Quando la macchina si fermò davanti al mio palazzo, sentii quella strana malinconia che arriva alla fine di un bel sogno, un attimo prima che la sveglia suoni. Tenevo la busta della spesa sulle ginocchia e fissavo la facciata del mio edificio come se appartenesse a una vita precedente. Una vita di prima, prima di Leandro, prima di tutto quel vortice che mi aveva travolto. Lui aveva spento il motore.

Né io né lui parlavamo. Il silenzio tra noi era diventato sereno, quasi complice, una bolla di calma dopo quei giorni intensi. Sospirai, dovevo scendere. Afferrai le borse e posai la mano sulla maniglia.
Fu allora che mi sfiorò delicatamente le dita. «Aspetta», mormorò. Mi bloccai. Lentamente girai la testa verso di lui.
Il suo sguardo era fisso su di me, pieno di un’attesa timida, quasi giovanile, e di una vulnerabilità che mi colpì dritto al cuore. «Possiamo rivederci? » chiese con voce bassa e sincera. Non era una pretesa né una grande promessa, solo un desiderio pronunciato con tutta l’onestà di cui era capace.
Lo osservai per un istante con un nodo in gola. Avevo paura di rispondere troppo in fretta, paura che il mio sì suonasse come un impegno troppo pesante. Eppure non volevo mentire. La verità era chiara.
Non avevo nessuna voglia di lasciarlo andare. Non subito, non così. «Sì, credo di averne molta voglia», risposi con la voce un po’ roca. Un sorriso luminoso, franco e disarmante illuminò il suo viso.
Quel sorriso che mi faceva sciogliere fin dal nostro primo incontro. «Fantastico. Allora, a prestissimo. »
«A prestissimo, Leandro.
»
Scesi dalla macchina lentamente. L’aria fredda della sera mi avvolse, più tagliente che durante il viaggio. O forse era semplicemente la solitudine che stava già tornando. Appena posai le borse in cucina e mi tolsi le scarpe, il telefono vibrò.
La spesa aspettava ancora sul tavolo. Messaggio di Leandro. «Mandami il tuo programma della settimana, così posso organizzare i nostri prossimi incontri. »
Rilessi il messaggio due volte.
I nostri prossimi incontri. Non un incontro, non un magari. Parlava già di un futuro insieme, di un’agenda condivisa, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se sapesse già che nella mia vita c’era uno spazio per lui.
E in fondo non aveva torto. Il cuore iniziò a battermi più forte, non per paura, per pura eccitazione. Andai in bagno e mi guardai allo specchio. Il mio riflesso sembrava diverso, più vivo, più leggero.
Passai una mano sul viso come per assicurarmi che fossi davvero io. Gli piaccio davvero. Non ero semplicemente simpatico o una compagnia utile durante il viaggio. Voleva che continuasse.
E anch’io lo volevo. Eppure un altro pensiero mi strinse subito il petto. Sono pronto? Pronto ad amare un uomo sul serio, non solo nella mia testa o nel segreto dei miei dubbi, ma alla luce del sole, a viverlo, ad accettarlo, a mostrarlo.
Io, Ettore, un uomo di ventinove anni che la vita non aveva mai davvero risparmiato. Mi sedetti sul bordo del letto, il telefono ancora in mano, e ripensai a quei tre giorni. Ai pasti condivisi, alle risate improvvise, alla sciarpa blu fatta a mano, al regalo, a quell’abbraccio familiare in cui per la prima volta da tanto tempo mi ero sentito al mio posto. Tre piccoli giorni.
Eppure avevo l’impressione di aver vissuto un’eternità al suo fianco. La mattina dopo arrivò un nuovo messaggio. «Mi manchi già. Mercoledì sera ti andrebbe?
C’è un concerto per pianoforte in una piccola sala vicino a Piazza Vittorio Veneto. Ho pensato subito a te. O giovedì, se preferisci. »
Sorrisi come un idiota.
Questa volta non esitai. «Sì, immediatamente. »
Quei tre giorni erano stati come una parentesi incantata nel mezzo della mia routine grigia. Leandro mi aveva ricordato che potevo ancora sentire, vibrare, sperare.
Che l’amore, o almeno il suo timido inizio, poteva arrivare nel momento in cui meno te lo aspetti. E che poteva essere dolce, paziente, naturale. Pensavo a lui tutto il giorno. Al modo in cui ascoltava le mie storie senza mai giudicarle, a come accettava i miei silenzi e le mie crepe, senza cercare di riempirle a tutti i costi.
Era una cosa nuova, terribilmente preziosa. La sera dell’appuntamento mi aspettava davanti al teatro, avvolto nella sua sciarpa grigia. Appena mi vide, il suo viso si illuminò. «Sei venuto?
»
«Certo che sono venuto. »
Restammo un momento uno di fronte all’altro, esitanti come due adolescenti. Poi tese la mano. Io la presi.
Era semplice, evidente. Durante tutto il concerto la musica passò in secondo piano. Pensavo solo a lui, a noi, a quello che tutto questo poteva diventare. Sulla strada del ritorno mi accompagnò fino al portone del mio palazzo.
Questa volta non scesi subito. «Vuoi salire a bere un tè? » proposi. Accettò.
Rimase un’ora, poi due, senza fretta. Solo la sua presenza calda e rassicurante. Quando mi svegliai la mattina dopo, un pensiero mi attraversò con una chiarezza nuova. Forse è questa la magia del Natale?
Non le luci né i pacchi, ma un incontro inatteso, uno sguardo sincero, una mano tesa nel freddo. E la sensazione, dopo tanti anni passati semplicemente a sopravvivere, di cominciare finalmente a vivere. Frequentare Leandro era come imparare una lingua straniera di cui conoscevo solo poche parole incerte. All’inizio tutto era fragile, incerto.
Poi poco a poco le frasi si formavano più naturalmente, i silenzi diventavano comodi e le confidenze più facili. Non mi metteva mai fretta, mi concedeva tutto il tempo di cui avevo bisogno, rispettando i miei ritiri come i miei slanci. E soprattutto mi guardava come un suo pari. Questo mi destabilizzava profondamente, perché dentro di me una vocina acida non smetteva di ripetermi: non sei all’altezza.
Quella voce la portavo con me da sempre. Si nutriva del mio minuscolo monolocale con i mobili consumati, dei miei vestiti semplici, del mio lavoro di cameriere e delle mie origini caotiche. Di fronte a Leandro avrebbe dovuto gridare ancora più forte. Lui, con la sua eleganza naturale, le sue librerie stracolme di libri, la sua cultura vastissima che gli permetteva di parlare con disinvoltura di cinema d’autore come di architettura barocca.
Sembrava appartenere a un mondo dove tutto era più bello, più facile. E invece trovava il mio piccolo monolocale caldo e autentico. Diceva che i miei vestiti erano comodi ed eleganti nella loro semplicità. Veniva a sedersi al bancone del mio caffè e mi osservava mentre lavoravo con un’ammirazione sincera, come se stessi facendo qualcosa di straordinario.
Affermava che il mio mestiere era affascinante perché ero in prima fila nella vita vera, con le sue storie, le sue gioie e le sue ferite. E nella sua bocca non era mai pietà. Era vero rispetto. Mi piaceva il modo in cui mi vedeva.
Interamente, senza filtri. Nonostante le mie crepe, ma insieme a loro. La nostra storia procedeva a un ritmo dolce e naturale. Cene intime e lunghe, passeggiate senza meta, pomeriggi piovosi passati sul suo divano a leggere o a commentare vecchi film.
Era presente senza mai soffocarmi. Stavo scoprendo che si poteva amare con quella leggerezza attenta, con quella profondità tranquilla. Non sapevo nemmeno che esistesse. Poi una sera tutto cambiò.
Eravamo a casa sua. Avevamo cucinato insieme, anzi soprattutto lui, mentre io lo guardavo sgranocchiando le olive che metteva da parte. Ridevamo per niente. La radio trasmetteva vecchie canzoni italiane che canticchiavamo stonati.
Lui indossava una maglietta larga, io una vecchia camicia che usavo come pigiama. L’atmosfera era serena, quasi ordinaria. Mentre passava dietro di me per appoggiare un piatto sul tavolino basso, i nostri sguardi si incrociarono. Il tempo si fermò.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Senza riflettere, spinto da un impulso più forte di me, lo attirai a me e lo baciai. Quel bacio fu goffo, febrile, urgente. Ma fin dai primi secondi il mio corpo reagì con troppa intensità.
Lui se ne accorse subito e posò la coscia contro di me per frenarmi con dolcezza. Mi staccai immediatamente, mortificato, con il viso in fiamme. «Scusa», mormorai, pronto a scomparire. Ma lui mi prese tra le braccia, le mani calde sulle mie spalle, e mi strinse a sé.
Avvicinò le labbra al mio orecchio e sussurrò: «Sei così appassionato e tanto sensibile». Un lungo brivido mi attraversò. Poi, a bassa voce: «Non corriamo, va bene? Abbiamo tutto il tempo del mondo».
La sua voce era una promessa. Ancora una volta la sua pazienza e la sua delicatezza mi sconvolsero. Nelle settimane successive ci vedemmo sempre più spesso, a casa sua o a casa mia. Ormai conoscevo le sue piccole abitudini.
Cantava terribilmente stonato sotto la doccia. Parlava al gatto del vicino dalla finestra. Preparava il caffè come un vero rituale. E continuava a guardarmi con quella tenerezza profonda che mi faceva sentire un tesoro.
Due mesi dopo il nostro ritorno dalla casa dei suoi genitori, passai per la prima volta la notte da lui. Ero nervoso. Non perché mi avesse proposto di restare, stava diventando quasi normale, ma perché sentivo che quella notte avrebbe cambiato tutto. Avevo di nuovo paura di non essere all’altezza.
Lui lo capì subito. Quando ci sdraiammo, si avvicinò lentamente, senza avidità. Con una dolcezza infinita cominciò a baciarmi. Le palpebre, le sopracciglia, la fronte, il naso, le guance.
Ogni bacio era una carezza, un permesso, un conforto. Poi arrivò alle mie labbra. Tutto si aprì lentamente, come un fiore che sboccia. Mi osservava tra un gesto e l’altro, attento al mio respiro, alle mie più piccole reazioni.
Le sue mani scivolavano sulla mia pelle con cautela. Quando mi irrigidivo, si fermava. Aspettava. Riprendeva solo quando mi rilassavo.
Quella notte non fui né spettatore né goffo. Mi guidò con pazienza, senza mai dominarmi. Mi lasciò respirare pur restando vicino. Era una danza intima, fluida, piena di tenerezza e rispetto.
Prese lui l’iniziativa, ma soprattutto mi donò. Mi avvolse del suo calore, della sua presenza, di tutta la sua attenzione. Fu bello. Non in modo spettacolare, non come nei film, ma in modo profondo, sconvolgente.
Di quelli che ti attraversano l’anima e ti fanno pensare: sono qui, sono vivo e sono amato. Al mattino presto lui dormiva ancora, un braccio intorno al mio petto, il respiro calmo e regolare. Lo contemplai a lungo, immobile. Per la prima volta da tantissimo tempo non provai nessuna voglia di fuggire, nessun dubbio schiacciante.
Ero esattamente al mio posto. Con lui. L’apparizione di Eric fu come uno schiaffo brutale arrivato dal passato. Un’onda gelida che venne all’improvviso a incrinare il calore fragile che avevo iniziato ad addomesticare.
Fino a quel giorno era stato solo un nome pronunciato a mezza voce, un’ombra dolorosa nello sguardo di Leandro. E improvvisamente eccolo lì, in carne e ossa. Lo vidi per la prima volta un venerdì mattina. Il caffè era quasi deserto.
Stavo riorganizzando gli scaffali dietro al bancone quando la porta si aprì. Il silenzio che seguì mi mise subito in allerta. L’aria sembrò congelarsi. Mi voltai.
Alto, elegante, postura impeccabile. Cappotto di lana scuro, guanti di pelle in mano, telefono di ultima generazione nell’altra. Un orologio di lusso brillava al suo polso. Tutto in lui respirava soldi, potere e una sicurezza fredda.
Emanava quell’arroganza raffinata tipica di chi non ha mai dovuto dubitare del proprio posto nel mondo. Il suo sguardo mi squadrò senza il minimo calore. Poi osservò la sala come se cercasse qualcosa. Leandro arrivò qualche secondo dopo, sorridente, senza aver notato la sua presenza.
«Ettore, oggi ho una pausa più lunga. Pensavo che potremmo… »
Si bloccò di colpo. «Eric.
Buongiorno. »
«Raffael», rispose quello con voce calma e quasi dolce. «Possiamo parlare? »
Leandro si irrigidì.
«Credo che sia già stato detto tutto. »
«Mi dispiace», riprese Eric. «Sono stato odioso, ho rovinato tutto, ma ora ho capito. Voglio rimediare.
Mi manchi. »
Un silenzio pesante calò sul caffè. Io ero inchiodato dietro al bancone, spettatore impotente e invisibile. Leandro si raddrizzò leggermente.
«No, Eric. È finita. Sono andato avanti. »
«Con lui?
» chiese Eric, indicandomi con un gesto vago, senza nemmeno concedermi uno sguardo vero. Leandro non rispose. Uscì senza aggiungere altro, lanciandomi solo una breve occhiata prima di sparire in strada. Non capivo se fosse arrabbiato, ferito o semplicemente turbato.
Quell’incertezza mi divorò per tutto il giorno. Il giorno dopo Eric tornò da solo. Apparve davanti al bancone come un’ombra minacciosa, cappotto impeccabile, sguardo d’acciaio piantato nel mio. «Quindi sei tu», disse senza preamboli.
«Sei tu che gli hai fatto girare la testa. »
Prima che potessi rispondere, si avvicinò. «Credi davvero che tra voi sia una cosa seria? Una bella storiella d’amore?
Svegliati. »
Rimasi in silenzio. Lui continuò con un sorriso freddo sulle labbra. «Leandro si sta divertendo con te.
È un’esperienza, una piccola parentesi, un po’ di carità emotiva per sentirsi meglio dopo la nostra rottura. È commovente, ma patetico. »
Fece una pausa, poi affondò il coltello. «Guardati.
Non vieni da nessuna parte, non hai niente. Non gli offrirai mai ciò che merita. Un caffè gratis, delle braccia per consolarlo la sera. Credi sul serio che basti?
Non sei alla sua altezza. Non lo sei mai stato, e in fondo lo sai benissimo. »
Le sue parole mi colpirono come pugni. Non replicai nemmeno una parola, ma ogni frase si incise dentro di me, risvegliando tutte le vecchie voci che portavo con me dall’infanzia.
Se ne andò senza aspettare risposta. Rimasi lì con le mani che tremavano e il cuore stretto. Quella sera non raggiunsi Leandro come previsto. Tornai direttamente a casa, spensi il telefono e mi chiusi nel silenzio.
I suoi messaggi e le sue chiamate restarono senza risposta. Avevo bisogno di crollare lontano da lui. Le parole di Eric giravano in loop nella mia testa. Non sei nessuno.
Non sei alla sua altezza. Prima o poi se ne renderà conto. E la cosa più terribile era che ci credevo. Seduto per terra con la schiena contro la porta, mi sentivo vuoto.
Ma Leandro non era il tipo da lasciarmi affondare. All’improvviso sentii dei passi rapidi sulle scale, poi dei colpi forti alla porta, insistenti. «Ettore, aprimi. Ti prego.
»
Non mi mossi. «So che Eric è venuto a trovarti. So esattamente cosa ti ha detto. Ma mente, si sbaglia di grosso.
»
La sua voce era affannata, carica di emozione. «Non sto con te per pietà. Non sei una distrazione, né un ripiego, né un esperimento. Sei quello che ho scelto io.
Sei quello che mi porta finalmente la pace. Una pace che non ho mai conosciuto, nemmeno con lui. »
Un lungo silenzio. Poi, più piano, quasi spezzato:
«Ti amo, Ettore.
Quindi apri questa porta, per favore. »
Le mie dita tremarono sulla chiave. Lentamente la girai. Ti amo.
Queste tre parole risuonarono dentro di me come un’esplosione silenziosa. Le avevo sentite mille volte nei film o nelle canzoni, ma non erano mai state pronunciate per me. Non con quella voce tremante, non con quell’urgenza sincera e quella vulnerabilità a nudo. Il mio cuore iniziò a battere così forte nel petto che mi faceva male.
Rimasi lì impalato, davanti alla porta appena socchiusa, la schiena contro il muro, le lacrime che premevano sulle ciglia, incapace di articolare una sola parola. Leandro era di fronte a me, con gli occhi lucidi, dritto e coraggioso, come sempre. «Posso entrare? » chiese piano.
Anche in quel momento, carico di emozione, restava delicato. Annuii semplicemente e mi spostai per lasciarlo passare. Chiuse la porta dietro di sé con cautela, poi si voltò verso di me. Non osavo più alzare lo sguardo.
La vergogna mi sommergeva. Vergogna per aver dubitato, vergogna per essermi chiuso dentro, vergogna per aver quasi rovinato tutto. «Leandro, io… » iniziai.
«Vieni qui», mormorò aprendo le braccia. Mi rifugiai lì senza esitare. Il suo odore, il suo calore, la pressione rassicurante delle sue mani sulla mia schiena. Tutto mi calmò all’istante.
Come per magia, riusciva a rimettere insieme i pezzi del mio mondo solo abbracciandomi. Però sentii una tensione nel suo respiro. Mi scostai leggermente. «Sembri preoccupato.
»
Mi guardò dritto negli occhi. «Ho chiamato Eric. Volevo sapere perché era venuto a tormentarti. E sai cosa mi ha risposto?
»
Mi irrigidii, temendo il seguito. «Mi ha detto che mi perdonava la mia deviazione con te. Che aveva già prenotato un viaggio in Spagna per noi due, per ripartire con il piede giusto. Che mi amava ancora e che capiva che avevo avuto bisogno di una piccola distrazione.
»
Un dolore acuto mi attraversò il petto. Leandro scosse la testa, con la voce vibrante di rabbia trattenuta. «Ho quasi perso il controllo, Ettore. Perché per lui tu sei solo una parentesi, un’esperienza.
Ma quello che si rifiuta di vedere è che tu non sei mai stato una distrazione. Sei diventato la mia vita intera. »
«Gli ho urlato che non eri tu a non essere alla mia altezza, ma lui. Lui che non è mai riuscito a darmi ciò che cercavo davvero.
La pace, la sincerità, la semplicità. Tu me le regali ogni giorno. »
Mi prese il viso tra le mani. «Dimmi, Ettore.
Tutto quello che stiamo vivendo non vale davvero niente per te? Io non valgo la pena che tu combatta per noi? »
Le sue parole mi trafissero. Aveva ragione.
Avevo abbassato le braccia per abitudine, per paura. Perché tutta la mia vita mi aveva insegnato a sparire prima di essere respinto. Presi un respiro profondo e tremante. «Mi dispiace», mormorai infine.
Poi le parole uscirono tutte insieme, come una diga che crolla. «Ho un’autostima completamente rovinata, da sempre. Non mi sono mai sentito degno di granché, né di amore, né nemmeno di attenzione. Ho passato la vita ad accontentarmi delle briciole.
E tu sei l’esatto contrario. Sei brillante, colto, circondato di persone. Hai una famiglia che ti vuole bene. Io non ho niente di tutto questo.
Solo le mie cicatrici e i miei dubbi. »
La mia voce si spezzò. «Ero convinto che prima o poi ti saresti stancato. Che meritavi qualcuno migliore di un ragazzo come me, con un passato confuso e un futuro modesto.
»
Alzai finalmente gli occhi verso di lui. «Ma mi sbagliavo. Con te mi sento vivo. Davvero vivo.
E quello che provo è forte. È vero. Ti amo, Leandro. Ti amo come non ho mai amato nessuno.
»
Le lacrime ora mi rigavano le guance. Lui le asciugò dolcemente con il pollice. «Mi ami? » chiese con un sorriso che cominciava a formarsi sulle labbra.
«Sì, ti amo. »
Il suo sorriso si allargò. Luminoso, quello che illuminava tutto il mio universo. «Grazie per avermelo detto.
Lo sentivo. Ma sentirselo dire è un’altra cosa. »
Mi strinse di nuovo a sé, più forte questa volta. E per la prima volta nella mia vita mi sentii esattamente al mio posto.
Non come un ospite, non come un errore. Come un uomo amato. Tutto si calmò, infine, con Leandro. Dopo quella notte intensa e liberatoria rimase a dormire da me.
Rannicchiato contro di me nel mio letto stretto, dalle lenzuola un po’ ruvide, sembrava perfettamente a suo agio. Niente gli sembrava troppo piccolo, troppo modesto o insufficiente. La sua semplice presenza riempiva tutto lo spazio. E il mio cuore.
Al mattino presto, mentre preparavo il caffè in silenzio, scivolò dietro di me. Mi passò le braccia intorno alla vita e posò il mento sulla mia spalla. «E se venissi a vivere da me? » mormorò.
Girai la testa, sorpreso. «Dici sul serio? »
«Serissimo. Non voglio più svegliarmi senza di te.
Il mio appartamento è troppo vuoto, troppo silenzioso quando non ci sei. Non è più davvero casa mia senza di te. »
Sorrisi e dissi di sì. Qualche giorno dopo le mie cose stavano in tre scatoloni.
La mia vita modesta si trasferì da lui. Vivere insieme si rivelò di una semplicità sorprendente, come un’evidenza che avevamo impiegato tempo ad accettare. I giorni scorrevano con una dolcezza naturale, fatti di piccoli rituali, risate e silenzi condivisi. Certo, non tutto fu perfettamente liscio.
Eric non aveva detto l’ultima parola. Tornò un’ultima volta, un pomeriggio affollato al caffè. Abito impeccabile, viso chiuso. Ordinò un caffè fissandomi con disprezzo.
Poi cominciò ad alzare la voce. Il caffè era freddo, il servizio pietoso. All’improvviso, con un gesto secco, rovesciò la tazza. Si frantumò sul pavimento con un rumore secco.
I clienti si voltarono. Si mise a gridare che lo avevo aggredito, che lo avevo minacciato, che ero pericoloso e che non avevo niente da fare lì. Ero paralizzato, incapace di reagire. Ma aveva dimenticato un dettaglio.
Il caffè era dotato di telecamere di sorveglianza. La titolare visionò le immagini con me. Si vedeva chiaramente la sua provocazione, il gesto volontario e le accuse false. La faccenda fu archiviata rapidamente.
Non persi il lavoro. A Eric fu vietato definitivamente l’accesso al locale. Dopo quell’episodio tornò una vera calma. Arrivò la primavera, poi Pasqua.
Leandro mi portò di nuovo dai suoi genitori. Quella casa che avevo scoperto sotto la neve mi accoglieva ormai come un figlio. Sua madre mi strinse in un abbraccio che mi tolse il fiato. Sua sorella mi regalò una scatola di cioccolatini fatti in casa.
Sua nonna mi porse un nuovo paio di calzini fatti a maglia, stavolta blu. E suo padre mi fece segno di sedermi accanto a lui, come se il mio posto fosse sempre stato lì. Ridemmo, mangiammo fino a scoppiare, condividemmo ricordi. Per la prima volta mi sentii veramente a casa.
Fu durante quel soggiorno, una sera in cui eravamo sdraiati sul grande divano, che osai confidargli un vecchio sogno. «Ho sempre voluto imparare a nuotare», mormorai. «Ma non ne ho mai avuto l’occasione né i mezzi. E ho sempre avuto un po’ paura dell’acqua.
»
Non disse niente sul momento. Però sentii il piccolo rumore del suo telefono. «Che fai ad agosto? » mi chiese con un sorriso malizioso.
Girò lo schermo verso di me. Due biglietti aerei per il Mediterraneo. Rimasi senza parole. «Io non sono mai stato all’estero.
»
Mi prese la mano. «Allora è ora che cambi. »
Nelle settimane successive mi spiegò tutto. Il passaporto, il check-in, cosa mettere in cabina.
Mi aiutò persino a scegliere il mio primo costume da bagno. Il giorno della partenza ero nervoso come un bambino. Durante il decollo, la sua mano strinse forte la mia. Guardai le nuvole dall’oblò, le città che si rimpicciolivano.
Incantato. All’arrivo il calore era diverso, avvolgente. E poi ci fu il mare. Mi tolsi le scarpe.
La sabbia calda scivolava tra le dita dei piedi. Il mare scintillava a perdita d’occhio sotto il sole. Leandro rideva accanto a me con le braccia aperte e i capelli scompigliati. Fu in quell’istante preciso che capii.
Ero felice. Profondamente, pienamente felice. Non ero cresciuto nell’amore, ma lo stavo vivendo ora, ogni giorno con lui. Lo guardai con il cuore che straripava e pensai: è lui.
È lui la mia casa. Allora presi una decisione. Risparmierò, farò straordinari, mi stringerò un po’ la cinghia. Il mio prossimo obiettivo è un anello.
E al prossimo Natale, quello che ci ha fatto incontrare, gli chiederò di sposarmi davanti alla sua famiglia, davanti alla nostra famiglia. Là dove tutto è iniziato. Non so cosa mi risponderà.
Ma per la prima volta nella mia vita ho davvero voglia di crederci.

