Mi ha detto che avevo una brutta cera e sono crollato. Sembra stupido, vero? Una frase buttata lì, quasi distratta, mentre teneva gli occhi fissi sul computer. Eppure per me quelle poche parole sono state come un pugno nello stomaco.

Ero dietro al bancone con uno strofinaccio umido tra le mani e la testa ancora annebbiata dal vapore della macchina del caffè. Questo cliente, Matteo, da settimane si sedeva ogni sera allo stesso posto, ordinava sempre lo stesso caffè ristretto e picchiettava sulla tastiera come se stesse cercando di risolvere i misteri del mondo. Mi chiamo Ugo, ho 21 anni e studio giurisprudenza all’Università di Perugia. Un mondo fatto di codici, sentenze infinite e professori che sparano lezioni a raffica.
Mi tengo a galla come riesco, anche se certi giorni mi sembra di affogare in un mare di articoli e commi. I miei genitori mi pagano gli studi, ma con i loro redditi è impossibile prendere una borsa di studio. Così, per non campare solo di pasta al burro, ho accettato questo lavoro da barista e sinceramente mi piace. L’atmosfera è rilassata, i colleghi sono simpatici, le battute volano di continuo e le mance non sono male.
Poi è arrivato Matteo. Ha spinto la porta un mercoledì pomeriggio grigio e bagnato, come uscito da un film d’autore. Cappotto nero elegante, borsa di pelle consumata, sguardo sfuggente. Si è seduto al tavolino piccolo, attaccato alla vetrata che dà sul cortile interno, con i muri scrostati e le biciclette arrugginite appoggiate ovunque.
Ha chiesto un caffè nero senza niente. Sul momento non ci ho fatto caso, ma è tornato il giorno dopo e quello dopo ancora e tutti i giorni successivi, sempre alla stessa ora, sempre la stessa ordinazione, sempre quella barriera invisibile tra lui e il resto del mondo. Io lo osservavo di nascosto. Ho sempre avuto un debole per le anime solitarie.
Non è curiosità morbosa, è più una specie di fascinazione. Si capisce che sotto la superficie c’è una storia sepolta, pronta a venire fuori. E Matteo sembrava portarne una particolarmente pesante. A volte aggrottava la fronte davanti allo schermo, altre volte un mezzo sorriso gli sfiorava le labbra per una frase che solo lui vedeva.
Altre volte ancora sembrava assente, lo sguardo perso nel vuoto, immobile come una vecchia foto ingiallita. Piano piano ho iniziato ad aspettarlo. Quasi indovinavo al minuto quando avrebbe varcato la soglia. Mi sistemavo la camicia, mi spruzzavo un po’ di acqua di colonia prima di uscire dal mio monolocale, una cosa ridicola, lo ammetto.
E mi ripetevo mentalmente una frase spiritosa, una battuta che mi moriva in gola non appena lui entrava. Davanti a lui diventavo muto. Mi vedeva appena. Ero semplicemente il ragazzo del bar, quello che gli posava la tazzina chiedendo educatamente come al solito.
Poi è arrivata quella sera. Mi ha detto che avevo una brutta cera. Ricordo ogni dettaglio. Pioveva ancora, ovvio.
La pioggia sembra sempre presentarsi nei momenti importanti. Erano passate le 9 di sera, avevo la schiena a pezzi, mi ero versato del caramello sul grembiule e la mia collega Sara mi aveva mollato lì per un’emergenza. Tradotto: aveva un appuntamento. Mi sono avvicinato al suo tavolo con il caffè quando lui ha finalmente alzato gli occhi.
I suoi occhi, Dio santo, grigioazzurri, penetranti, freddi come il ghiaccio. Mi ha detto: “Ha una brutta cera, si sente bene? ”
Lei. Mi ha dato del lei.
Lì per lì non ho capito se fosse una battuta, un vezzo, o semplicemente il modo in cui parlava d’abitudine. Ma la domanda mi ha colpito dritto. “Sto bene”, ho mentito, con un sorriso stentato. “Sono solo un po’ stanco, giornata lunga.
”
Non si è accontentato. Mi ha spiazzato quando ha detto: “Lei mi ha spiazzato. Qui nessuno mi dà mai del lei. ”
“Lei lo fa con tutti?
” ho chiesto, cercando di guadagnare terreno. “Solo con chi merita rispetto” ha risposto, con un’ombra di sorriso che mi ha fatto dimenticare il dolore alla schiena. Poi, all’improvviso: “E tu cosa fai quando non sei dietro al bancone? ”
“Studio giurisprudenza all’università”, ho risposto un po’ sorpreso.
“Si vede. ”
Ho risposto di no, che non si vede affatto. E lì è successo qualcosa che non mi aspettavo. Invece di andarsene come al solito, ha spento il computer, ha chiuso la borsa e mi ha guardato dritto negli occhi.
Non abbiamo quasi chiuso occhio quella notte, non per una passione travolgente, no. Semplicemente perché parlavamo e quando calava il silenzio ci guardavamo a lungo. Mi ha raccontato di sé, della sua vita, e io ascoltavo incantato. “No, siediti” mi disse quando cercai di alzarmi per pulire il bancone.
“Non ancora. ”
No, non sapeva niente di me, non ancora. Ma ci aveva creduto con tutto se stesso alla libertà finanziaria, all’utopia di un sistema senza banche né stati. Me lo raccontò con gli occhi accesi, con una passione che non avevo mai visto in nessuno.
E io, che di quelle cose capivo poco, lo ascoltavo affascinato, sentendo che la sua storia era molto più profonda di quello che lasciava intendere. Quando finalmente ci salutammo, erano le tre del mattino. “Torno domani” disse, e io annuii, con il cuore in gola. Ma il giorno dopo non tornò.
Né quello dopo. Ho provato a chiamarlo 10 volte, 20 volte. Niente. Il numero non rispondeva più.
E io sono rimasto lì, dietro quel bancone, con la sua tazza ancora sul tavolino e una domanda che mi bruciava dentro: chi era veramente Matteo, e perché è sparito senza lasciare traccia?


