Quella sera di novembre del 2013 la ricordo come se fosse ieri. Ero tornata a casa alle otto di sera, un’ora dopo il coprifuoco che mia madre Giuliana aveva imposto. Avevo perso l’autobus perché ero rimasta a scuola per aiutare la professoressa di matematica a preparare il laboratorio per il giorno dopo. Ero brava a scuola, la migliore della classe, sognavo di diventare ingegnere.

Mia madre non mi ha nemmeno lasciata parlare. Mi aspettava sulla porta con mio fratello maggiore Vincenzo e mia sorella Federica, entrambi con le braccia incrociate e lo sguardo sprezzante. “Puttana! ”, ha urlato mia madre davanti ai vicini che si erano affacciati alle finestre.
“Sei una come tua nonna” Ha detto. Mia nonna Rosa era morta quando avevo dieci anni. Era l’unica persona che mi aveva mai voluto bene davvero. Mia madre la odiava perché nonna Rosa aveva osato criticare le sue scelte.
Aveva osato dire che trattava male i suoi figli, soprattutto me. “Mamma, ero a scuola, lo giuro”, ho provato a spiegarle, ma lei mi ha schiaffeggiata così forte che sono caduta contro il muro. Mio fratello Vincenzo ha riso. Aveva ventidue anni, non lavorava, passava le giornate al bar a giocare a carte con i soldi che mia madre gli dava.
“Vedi”, ha detto Vincenzo, “te l’avevo detto che questa non vale niente. Butta fuori questa zoccola” Federica, mia sorella di diciannove anni, ha annuito. Lei lavorava in un salone di parrucchiera, si truccava pesantemente e usciva ogni sera con ragazzi diversi, ma io ero la pecora nera. Mia madre è entrata in casa e dopo due minuti è tornata con una valigia marrone che apparteneva a mio padre.
Mio padre era morto quando avevo otto anni, un infarto mentre lavorava in cantiere. Mia madre aveva ricevuto un risarcimento di cinquantamila euro che aveva sperperato in tre anni tra vacanze, vestiti per Federica e debiti di gioco di Vincenzo. Ha aperto la valigia e ha cominciato a buttarci dentro i miei vestiti, i miei libri, tutto. Ha strappato il poster di Rita Levi Montalcini che avevo attaccato sopra il letto.
Quella donna che mi ispirava, quella scienziata che aveva vinto il Nobel nonostante tutti gli ostacoli. “Questa merda non serve a niente”, ha urlato strappando il poster in due. Ha preso i miei quaderni di scuola, quelli dove avevo scritto i miei sogni, i miei progetti e li ha gettati nella valigia come spazzatura. Poi mi ha trascinata per i capelli giù per le scale.
Sentivo le voci dei vicini, le loro risate, i loro commenti. La signora del Gaudio che diceva: “Povera Giuliana, con una figlia così”Il signor Esposito che ridacchiava:“Quella ragazzina ha sempre avuto una faccia troppo furba”Mia madre mi ha spinta fuori dal portone con tanta forza che sono caduta sulle ginocchia. Il cemento mi ha scorticato la pelle attraverso i jeans. Ha lanciato la valigia che si è aperta spargendo i miei vestiti per strada.
“Tornerai a chiedere perdono”, ha gridato indicandomi con il dito. “Tornerai strisciando, ma io non ti aprirò mai quella porta, mai”“E ha sbattuto il portone così forte che i vetri hanno tremato. Mi sono rialzata lentamente. Avevo sedici anni, centocinquanta euro che avevo risparmiato facendo qualche lavoretto e una valigia rotta piena di vestiti sporchi di strada.
I vicini mi guardavano dalle finestre come si guarda uno spettacolo al circo. Nessuno è sceso ad aiutarmi. Nessuno mi ha offerto un posto dove dormire. Ho raccolto i miei vestiti uno per uno, li ho rimessi nella valigia e ho cominciato a camminare.
Non sapevo dove andare, ma sapevo che non avrei mai più chiesto niente a quella donna. La prima notte ho dormito alla stazione centrale di Napoli. Faceva freddo, il pavimento era duro e ogni volta che chiudevo gli occhi qualcuno mi svegliava per chiedermi soldi o altro. All’alba sono andata in un bar, ho speso tre euro per un cornetto e un caffè e ho chiesto al proprietario se conosceva qualcuno che cercava aiuto.
“Vai dalla signora Immacolata”, mi ha detto. “Ha una pensione vicino al porto, forse ha bisogno di qualcuno per le pulizie”La signora Immacolata era una donna di sessant’anni con gli occhi azzurri gentili e le mani rovinate dal lavoro. Quando le ho raccontato la mia storia, senza piangere, senza autocompassione, solo i fatti, lei ha annuito lentamente. “Puoi dormire nella stanza sul retro?
”, ha detto. “In cambio pulisci le camere, fai i letti e aiuti in cucina. Ti do anche cento euro al mese”Ho accettato immediatamente. La stanza sul retro era minuscola, un materasso per terra, un armadio con l’anta rotta, una finestra che dava su un vicolo buio, ma era mia.
Per la prima volta in vita mia avevo uno spazio che era veramente mio. Lavoravo dodici ore al giorno, mi svegliavo alle cinque, preparavo le colazioni per gli ospiti della pensione, poi pulivo tutte le camere, lavavo le lenzuola, stiravo, cucinavo, sistemavo. La sera crollavo sul materasso così stanca che non riuscivo nemmeno a togliermi le scarpe. Ma ogni sera, prima di addormentarmi, studiavo.
Avevo portato con me i libri di scuola e studiavo matematica, fisica, inglese. La signora Immacolata mi vedeva sempre con un libro in mano e una sera mi ha chiesto:“Perché studi così tanto? Tanto non tornerai mai a scuola”“Tornerò”, le ho detto. “Non so come, ma tornerò”
Dopo tre mesi avevo risparmiato trecento euro.
Sono andata all’ufficio della scuola che frequentavo e ho parlato con la vicepreside. Le ho spiegato la mia situazione, le ho mostrato i miei voti, le mie pagelle. “Voglio diplomarmi”, le ho detto. “Posso frequentare le lezioni serali?
”La vicepreside, una donna magra con gli occhiali spessi, mi ha guardato a lungo. “Alessia, tu sei sempre stata la migliore, ma le lezioni serali costano e tu devi lavorare”“Lavorerò di giorno e studierò di sera”“E i libri e le tasse scolastiche? ” “Li pagherò, troverò un modo”. Ha sospirato, poi ha aperto un cassetto e ha tirato fuori un modulo.
“C’è una borsa di studio per studenti in difficoltà economiche, copre le tasse e i libri. Ma devi mantenere una media del nove”“La manterrò”. E l’ho mantenuta. Per tre anni ho lavorato dodici ore al giorno e studiato cinque ore ogni sera.
Dormivo quattro ore per notte. I miei occhi erano sempre rossi, le mie mani sempre screpolate dal detersivo, ma il mio cervello era affamato di sapere. Mi sono diplomata a diciannove anni con cento e lode. La signora Immacolata è venuta alla cerimonia di diploma, l’unica persona presente per me, mentre tutti gli altri studenti erano circondati dalle loro famiglie.
Quando il preside ha chiamato il mio nome e ha annunciato il mio voto, la signora Immacolata ha pianto. Io no. Io ho stretto il diploma in mano e ho pensato:“Questo è solo l’inizio”
Con il diploma ho fatto domanda per una borsa di studio al Politecnico di Milano. Era lontano da Napoli, lontano dalla mia famiglia, lontano da tutto, ma era la migliore università di ingegneria in Italia.
Ho vinto la borsa di studio, copriva le tasse universitarie e mi dava cinquecento euro al mese per vivere. Non erano molti soldi per Milano, ma erano abbastanza. Ho salutato la signora Immacolata con un abbraccio lungo. “Grazie per avermi dato una possibilità”, le ho detto.
Lei ha scosso la testa. “Io ti ho dato solo un materasso. Tutto il resto lo hai fatto tu”A Milano ho vissuto in una camera condivisa con altre tre ragazze. La stanza era piccola.
Avevamo due letti a castello e un solo armadio da dividere. Le altre ragazze venivano da famiglie benestanti. Parlavano di vacanze alle Maldive e vestiti firmati. Io parlavo poco, studiavo molto.
All’università ero di nuovo la migliore. I professori mi notavano, mi chiedevano di partecipare a progetti di ricerca, mi offrivano opportunità. Nel terzo anno un professore, il dottor Castellani, mi ha chiamata nel suo ufficio. “Alessia, c’è un progetto europeo sulla sostenibilità energetica.
Cercano studenti brillanti per un tirocinio retribuito a Bruxelles. Ho pensato a te”“Quanto dura il tirocinio? ” “Sei mesi. Ti pagano millecinquecento euro al mese più l’alloggio”Era più denaro di quanto avessi mai visto nella mia vita.
Ho accettato immediatamente. A Bruxelles ho lavorato con ingegneri da tutta Europa. Ho imparato il francese in tre mesi, ho migliorato il mio inglese, ho costruito reti professionali e ho scoperto qualcosa. Ero brava, veramente brava, non solo a studiare, ma a risolvere problemi complessi, a trovare soluzioni creative, a lavorare sotto pressione.
Alla fine del tirocinio mi hanno offerto un lavoro permanente. Stipendio iniziale tremila euro al mese. Ho accettato e mi sono laureata facendo gli esami a distanza, sempre con il massimo dei voti. A ventiquattro anni ero un’ingegnere strutturale che lavorava per l’Unione Europea.
A ventisei ero una consulente indipendente con clienti in tutta Europa. A ventotto ho fondato la mia società di consulenza energetica e a ventisette anni, undici anni dopo che mia madre mi aveva buttata fuori di casa,la mia azienda valeva dodici milioni di euro. Non avevo mai cercato di contattare la mia famiglia, non una telefonata, non una lettera, niente, ma li seguivo da lontano. Sapevo che Vincenzo era ancora disoccupato, ora con una moglie e tre figli da mantenere.
Sapevo che Federica aveva divorziato due volte e lavorava ancora come parrucchiera. Sapevo che mia madre viveva ancora nello stesso appartamento nel quartiere di Napoli, sempre più vecchia, sempre più sola. E poi un giorno ho ricevuto una telefonata dal mio investigatore privato. Sì, avevo assunto un investigatore per tenere d’occhio la mia famiglia, non per vendetta, ma per sapere.
“Dottoressa Russo”, ha detto l’investigatore,“sua madre ha un debito serio. Ha firmato come garante per un prestito che suo fratello Vincenzo ha fatto per aprire un bar. Il bar è fallito e ora i creditori vogliono centoventimila euro. Se non paga entro tre mesi, perderà la casa”Ho riattaccato il telefono e mi sono seduta alla finestra del mio ufficio a Milano.
Guardavo la città sotto di me, le luci, i palazzi,la vita che pulsava. Poi ho preso una decisione. Sono tornata a Napoli in una calda giornata di settembre. La Mercedes nera ha percorso le strade strette del mio vecchio quartiere attirando sguardi curiosi.
Mi sono fermata davanti al palazzo dove ero cresciuta. Tutto era esattamente come lo ricordavo, solo più vecchio, più sporco, più triste. Sono salita alle scale lentamente. Portavo un taglior nero di Armani, tacchi alti, una borsa di pelle che costava quanto un anno di affitto in quel quartiere.
Ho bussato alla porta. Mia madre ha aperto. Per un momento non mi ha riconosciuta, poi i suoi occhi si sono allargati. “Alessia?
” La sua voce era incredula. “Ciao mamma”Era invecchiata tantissimo. I capelli erano completamente grigi, il viso pieno di rughe profonde, le mani tremavano leggermente. Dietro di lei sono apparsi Vincenzo e Federica.
Vincenzo era ingrassato, aveva la pancia prominente e i capelli che si diradavano. Federica era asciupata, il trucco pesante non riusciva a nascondere le borse sotto gli occhi. “Che cosa ci fai qui? ”, ha chiesto mia madre.
La voce dura come sempre. “Posso entrare? ” Lei ha esitato, poi si è scostata. L’appartamento era ancora più piccolo di come lo ricordavo.
Le pareti scrostate, i mobili vecchi, l’odore di umidità e cibo fritto. “Sei venuta a vantarti? ”, ha detto Vincenzo guardando il mio vestito costoso. “Sei venuta a farci vedere quanto sei diventata ricca?
” “Sono venuta a fare un’offerta”, ho detto calmamente, aprendo la mia borsa e tirando fuori una cartella. Ho posato sul tavolo un assegno da centocinquantamila euro. I loro occhi si sono spalancati. “Questo assegno copre il vostro debito più trentamila euro extra.
In cambio voglio tre cose”Mia madre ha allungato la mano verso l’assegno, ma io l’ho coperto con la mia. “Prima voglio che mi guardiate negli occhi, tutti e tre, e ammettiate quello che mi avete fatto. Voglio sentirvi dire che avete sbagliato a buttarmi fuori quando avevo sedici anni. Voglio sentirvi dire che sono stata io a costruire tutto questo da sola, mentre voi non avete fatto niente per aiutarmi”Silenzio.
Vincenzo aveva abbassato lo sguardo. Federica si è morsa alle labbra. Mia madre ha stretto i pugni. “Secondo”, ho continuato.
“Voglio che questo appartamento dove sono cresciuta venga intestato a me. Voi potrete continuare a viverci gratis finché sarete in vita, ma sarà mio”Mia madre ha aperto la bocca per protestare, ma io ho alzato una mano. “Terzo, voglio che firmate un documento dove rinunciate a qualsiasi pretesa sulla mia eredità, sulla mia azienda, su qualsiasi cosa io possieda. Non voglio che fra dieci anni, quando sarò ancora più ricca, voi riappiate chiedendo soldi o diritti”Ho tirato fuori i documenti dalla cartella.
“Questo sono le mie condizioni. Le prendete o le lasciate? Se le lasciate, tra tre mesi sarete senza casa e senza niente. Se le prendete, i vostri problemi economici saranno risolti”Vincenzo è stato il primo a parlare.
“Alessia, io io non volevo che mamma ti buttasse fuori. Ero giovane, stupido”“Avevi ventidue anni”, ho detto freddamente. “Abbastanza grande per avere una coscienza”Federica ha cominciato a piangere. “Siamo una famiglia, Alessia”“Le famiglie si perdonano”“Le famiglie si proteggono a vicenda”, ho risposto.
“Non si buttano per strada una ragazzina di sedici anni”Mia madre mi guardava con un’espressione che non avevo mai visto prima. Non era rabbia, non era orgoglio, era qualcosa di più profondo, forse rimorso, forse vergogna. “Tu ce l’hai sempre avuta con me”, ha detto, la sua voce tremante. “Anche da bambina mi guardavi con quegli occhi giudicanti, proprio come tua nonna Rosa”“Nonna Rosa era l’unica persona decente in questa famiglia”, ho detto.
“E no, non ce l’ho con te, ma non dimentico”Ho spinto i documenti verso di loro. “Avete ventiquattro ore per decidere. Firmate tutto, ammettete le vostre colpe e avrete i soldi, oppure affronterete le conseguenze delle vostre scelte”Mi sono alzata per andarmene. “Alessia”, ha chiamato mia madre.
Mi sono girata. “Sei diventata dura”, ha detto. “Come tuo padre”“Papà era un brav uomo che si è ammazzato di lavoro per mantenere questa famiglia”, ho risposto. “E voi avete sperperato tutto quello che ha lasciato.
No, mamma, non sono dura, sono sopravvissuta”Sono uscita dall’appartamento e sono scesa alle scale. La signora del Gaudio, quella che undici anni prima aveva detto“Povera Giuliana,con una figlia così”, era ancora lì, ancora a curiosare alla finestra. Quando mi ha vista, mi ha chiamata. “Alessia, sei tu?
Madonna, come sei elegante! Hai fatto strada? ” Ho sorriso freddamente. “Buongiorno, signora Del Gaudio.
Come sta? ” “Bene, bene. Sai, io ho sempre saputo che eri una brava ragazza. Lo dicevo sempre a tua madre.
Quella ragazza ha talento”“No”, l’ho interrotta. “Lei undici anni fa rise quando mia madre mi buttò fuori. La ricordo perfettamente”Il suo sorriso è scomparso. “Io Io non si preoccupi, signora Del Gaudio.
Le persone mostrano chi sono davvero nei momenti difficili degli altri. Lei ha mostrato chi è. Buona giornata”
Il giorno dopo ho ricevuto una chiamata. Era Federica.
“Alessia, noi abbiamo deciso di accettare. Mamma vuole vederti”Sono tornata all’appartamento quella sera. I documenti erano firmati, tutti e tre. Mia madre ha alzato gli occhi verso di me.
“Io ho sbagliato”, ha detto. E le parole sembravano costarle una fatica immensa. “Ho sbagliato a buttarti fuori, ho sbagliato a non credere in te. Ho sbagliato a preferire i tuoi fratelli”Vincenzo ha annuito.
“Anch’io. Mi dispiace, Alessia, davvero”Federica piangeva. “Eravamo gelosi di te. Anche allora, quando non avevi niente, eri migliore di noi e lo sapevamo”Ho preso i documenti firmati e li ho messi nella borsa, poi ho posato l’assegno sul tavolo.
“Questo chiude i conti fra noi”, ho detto. “Non siete più i miei debitori, ma non siete nemmeno più la mia famiglia. Potete vivere qui finché vorrete, ma non voglio più sapere niente di voi”Mia madre ha afferrato il mio braccio. “Alessia, per favore.
Sei tutto quello che ci rimane”Ho guardato la sua mano sul mio braccio, quelle dita che undici anni prima mi avevano trascinata per i capelli. “Mamma, io ho trascorso undici anni a costruire una vita senza di voi. Ho pianto tutte le lacrime che dovevo piangere. Ho superato ogni ostacolo da sola e ora sono qui, non perché vi voglio bene, ma perché non voglio che la vostra miseria pesi sulla mia coscienza”Ho liberato il braccio.
“Spendete questi soldi con saggezza, non ce ne saranno altri”Mentre scendevo le scale per l’ultima volta, ho sentito Vincenzo dire:“È diventata una stronza” e mia madre rispondere:“È diventata forte, che è diverso”Sono salita sulla Mercedes e ho guardato per l’ultima volta il palazzo. Tutti i ricordi erano lì, il dolore, l’umiliazione, ma anche la forza che mi aveva resa quella che ero. Due settimane dopo ero di nuovo a Milano nella mia azienda. Stavo rivedendo un progetto per un parco eolico in Scozia quando la mia assistente è entrata.
“Dottoressa Russo, c’è una signora anziana che insiste per vederla. Dice che è molto importante”“Chi è? ” “Dice di chiamarsi Immacolata. La signora Immacolata di Napoli”Mi sono alzata di scatto.
“Falla entrare immediatamente”La signora Immacolata era invecchiata anche lei, i capelli completamente bianchi, il passo un po’ incerto, ma i suoi occhi azzurri erano ancora gentili. “Alessia, bambina mia”, è corsa ad abbracciarmi. “Guarda come sei diventata, guarda questo ufficio”Ho ordinato tè e pasticcini e ci siamo sedute. “Come mi hai trovata?
”, ho chiesto“Ho letto un articolo su di te sul giornale. Alessia Russo, la giovane imprenditrice nel settore energetico. Sono stata così orgogliosa”“Lei è la ragione per cui sono qui”, ho detto. “Se non mi avesse dato quella stanza, quel lavoro, quella possibilità”Ha scosso la testa.
“Io ti ho dato solo un materasso e cento euro al mese. Tu hai fatto tutto il resto”Abbiamo parlato per ore. Mi ha raccontato che aveva chiuso la pensione due anni prima, che viveva con una piccola pensione in un appartamentino a Napoli. “Signora Immacolata”, ho detto alla fine,“io le devo tutto e voglio ripagarla”“No, Alessia, io non voglio niente”“Non è una questione di volere, è una questione di giustizia”Ho chiamato la mia assistente.
“Prepara un contratto di consulenza. La signora Immacolata sarà la nostra consulente per l’ospitalità sostenibile. Stipendio tremila euro al mese più un appartamento a Milano”La signora Immacolata ha cominciato a piangere. “Alessia, io non so niente di sostenibilità”“Ma sa tutto dell’ospitalità e della gentilezza”, ho detto.
“E questo ha più valore di qualsiasi laurea”
Oggi, tre anni dopo quel ritorno a Napoli, la mia azienda vale trentacinque milioni di euro. Ho uffici in sei paesi europei, do lavoro a centottanta persone e ho creato una fondazione che offre borse di studio a ragazze in difficoltà economiche che vogliono studiare materie STEM. L’ho chiamata Fondazione Rosa, come mia nonna. Mia madre mi ha scritto una lettera sei mesi fa.
Diceva che Vincenzo aveva finalmente trovato un lavoro, che Federica si era iscritta a un corso per estetiste, che loro stavano cercando di migliorare. Non ho risposto alla lettera, ma ho sorriso leggendola, non perché volessi riconciliarmi con loro, ma perché finalmente stavano imparando a cavarsela da soli. La signora Immacolata vive ancora a Milano, nel bell’appartamento che le ho comprato. Viene in ufficio due volte a settimana e ci prepara il pranzo.
Dice che le fa sentire utile, ma la verità è che la sua presenza mi fa sentire a casa. Qualche settimana fa ero a una conferenza a Bruxelles. Stavo parlando di innovazione energetica davanti a cinquecento persone quando ho visto una ragazza in fondo alla sala. Avrà avuto diciassette-diciotto anni.
Aveva gli occhi affamati di sapere, lo stesso sguardo che avevo io alla sua età. Dopo la conferenza si è avvicinata timidamente. “Scusi, dottoressa Russo, io io volevo chiederle un consiglio. Vengo da una famiglia difficile, non ho molti soldi, ma voglio studiare ingegneria.
È possibile? ” L’ho guardata negli occhi e ho visto me stessa sedici anni prima con una valigia rotta e centocinquanta euro in tasca. “Come ti chiami? ” “Sofia”“Sofia, ascoltami bene.
Non solo è possibile, è inevitabile. Se tu lo vuoi davvero. Vuoi che ti racconti una storia? ” Ci siamo sedute in un caffè e le ho raccontato tutto.
La notte alla stazione,la signora Immacolata,gli anni di studio e lavoro,il ritorno a Napoli. Lei ascoltava con gli occhi sgranati. “E sua madre? ”, ha chiesto alla fine.
“È pentita”“Forse, ma non importa. Io non l’ho fatto per lei, l’ho fatto per me”Sofia ha annuito lentamente. “Io voglio essere come lei”“No”, ho detto sorridendo. “Tu devi essere meglio di me.
E lo sarai”Le ho dato il contatto della mia fondazione. “Manda la tua application, ci assicureremo che tu possa studiare”Ieri ho ricevuto la sua email. Ha vinto la borsa di studio. Inizierà al Politecnico di Milano a settembre e io sarò lì alla cerimonia di benvenuto, proprio come nessuno era lì per me undici anni fa.
Perché ho imparato che la vera vittoria non è diventare ricchi o potenti. La vera vittoria è spezzare il ciclo, trasformare il dolore in forza e usare quella forza per aiutare chi viene dopo di te. Mia madre pensava che sarei tornata a implorare, invece sono tornata a dimostrare che le sue parole, i suoi insulti, il suo rifiuto non avevano il potere di definirmi. L’unica persona che ha il potere di definire chi sei sei tu stessa.
E io ho scelto di essere più grande del dolore che mi è stato inflitto.


