Il giorno della firma in Comune, avevo aspettato quarantacinque minuti prima che lui si decidesse a presentarsi. Non riuscivo a guardarlo, perché ero troppo impegnata a ricordare quanti messaggi gli avevo mandato in cinque anni, troppi, tutti senza risposta. Con calma tirai fuori l’atto di matrimonio dal fascicolo. Lui mi guardò con aria di sfida e mi chiese: «Questo matrimonio lo vuoi ancora celebrare?

» Scossi la testa e risposi: «Mi dispiace, sei arrivato tardi. »
In quel momento capii che non ero più la donna spaventata che viveva all’ombra di una relazione sbagliata. E quando lui si avvicinò per sussurrarmi che se non fossi andata a casa, sarebbe andato lui a cercarmi, gli dissi di no. Avevo deciso di chiudere quella storia da sola.
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