Il giorno in cui mia suocera mi schiaffeggiò davanti a venti clienti, ero in piedi nel mio salone con la pulitrice a vapore ancora accesa. Erano le undici di mattina, e lei era entrata con Isabella, mia cognata, senza appuntamento, sistemandosi sulle poltrone da trattamenti più costose, quelle da trecento euro. «Carmela, siamo qui per una cosa importante», aveva detto mia suocera, con quel tono da regina che usava da quando avevo sposato suo figlio. Isabella sorrideva, sistemandosi i capelli tinti, con la borsa firmata appoggiata sulle ginocchia.

Una borsa che, come tutto il resto, avevo pagato io. «Abbiamo bisogno della tua firma per un prestito. Centomila euro. È una partita che ci farà svoltare», disse mia suocera, spingendomi un foglio sul bancone.
«Una professoressa universitaria deve mantenere una certa immagine, no? » aggiunse Isabella, lanciandomi un’occhiata di sfida. Sapevo benissimo che non era mai entrata in un’università, se non per pulire i pavimenti, eppure da anni si faceva chiamare “professoressa” con i vicini. «Non firmerò», risposi, cercando di mantenere la calma.
«Vi do già tremila euro al mese. Ho pagato duecentomila euro di debiti di vostro padre. Non posso garantire anche questo prestito. »
Fu in quel momento che mia suocera si alzò.
Ventiquattro anni di matrimonio, dieci anni di sostegno silenzioso, e lei mi guardò come se fossi una sconosciuta. «Sei una volgare parrucchiera», sibilò, e poi mi colpì. Lo schiaffo risuonò nel salone, tra gli specchi e l’odore di lacca. Venti clienti si voltarono.
Qualcuna sussultò. Isabella sorrideva ancora, con quel foglio stretto tra le mani. «Una parrucchiera senza studi che osa dire di no a una professoressa», aggiunse mia suocera, la voce alta per farsi sentire da tutti. Rimasi immobile.
Sentii il bruciore sulla guancia, ma non alzai la mano per toccarla. Il silenzio nel salone era così denso che si poteva tagliare. Avevo iniziato a vent’anni, spazzando i pavimenti di una piccola bottega, stando in piedi quattordici ore al giorno con i cerotti ai polsi. Avevo costruito questo locale di trecentotrenta metri quadri con le mie mani, con i miei soldi.
E loro pensavano che potessero umiliarmi così, davanti a tutti. «Ti pentirai», dissi piano, guardandola dritta negli occhi. Poi mi voltai e andai nell’ufficio sul retro, chiudendo la porta. Non piansi.
Non subito. Mi sedetti davanti al computer e iniziai a controllare i documenti. Dieci anni di bonifici automatici: tremila euro al mese ai miei suoceri. Il bonifico da duecentomila euro per il debito di mio suocero, mai restituito.
Le spese di Isabella con la mia carta aziendale: vestiti, cene, viaggi. E poi, il dettaglio che non mi aspettavo: un leasing e un prestito da trentamila euro, accesi con la mia garanzia, senza la mia firma. Trentamila euro. Dietro la mia schiena.
Due giorni dopo, indossai un tailleur nero. Non andai al salone. Andai all’Accademia Superiore di Formazione Professionale, non come la proprietaria del salone, ma come presidente del comitato di disciplina. Portai con me una cartellina con tutti i documenti.
«Signora», disse l’impiegata alla reception, «il direttore è in riunione. La prego di attendere. »
«Non ho bisogno del direttore», risposi. «Ho bisogno dell’ufficio della responsabile del dipartimento di estetica.
»
Isabella era lì, in piedi davanti alla sua classe, con il suo camice bianco e l’aria da professoressa. Mi vide entrare e impallidì. «Cosa ci fai qui? » chiese, la voce incrinata.
«Ho ricevuto una segnalazione», dissi, aprendo la cartellina. «Sembra che tu abbia aperto un leasing e un prestito usando la mia garanzia senza autorizzazione. Trentamila euro. È un reato.
»
«Non è vero», balbettò. «Tu… tu eri d’accordo. »
«Ho tutti i documenti», dissi, posandoli sulla cattedra.
«E ho anche la registrazione della tua ultima conversazione con tua madre, quella in cui dicevi che mi avreste fatta pagare per l’umiliazione dello schiaffo. »
Isabella impallidì completamente. I suoi studenti la guardavano, confusi. «Ora mi ascolti», dissi, la voce ferma.
«O paghi il debito entro trenta giorni, o presenterò una denuncia alla polizia e al consiglio dell’istituto. Vedremo quanto dura il tuo titolo di professoressa. »
«Non puoi farlo», sussurrò. «Mamma ti ucciderà.
»
«Tua madre può provarci», risposi. «Ma prima di farlo, ti consiglio di leggere questa. » Le porsi un altro foglio. «È un ordine di comparizione.
Per la falsa attribuzione di titoli professionali. Anche quello è un reato. »
Uscii dall’aula senza voltarmi. Sentii Isabella chiamarmi, la voce rotta, ma non mi fermai.
Una settimana dopo, ricevetti una telefonata da mia suocera. Piangeva. «Carmela, ti prego. Isabella ha perso il lavoro.
Il prestito… il leasing… non possiamo pagare. Hanno pignorato la casa.
»
«Mi dispiace», dissi. E non era un mentire, ma nemmeno la verità. «Ma ormai è fuori dalle mie mani. Le banche vogliono i loro soldi.
»
«Ti prego», ripeté. «Abbiamo solo noi. Tuo marito… »
«Tuo figlio non sa niente», la interruppi.
«E non saprà niente finché non gli mostrerò i documenti di tutto quello che avete fatto. Se avete una casa, vendetela. Se avete dei soldi, usateli. Io non sono più il vostro bancomat.
»
Riattaccai. Stavo ancora al salone, con la pulitrice a vapore in mano. Il locale era pieno di clienti. Nessuna di loro disse nulla, ma alcune annuirono, come se avessero capito.
Qualche settimana dopo, passai davanti alla casa dei miei suoceri. C’era un cartello “Vendesi”. Isabella era in giardino, con la vestaglia, che fumava una sigaretta. Non sembrava più una professoressa.
Sembrava una donna di cinquant’anni, invecchiata male. Non mi fermai. Continuai a camminare. Quella sera, tornata a casa, trovai mio marito seduto in cucina.
Aveva un foglio in mano. Una denuncia. «Mia madre mi ha detto tutto», disse, la voce piatta. «Il leasing.
Isabella. Lo schiaffo. »
Mi sedetti di fronte a lui. «E cosa vuoi fare?
»
«Non lo so», ammise. «Non so più di chi fidarmi. »
«Non lo so nemmeno io», risposi. Era la verità.
Dopo ventiquattro anni, dopo tremila euro al mese, dopo duecentomila euro di debiti, dopo il culatello di mia madre rubato dalla loro dispensa, dopo lo schiaffo davanti a venti clienti, non sapevo più chi fossi. Sapevo solo chi non ero più. La mattina dopo tornai al salone. Accesi la pulitrice a vapore e iniziai a pulire il pavimento, come quando avevo vent’anni e spazzavo la bottega di qualcun altro.
Ma adesso il pavimento era mio. E nessuno, mai più, mi avrebbe messo le mani addosso senza pagarne le conseguenze. Ma mentre pulivo, sentii il telefono squillare. Era la banca.
Il leasing di Isabella era in default da tre giorni. Trentamila euro, intestati alla mia garanzia. La banca voleva sapere come intendevo pagare. La strinsi forte nella mia mano la scopa e guardai fuori dalla vetrina.
Mio marito era in macchina, parcheggiato dall’altra parte della strada. Ci guardava. Non sapeva ancora niente del prestito intestato a me. Non sapeva che sua sorella aveva usato il mio nome per trentamila euro.
Non sapeva che la garanzia era mia, solo mia. Ho ancora tutti i documenti nell’ufficio. E fra tre giorni devo decidere cosa fare.


