarda i fogli sulla scrivania. «Può finire l’anno, se vuole.

Oppure andarsene adesso. Le pagheremo un’indennità per le settimane rimanenti. »

«Finirò il contratto», dico. Lui annuisce senza alzare lo sguardo.

Alda lo viene a sapere lo stesso giorno. Entra in classe da me dopo la lezione, chiude la porta. «Te l’ha detto Gagliardi? »

«Sì.

»

Si siede su un banco, tira fuori una sigaretta, la rigira tra le dita. «Che stronzo. »

«Ha ragione. Non ce la faccio.

»

«Perché? Vivi da Ruggero, non dormi la notte…»

«Non mi preoccupo per i miei genitori. »

Alda mi guarda a lungo. «Va bene.

»

Si alza, va verso la porta, si ferma. «Se succede qualcosa, chiama. »

«Va bene. »

Il giorno dopo dimentico di mettere la sveglia e mi sveglio alle 7:45.

La lezione inizia alle 8:00. Esco di corsa dall’appartamento di Ruggero con quello che avevo addosso per dormire. Camicia sgualcita, i jeans di ieri. Mi raccolgo i capelli in una coda al volo, senza guardarmi allo specchio.

Entro di corsa a scuola alle 8:10. Gagliardi è in corridoio, guarda l’orologio, poi me. Non dice una parola, scuote semplicemente la testa e se ne va. Tengo la lezione su Petrarca.

Spiego i sonetti, ma confondo i numeri. Parlo del sonetto 126, ma alla lavagna scrivo 162. Una studentessa in prima fila, una secchiona con delle treccine ordinate, alza la mano. «Signora Tempesta, ha scritto male.

»

Guardo la lavagna. Ha ragione. Cancello, riscrivo. Il gesso si sbriciola tra le dita.

«Scusate. »

Verso la fine della lezione, dimentico di cosa stavo parlando all’inizio. Sono in piedi davanti alla lavagna e guardo i miei appunti. Frammenti di frasi, pensieri incompiuti.

Gli studenti si scambiano sguardi. Qualcuno ridacchia in fondo alla classe. «Per oggi è tutto», dico. «Leggete i sonetti dal 20 al 30 per la prossima volta.

»

Se ne vanno in fretta, con rumore, con sollievo. Perdo i miei allievi uno dopo l’altro. Prima il ragazzo: sua madre chiama, dice che hanno trovato un altro insegnante. «Grazie di tutto.

» Una settimana dopo, la ragazza: suo padre mi manda un SMS. “Signora Tempesta, apprezziamo il suo lavoro, ma Chiara dice che spesso si distrae durante le lezioni. Abbiamo deciso di provare con un altro tutor. ” Rispondo: “Capisco.

Grazie. ” Lui non risponde. Rimane un solo allievo, un ragazzo di 16 anni che ha bisogno di recuperare in letteratura in vista degli esami. Ci vediamo due volte a settimana, €20 l’ora.

All’ultima lezione arrivo con un quarto d’ora di ritardo, dimenticandomi che avevamo deciso di incontrarci al bar in via Zamboni e non in biblioteca. Lui è seduto a un tavolino con lo sguardo fisso sul telefono. Quando mi avvicino, alza gli occhi e mi squadra con aria valutativa. Indosso la solita camicetta grigia per il quarto giorno di fila.

C’è una macchia di caffè sulla manica che ho cercato di lavare nel lavandino e che ho solo spalmato. I capelli non sono lavati, raccolti in uno chignon disordinato. Ho le occhiaie. «Mi scusi», dico.

«Ho sbagliato stanza. »

Lui annuisce, apre il libro di testo. Facciamo lezione per 40 minuti invece che per un’ora, perché lui deve andare. Mi paga €20 come al solito, ma non scrive più.

€40 a settimana non bastano nemmeno per la benzina. Ruggero parte per la Germania all’inizio di maggio, una trasferta di tre settimane. Prima di partire mi dice: «Resta qui quanto vuoi. Le chiavi sono sulla mensola.

»

«Grazie. »

Mi guarda, vuole dire qualcosa, ma non parla. Annuisce e se ne va. La prima settimana me la cavo.

Vado al lavoro, faccio lezione, torno nell’appartamento vuoto di Ruggero, preparo la cena, mangio da sola, lavo i piatti, vado a letto alle 10:00 di sera, mi sveglio alle 6:00 del mattino. La seconda settimana qualcosa si rompe. Mi sveglio alle 4:00 del mattino e non riesco a riaddormentarmi. Sono sdraiata, guardo il soffitto, penso ai numeri.

€250. 000. Sei anni. Il tapis roulant.

L’orologio d’oro. Il cappotto blu scuro. A scuola dimentico cosa stavo dicendo cinque minuti prima. Spiego la struttura della Divina Commedia, i nove cerchi dell’Inferno, ma mi confondo nell’ordine.

Dico che i traditori sono nel secondo cerchio. Gli studenti guardano nei libri di testo, scuotono la testa. «È il nono cerchio. »

Lo so.

L’ho saputo per tutta la vita. Ma ora, in piedi davanti alla lavagna con il gesso in mano, non riesco a ricordarlo. «Scusate», dico. «Il nono.

Certo. »

Lo riscrivo alla lavagna. Il gesso si spezza, una metà cade sul pavimento, rotola verso il primo banco. Nessuno la raccoglie.

Gagliardi mi chiama di nuovo in ufficio. «Signora Tempesta, forse dovrebbe andarsene prima. Le pagherò l’intero risarcimento. »

«No», dico.

«Finirò il lavoro fino alla fine di maggio. »

Lui sospira. «Come vuole. »

L’ultimo allievo se ne va a metà della seconda settimana.

Sua madre chiama, dice che il figlio si lamenta: sono arrivata con 20 minuti di ritardo all’ultima lezione, avevo un aspetto trasandato. «Mi scuso», dico. «Non succederà più. »

Lei risponde: «Abbiamo già trovato un altro insegnante.

Grazie. »

Riattacca. Ora solo la scuola, lo stipendio a fine mese, l’ultimo: €1. 200.

Basteranno per un mese di affitto di una stanza, se trovo qualcosa di economico, o per due mesi di spesa, se risparmio. L’appartamento di Ruggero mi sembra troppo grande, troppo silenzioso. Vado da una stanza all’altra senza sapere cosa fare. Mi siedo sul divano, guardo fuori dalla finestra, mi alzo, vado in cucina, mi verso dell’acqua, non bevo, torno in camera, mi sdraio sul letto, provo a leggere, ma le parole non si uniscono in frasi.

Apro il portatile, guardo gli annunci di affitti. Una stanza in via Saffi, €500 al mese più le spese. Una stanza in via del Prato, €450 senza mobili. Un monolocale in periferia, €600.

Chiudo il portatile. Esco sul balcone. Bologna è là sotto, tetti rossi sotto il cielo della sera. Le torri degli Asinelli e della Garisenda spuntano come dita storte.

Le cupole delle chiese sono arrotondate e pesanti. I portici si snodano lungo le strade come corridoi infiniti. Sotto di essi la gente cammina al riparo dalla pioggia, dal sole, da tutto. Gli studenti si muovono a frotte verso l’università, ridono, fumano mentre camminano.

I turisti consultano le mappe, fotografano la fontana di Nettuno. Da qualche parte suonano le campane. La funzione serale a San Petronio. La città vive, respira, non mi nota.

Sono in piedi sul balcone di un appartamento estraneo e mi sento un fantasma. Alla terza settimana capisco che non posso restare qui. Questo non fa per me. È l’appartamento di Ruggero, il suo spazio, la sua pietà.

Ogni cosa qui mi ricorda che sono un’estranea. La sua macchina del caffè, i suoi libri sugli scaffali, le sue foto alle pareti: viaggi, incontri, una vita a cui non partecipo. Raccolgo le mie cose: due borse, vestiti, portatile, documenti. Lascio un biglietto sul tavolo della cucina.

“Grazie. Le chiavi sono sulla mensola. ” Esco, chiudo la porta in silenzio, come se avessi paura di svegliare qualcuno, anche se nell’appartamento non c’è nessuno. La Panda è nel solito parcheggio dove l’ho lasciata due mesi fa.

Apro la portiera, mi siedo dentro. C’è odore di polvere e di chiuso. Metto in moto, vado al parcheggio del supermercato in via Fiorelli, un posto familiare. Il sedile posteriore si reclina come prima.

La coperta dell’IKEA è rigida come sempre. La notte è fredda come sempre. Mi sveglio alle 6:00 del mattino per il freddo. A maggio a Bologna fa ancora fresco la mattina, specialmente in macchina.

La palestra per studenti è chiusa, vacanze estive, riapre solo a settembre. Vado alla stazione. Bagno pubblico, acqua fredda, asciugamani di carta. La donna al lavandino accanto mi guarda di traverso, si gira dall’altra parte e se ne va in fretta.

A scuola manca una settimana alla fine dell’anno. Svolgo lezioni in modo automatico, pronuncio le parole senza sentirle, scrivo alla lavagna senza vedere le lettere. Gli alunni tacciono, guardano i telefoni. Alcuni non fingono nemmeno di ascoltare.

Martedì arrivo in classe e mi rendo conto di aver dimenticato di portare il libro di testo. Sono in piedi davanti al tavolo, guardo il piano vuoto, cerco di ricordare dove sia. In macchina? Nella borsa?

L’ho perso da qualche parte. «Signora Tempesta? » chiede una ragazza in prima fila. «Sì.

Scusate. Aprite a pagina 123. »

Lo aprono. Conduco la lezione a memoria, ma mi confondo nelle citazioni.

Chiamo i personaggi con nomi sbagliati. Gli alunni si scambiano sguardi, ma tacciono. Mercoledì Alda mi si avvicina in sala professori. «Hai un aspetto terribile», dice.

«Grazie. »

«No, sul serio. Hai mangiato oggi? »

«Non me lo ricordo.

Probabilmente no. »

Tira fuori una mela dalla borsa e la mette davanti a me. «Mangia. »

Prendo la mela, ne addento un pezzo.

È acida, fresca. La mastico lentamente. «Dove vivi adesso? » mi chiede Alda.

«Da Ruggero. »

Mi guarda a lungo, poi annuisce. «Va bene. »

Non le dico la verità.

Non voglio che inizi a dispiacersi per me. L’ultimo giorno è venerdì. Gagliardi mi chiama, mi consegna una busta. «Indennità per maggio e giugno.

L’importo completo. »

«Grazie. »

«Buona fortuna, signora Tempesta. »

Non mi porge la mano, non sorride.

Si limita ad annuire e a voltarsi verso le sue carte. Esco dalla scuola, mi siedo nella Panda, apro la busta. €2. 400 in contanti.

Conto due volte per assicurarmene. Attraverso il centro di Bologna passando per Piazza Maggiore. I turisti si affollano intorno alla fontana del Nettuno, si scattano foto, ridono. Gli studenti siedono sui gradini della Basilica di San Petronio con libri e panini.

I venditori di gelati invitano i clienti. La città è piena di vita, rumore, movimento. Passo di lì, invisibile. Parcheggio vicino al supermercato.

Entro, prendo pane, formaggio, acqua, mele. €23. Ne restano €2. 377.

Parcheggio nello stesso parcheggio, mangio pane e formaggio, bevo acqua, guardo fuori dal finestrino. La gente entra nel supermercato, esce con le borse della spesa. Una donna con due bambini carica la spesa nel bagagliaio. I bambini ridono, litigano per un sacchetto di biscotti.

Un uomo in giacca e cravatta parla al telefono, sorride, sale in macchina. Persone normali con vite normali. Di notte non dormo. Sono sdraiata sul sedile posteriore, guardo il soffitto dell’auto.

Conto. €2. 377. L’affitto di una stanza: almeno €400 al mese.

Cibo: €200. Benzina: €100. Telefono: €30. Internet: €25.

Restano €162 per tre mesi. Poi più niente. Conto di nuovo, cercando un modo per far durare i soldi. Forse se mangio meno.

Forse se stacco il telefono. Forse se trovo una stanza a €300. Le cifre non cambiano. La mattina esco a cercare lavoro.

Entro in un bar in via Ugo, chiedo se hanno bisogno di camerieri. Il responsabile, un ragazzo giovane con un tatuaggio sul collo, mi guarda, scuote la testa. «Siamo al completo. » Entro in una libreria in via dell’Indipendenza.

La donna dietro il bancone sorride gentilmente. «Lasci il curriculum, la chiameremo se si libera qualcosa. » So che non chiameranno. Entro in una biblioteca, in due negozi di abbigliamento, in una farmacia.

Ovunque la stessa risposta. Nessun posto. Verso l’ora di pranzo torno alla macchina, mi siedo, chiudo gli occhi. Il telefono squilla.

«Alda? »

«Dove sei? »

«Nel parcheggio. »

«Quale parcheggio?

»

Non rispondo subito. «Livia, dove sei? »

«Via Fiorelli. »

Pausa.

Una lunga pausa. «Sei tornata alla macchina? »

«Sì. »

La sento espirare.

«Dio mio. Resta lì. Arrivo. »

Riattacca.

Alda arriva dopo 40 minuti. Parcheggia accanto. Esce, bussa al finestrino della Panda. Apro la portiera.

«Esci. »

«Alda…»

«Esci, ho detto. »

Esco. Mi guarda.

Capelli sporchi, camicia sgualcita, occhiaie. Indosso gli stessi vestiti di ieri e dell’altro ieri. «Maledizione», dice a bassa voce. «Sali in macchina.

»

«Dove? »

«Da me. »

«Non voglio…»

«Sali prima che ti trascini fuori a forza. Non voglio.

Non mi interessa cosa vuoi. Sali. »

Mi siedo. Lei accende il motore, parte senza guardarmi.

L’appartamento di Alda è in via Mazzini, quarto piano senza ascensore. Saliamo a piedi, io mi affanno al terzo piano. Alda apre la porta. Una stanza, cucina, bagno.

Il divano vicino alla finestra, il tavolo ingombro di carte, libri sugli scaffali fino al soffitto. C’è odore di caffè e sigarette. «Sdraiati», dice, indicando il divano. Mi sdraio.

Mi copre con una coperta pesante di lana che profuma di detersivo. Va in cucina. La sento mettere su il bollitore, aprire il frigo, tirare fuori qualcosa, tagliare sul tagliere. Chiudo gli occhi.

Mi sveglio quando fuori dalla finestra è buio. Alda è seduta al tavolo, controlla i quaderni. La luce della lampada da tavolo cade sulle sue mani, sulla penna rossa con cui scrive i commenti. Mi guarda.

«Mangia», dice, indicando il piatto sul tavolo. Mi alzo, mi siedo a tavola. Pasta al pomodoro, pane, acqua. Mangio lentamente.

Alda tace, scrive qualcosa sul quaderno. «Grazie», dico. Sta zitta. Mi sdraio di nuovo sul divano.

Alda lavora fino a mezzanotte, poi va in camera da letto e chiude la porta. Sono tre giorni che sto sul divano. Non piango, guardo semplicemente il muro. Conto le crepe sul soffitto.

17. Ascolto i rumori della strada: le auto, le voci, l’abbaiare di un cane da qualche parte là sotto. Alda esce la mattina, torna la sera, lascia il cibo sul tavolo, non fa domande. A volte si siede sulla poltrona vicino alla finestra, fuma, mi guarda.

«Vuoi parlare? » mi chiede una volta. «No. »

Lei annuisce, spegne la sigaretta.

Il quarto giorno mi sveglio per un rumore. Alda mi lancia una cartellina. Spessa, blu, con il logo della casa editrice: un libro stilizzato, il nome “Antica” in lettere dorate. La cartellina mi cade sulla pancia.

È pesante. «Che cos’è? »

«La casa editrice Antica. Recensioni di manoscritti da remoto.

Pagano €500 a recensione, in media due recensioni al mese. Ruggero conosce il direttore. »

Guardo la cartella senza toccarla. «Non voglio la sua pietà.

»

Alda si siede sul bordo del divano, mi guarda. Ha il viso stanco, le occhiaie sotto gli occhi. Dorme male, la sento camminare in cucina di notte. «Non è pietà.

È un lavoro. Un vero lavoro che puoi fare. Prendilo o crepa in macchina, a me non importa. »

Mente, ovviamente.

Vedo le sue mani tremare mentre si accende una sigaretta. L’ho vista ieri sul balcone che piangeva, pensando che dormissi. Apro la cartella. Il contratto, le condizioni, alcuni esempi di recensioni.

Leggo lentamente. €500 per una recensione di 3. 000 parole. Scadenza: due settimane.

Argomenti: narrativa, saggistica, traduzioni. Requisiti: analisi della trama, dello stile, del potenziale pubblico, consigli di revisione. Guardo Alda. «Da dove conosce il direttore?

»

«Ruggero? Hanno studiato insieme. Non importa. L’importante è che sia vero.

»

Rileggo il contratto, poi ancora. Cerco il trucco, ma non c’è. Un normale contratto di lavoro, condizioni standard. «Perché mi assumono?

Non ho esperienza come recensore. »

«Hai un dottorato di ricerca. Hai insegnato letteratura per quattro anni. Non è sufficiente?

»

Guardo l’ultima pagina, la riga per la firma. Prendo la penna dal tavolo. Alda mi porge la cartellina, la tiene ferma mentre scrivo. Firmo.

La penna lascia una linea troppo spessa. L’inchiostro si sbava sulla carta. L’appartamento in via Ferrarese è piccolo. Due stanze, cucina, bagno.

Periferia di Bologna, un quartiere dove vivono studenti e pensionati, dove la sera è tranquillo e la mattina profuma di pane fresco dal panificio al piano terra. L’affitto è di €420 al mese, spese incluse. Ho firmato il contratto un anno fa, a giugno, due settimane dopo aver iniziato a lavorare per la casa editrice. Ho impiegato tre settimane, invece di due, per scrivere la prima recensione: un romanzo su una famiglia di emigranti in Argentina, scritto male, con dialoghi deboli e un finale prevedibile.

Ero seduta alla scrivania di Alda. Fissavo lo schermo vuoto del portatile senza sapere da dove cominciare. Alda mi ha portato il caffè e si è seduta accanto a me. «Scrivi semplicemente quello che pensi.

»

«Penso che sia brutto. »

«Allora scrivi perché è brutto e come si può sistemare. »

Ho scritto 3. 000 parole sulla struttura, sui personaggi, sul fatto che l’autore confonde la rappresentazione con la narrazione.

L’ho mandato al direttore della casa editrice. Il signor Gasparri ha risposto il giorno dopo. “Ottimo lavoro. Il prossimo manoscritto arriverà lunedì.

Alla fine del mese sono arrivati €500 sul conto. Ora scrivo due recensioni al mese, a volte tre, da €1. 000 a €1. 500.

Mi bastano per l’affitto, il cibo, le bollette. Inoltre tengo un corso online di letteratura italiana per adulti due volte a settimana la sera. Un gruppo di otto persone, €200 al mese. Poco, ma stabile, tranquillo.

La mattina lavoro alle recensioni, di giorno leggo, prendo appunti, la sera tengo il corso o me ne sto semplicemente seduta alla finestra con un libro. A volte cucino pasta, risotto, cose semplici. A volte ordino la pizza. A volte mi dimentico di mangiare del tutto.

Dalla mia finestra si vede un pezzo di Bologna. Non il centro, con i suoi palazzi rossi e i famosi portici, ma la periferia: grigi palazzi degli anni ’70, parcheggi, piccoli negozietti con insegne sbiadite. Ma al mattino, quando sorge il sole, la luce si posa sui tetti in modo particolare, e anche questo luogo grigio diventa quasi bello. A volte vado a piedi in centro, attraverso il Parco Margherita, passando accanto a studenti sdraiati sull’erba con i libri, accanto a pensionati che giocano a carte sulle panchine.

Più avanti iniziano i portici, infinite arcate sotto le quali si può attraversare tutta la città senza bagnarsi. Mattoni rossi scuriti dal tempo, gradini consumati, graffiti sui vecchi muri. Bologna è così, a strati, come la pasta sfoglia. Il vecchio e il nuovo si mescolano.

Non si capisce dove finisca l’uno e inizi l’altro. Ruggero viene una volta al mese. Chiama prima, chiede se può passare. Arriva con una bottiglia di vino o con una torta della pasticceria.

Beviamo un caffè in cucina, parliamo di lavoro, del tempo, delle notizie. Lui non mi chiede dei miei genitori, io non ne parlo. Dopo un’ora se ne va. Non siamo una famiglia, ma c’è rispetto.

Alda chiama ogni settimana. A volte viene a trovarmi, porta libri che, secondo lei, dovrei leggere. Ci sediamo sul mio piccolo balcone, beviamo vino, fumiamo le sue sigarette. Ho smesso di fumare dieci anni fa, ma a volte ne prendo una da lei, tiro una boccata, tossisco.

«Non ci sai ancora fare», dice Alda. «Lo so. »

La vita è diventata più piccola, più semplice, più comprensibile. Mi sveglio, lavoro, mangio, dormo.

A volte esco a fare una passeggiata lungo il canale Navile, oltre i vecchi magazzini trasformati in caffè e gallerie. L’acqua nel canale è torbida, verde, puzza di fango. Le anatre nuotano vicino alla riva. Gli studenti siedono sui blocchi di cemento con le lattine di birra.

Passo di lì, guardo l’acqua, i riflessi degli edifici distorti dalle increspature. Torno a casa. La chiamata arriva martedì sera, alla fine di maggio. Numero sconosciuto.

Non rispondo. Richiamano. Rispondo. «Livia.

»

Una voce femminile sconosciuta. «Sì? »

«Sono Marta, la vicina dei tuoi genitori di via Lazzaretto. »

Non conosco nessuna Marta.

Ascolto. «Tuo padre è morto stamattina. Infarto. L’ambulanza non è arrivata in tempo.

»

Sono seduta sul divano. Guardo fuori dalla finestra. Fuori è sera. I lampioni si accendono uno dopo l’altro.

«Capisco. »

«Sua madre mi ha chiesto di dirle che il funerale è sabato alle 10:00 del mattino, nella chiesa di San Giovanni Battista. »

«Grazie. »

Riattacco.

Rimango seduta a lungo, immobile. Poi mi alzo, vado in cucina, mi verso dell’acqua, bevo, appoggio il bicchiere nel lavandino, torno sul divano. Mio padre è morto. Tiziano Tempesta, 59 anni, ex comproprietario di una fabbrica tessile.

L’uomo che taceva a cena mentre mia madre parlava, che le porgeva l’asciugamano mentre lei correva sul mio tapis roulant. Non piango. Me ne sto semplicemente seduta. Alda chiama alle 9:00 di sera.

«L’ho saputo», dice. «Da chi? »

«Ha chiamato Ruggero. Tua madre l’ha contattato.

»

«Capisco. »

«Verrai al funerale? »

«Non lo so. »

«Vuoi che venga con te?

»

«Non lo so. »

Alda tace. Poi: «Chiamami quando hai deciso. »

«Va bene.

»

Non dormo tutta la notte. Sono sdraiata al buio, guardo il soffitto, penso a mio padre. Cerco di ricordare qualcosa di bello, un momento in cui era semplicemente mio padre, non l’ombra di mia madre. Non trovo nulla.

Solo il silenzio a tavola. Solo cenni con la testa. Solo sguardi di sbieco quando bisognava dire qualcosa di importante. Sabato vado da sola.

La chiesa di San Giovanni Battista è in periferia, piccola, con le pareti grigie e le panche di legno. Attraverso tutta la città, oltre il quartiere universitario, dove anche il sabato mattina gli studenti siedono nei caffè con i libri, oltre Piazza Maggiore, dove i turisti stanno già fotografando la fontana del Nettuno, oltre la stazione, dove una volta mi sono lavata i capelli in un bagno pubblico. La città si sveglia lentamente, pigramente. I portici proiettano lunghe ombre sul selciato.

Arrivo alle 9:45. C’è poca gente, una ventina, non di più. Ex operai della fabbrica, alcuni vicini, la cugina Giovanna con il marito. Mia madre è seduta in prima fila.

Canuta, minuta, con un abito nero che le sta a sacco. È invecchiata di dieci anni. Mi siedo nell’ultima fila. Lei non si volta.

La funzione è breve. Il prete dice le solite parole su una brava persona, un marito amorevole, un lavoratore devoto. Guardo la bara. Legno scuro, semplice, economico.

Sul coperchio c’è una foto di mio padre, giovane, sorridente, in giacca e cravatta. Non lo ricordo così. Dopo la cerimonia, al cimitero, mia madre sta in piedi davanti alla tomba. La gente si avvicina, la abbraccia, le dice qualcosa.

Lei annuisce. Ringrazia. Io sto in disparte, vicino a un albero. Aspetto che se ne vadano tutti.

Giovanna mi si avvicina, mi abbraccia velocemente con imbarazzo. «Condoglianze, Livia. »

«Grazie. »

«Come stai?

È da tanto che non ci vediamo. »

«Bene. »

Mi guarda, vuole dire qualcosa, ma non parla. Annuisce e va da suo marito.

Quando restiamo solo noi, mia madre alza gli occhi e mi vede. Il suo volto cambia, un misto di speranza e paura. Cammina lentamente, appoggiandosi a un bastone che un anno fa non aveva. Si ferma davanti a me.

«Livia. »

«Mamma. »

Restiamo lì a guardarci. «Dobbiamo parlare», dice lei.

«Di cosa? »

Si volta a guardare la tomba, la terra appena scavata, le corone di fiori. «Di lui. Gli dispiaceva.

Alla fine, negli ultimi giorni, parlava sempre di te. Chiedeva dove fossi, perché non chiamassi. »

La guardo. Ha gli occhi rossi, il viso gonfio di pianto, ma nella sua voce c’è qualcosa di falso, di recitato.

«Ha parlato? O vuoi che io pensi che abbia parlato? »

Lei sussulta come per un colpo. «Cosa?

Livia, come puoi? »

«Non ha mai parlato in vita sua. È rimasto in silenzio per 38 anni. Perché dovrei credere che abbia parlato prima di morire?

»

Mia madre si aggrappa al bastone, le nocche delle dita diventano bianche. «Ti voleva bene. Ti volevamo bene entrambi. È solo che non sapevamo come dimostrarlo.

»

«Sapevate bene come spendere i miei soldi. Come dimenticare il mio compleanno. Come trasformare la mia stanza in una palestra. »

«Abbiamo fatto quello che potevamo.

» La voce di mia madre si alza, alcune persone alle tombe vicine si voltano. «Non siamo perfetti, ma ci abbiamo provato. »

«Avete cercato di salvare la fabbrica con i miei soldi. »

«Era una fabbrica di famiglia.

L’eredità di tuo nonno. Non potevamo semplicemente mollare. »

«Ma avete potuto mollare me? »

Mia madre apre la bocca, la richiude.

Le lacrime le scorrono sulle guance, sbavando il mascara. «Non avremmo mai… Livia, esageri sempre. Hai sempre esagerato. »

«Ho vissuto in macchina per quattro mesi», dico a bassa voce, ma con fermezza.

«È un’esagerazione? »

«Avresti potuto chiedere. »

«Ho chiesto. Mi avete detto che non c’era posto.

»

«Pensavamo che te la saresti cavata. Sei intelligente, istruita. »

«Pensavate che fosse più comodo per voi far finta di niente? »

Mia madre singhiozza, preme il fazzoletto sul viso.

«Perché sei così crudele? Abbiamo sbagliato, lo so. Ma siamo i tuoi genitori. Hai dei doveri.

»

«Dei doveri? » Quasi rido. «Quali doveri? Guardare mentre sperperate i soldi di mia nonna.

Fingere che vi ricordiate quando è il mio compleanno. Aspettare che vi accorgiate che ho una vita. »

«Ce ne siamo accorti. Siamo sempre stati orgogliosi di te.

»

«Eravate orgogliosi dell’idea che avevate di me. “Nostra figlia è una dottoranda. ” Ma non sapete di cosa tratta la mia tesi. »

Mia madre tace.

«Vedi? » dico. «Non lo sai. Non me l’hai mai chiesto.

»

«Livia, ti prego. » Mia madre allunga una mano verso di me, cerca di afferrarmi per la manica. «Non farlo. »

«È morto.

Tuo padre è morto. Dobbiamo stare insieme. »

Mi allontano. La sua mano rimane sospesa nell’aria.

«Non siamo mai stati insieme. »

«Non è vero. »

«Dimmi la data del mio compleanno. »

Silenzio.

«Allora? » insisto. Mia madre sbatte le palpebre, le labbra le tremano. «Livia, non riesco a pensare adesso.

Sono sotto shock. »

«Il 23 marzo», dico. «Ho 38 anni. Mi hai partorita.

Ma non ricordi la data? »

«Me la ricordo. È solo che adesso…»

«Non te la ricordi? Come non te la sei ricordata per tre anni di fila?

»

Mia madre piange forte, è isterica. La gente dalle altre tombe ci guarda, bisbiglia. «Mi stai uccidendo», dice mia madre tra le lacrime. «Tuo padre è appena morto e tu mi stai uccidendo con queste parole.

»

«Voi mi uccidevate ogni giorno quando vivevo in macchina», rispondo. «E voi non lo sapevate nemmeno. »

Mi volto, me ne vado. «Livia, non osare andartene!

» urla mia madre alle mie spalle. «Sono tua madre, non ne hai il diritto! »

Continuo a camminare. «Te ne pentirai!

» grida lei, con la voce che si spezza. «Quando morirò, te ne pentirai. Rimarrai completamente sola. »

Mi fermo.

Mi volto. Lei è in piedi davanti alla tomba, piccola, curva, con il bastone che le trema in mano. «Sono già stata sola», dico. «In macchina, nel parcheggio, mentre tu e papà correvate sul tapis roulant nella mia stanza.

So già com’è. »

Me ne vado. Questa volta non mi volto. Torno a casa passando per il centro di Bologna.

Passo davanti a Piazza Maggiore, dove adesso c’è un sacco di gente. Il mercato del sabato si dispiega sotto i portici. Vendono verdura, formaggi, fiori. Passo davanti all’università, dove gli studenti siedono sui gradini, mangiano panini, discutono di qualcosa.

Passo davanti alle torri degli Asinelli e della Garisenda. Storte, antiche, ostinate. La città vive, respira, fa rumore. Attraverso come un fantasma.

A casa mi siedo sul divano, guardo fuori dalla finestra. Il sole tramonta, il cielo diventa rosa, poi arancione, poi viola. I tetti rossi di Bologna si scuriscono, si trasformano in sagome. Il telefono vibra.

Un messaggio da un numero sconosciuto. Lo apro. Mia madre. “Livia, perdonami.

Non volevo urlare. Sono disperata. Ti prego, chiamami. ”

Lo cancello.

Dieci minuti dopo, un altro. “Hai ragione. Sono una cattiva madre. Ma dammi la possibilità di rimediare.

Lo cancello. Mezz’ora dopo, il successivo. “Sono sola. Tuo padre è morto.

Non ho nessuno. Tu sei tutto ciò che mi resta. ”

Cancello. Il telefono non smette di squillare per tutta la sera.

Venti messaggi. Trenta. Li cancello tutti senza leggerli fino in fondo. Alle 11 di sera arriva l’ultimo, lungo.

“Livia, lo so. Non siamo stati perfetti. So che ti abbiamo fatto del male. Ma ora sono sola.

Ho paura. L’appartamento è troppo silenzioso. Mi sveglio e dimentico che Tiziano non c’è più. Il medico dice che ho la pressione alta, che devo stare attenta, prendere le medicine, ma me ne dimentico.

Ho bisogno del tuo aiuto. Livia, ti prego, non lasciarmi. Siamo una famiglia. Sono tua madre.

Ti voglio bene. Te ne ho sempre voluto, anche se non sono riuscita a dimostrartelo, anche se non ci credi. Perdonami. Chiamami, per favore.

Oppure vieni a trovarmi almeno una volta. L’ultima volta. Mamma. ”

Leggo fino alla fine.

Poi ancora una volta. Poi vado nelle impostazioni. Premo “blocca contatto”. Il telefono chiede: “Sei sicuro?

” Premo “Sì”. Lo schermo si spegne. Sono seduta al buio. Fuori dalla finestra, Bologna brilla di luci.

Da qualche parte, giù, qualcuno ride. Passa un’auto. Musica dalle finestre aperte. La vita continua.

Alda arriva venerdì sera con una bottiglia di vino rosso e un sacchetto di patatine. «Come stai? » mi chiede, passando in cucina, aprendo la credenza, tirando fuori i bicchieri. «Bene.

»

Versa il vino, mi porge un bicchiere. Ci sediamo sul balcone. La serata è tiepida, c’è odore di pioggia, anche se ancora non piove. Alda accende una sigaretta, fa un tiro, mi guarda.

«Ruggero diceva che hai bloccato tua madre. »

«Sì. »

«Non te ne pentirai? »

«Di cosa?

»

«Di averla bloccata. Di averlo fatto in modo così brusco. »

Taccio. Bevo il vino.

È acido, economico, ma piacevole. «Mi dispiace di aver aspettato così a lungo che cambiassero. »

Alda annuisce, scuote la cenere in un barattolo vuoto di caffè che uso come posacenere. «Ha scritto a Ruggero.

Gli ha chiesto di parlarti. »

«Cosa le ha risposto? »

«Che non sono affari suoi. »

Guardo Bologna là sotto.

Le luci alle finestre, i lampioni per le strade, le torri, sagome scure sullo sfondo del cielo. I portici si snodano per le strade come vene, collegano piazze, chiese, case. La città in cui sono nata, in cui sono cresciuta, in cui sono quasi morta in macchina, nel parcheggio di un supermercato. «E se morisse davvero da sola?

» chiede Alda a bassa voce. La guardo. «Sono morta da sola in macchina per quattro mesi. Ogni mattina mi svegliavo nel parcheggio, mi lavavo i capelli in un bagno pubblico, temendo che qualcuno della scuola mi vedesse.

Ogni sera passavo davanti a casa loro, mi collegavo al loro Wi-Fi, guardavo mentre cenavano alla luce. Lei non se n’è nemmeno accorta. »

Alda tace. Spegne la sigaretta, ne tira subito fuori una nuova.

«Non è vendetta», continuo. «Non voglio che lei soffra. È solo che non riesco più a fingere che siano i miei genitori. Sono le persone che mi hanno dato alla luce.

Non è la stessa cosa. »

«Capisco. »

Comincia a piovere. Prima qualche goccia sporadica, poi più forte.

Bologna là sotto diventa bagnata, luccicante. I tetti rossi si scuriscono, le pietre del selciato riflettono i lampioni. La gente corre sotto i portici, apre gli ombrelli, si ripara sulle porte dei negozi. La città si ripara dalla pioggia sotto i suoi archi infiniti.

Alda mi porge una sigaretta. «Ne vuoi una? »

La prendo. Mi accende la sigaretta.

Faccio un tiro profondo, sbagliato. Ma questa volta non tossisco. Il fumo mi entra nei polmoni e mi sento stordita. Una sensazione leggera, quasi piacevole.

«Hai imparato? » dice Alda. «No. Mi sono solo abituata.

»

Stiamo sedute, beviamo vino, fumiamo. La pioggia si fa più forte, batte sul tetto, sul balcone. Bologna là sotto si confonde, le luci tremolano nelle pozzanghere. Faccio un altro tiro.

Guardo il fumo che si dissolve nell’aria. Grazie per aver visto questo video. Secondo te una famiglia potrebbe comportarsi in questo modo? Condividi la tua opinione nei commenti, mi piacerebbe molto leggerla.

Ti auguro una splendida giornata e tanta ispirazione per nuove sfide. Non dimenticare di lasciare il tuo commento qui sotto.