Davanti alla porta trovai un nuovo lucchetto e un biglietto. *Qui non sei più la benvenuta. * Rimasi in silenzio, con le chiavi ancora in mano. Loro non sapevano che quella casa non apparteneva più davvero a loro.

Io sì. Mi chiamo Ilaria, ho 25 anni e lavoro in una libreria da tre anni. Ci arrivo sempre alle 9:00, anche se apro alle 9:30. Ho il mio rituale: accendo la luce nella stanza sul retro, metto su il bollitore e tiro fuori dal cassetto un taccuino con la lista dei libri che voglio rileggere.
Non di leggere, ma proprio di rileggere. Ne ho una quarantina, e la lista non si accorcia mai: ogni volta che ne finisco uno, ne aggiungo due. È una stupida abitudine, lo so, ma è mia. La libreria è mia?
No. Ma il taccuino sì. E anche se guadagno solo 100 euro al mese, di cui 600 li do a mia madre per l’affitto, il taccuino è mio. E questo, per me, conta già qualcosa.
Mia nonna è morta due mesi fa. Non ci vedevamo da anni, non ci sentivamo quasi mai. Mia madre e lei non si sopportavano, e non è che lo nascondessero. Io ero solo la figlia di quella figlia, e quindi anche io ero un po’ scomoda.
Ma quando è morta, ho scoperto che mi aveva lasciato qualcosa. Non lo sapevo. Nessuno in famiglia lo sapeva, tranne mia madre, che però non ha mai voluto approfondire. Diceva che le dava fastidio scavare nel passato.
Peccato che il passato, a volte, bussi alla porta. Una mattina sono arrivata all’ingresso di casa alle 9:20. Abito al terzo piano di un vecchio palazzo perugino, senza ascensore. Di solito digito il codice e salgo.
Ma quel giorno, davanti alla porta, c’era un lucchetto nuovo. E un biglietto attaccato con il nastro adesivo, all’altezza degli occhi. *Qui non sei più la benvenuta. * Non c’era firma.
Ma io sapevo chi era. Mia madre. E Remo, il suo compagno. Non ho suonato.
Non ho bussato. Sono rimasta lì, davanti alla porta, con il biglietto in mano. Loro erano dentro, lo sentivo. La televisione era accesa, qualcuno passava nel corridoio.
Ma nessuno ha aperto. Sono scesa le scale con calma. Sono uscita. Ho camminato fino alla libreria.
Una volta lì, ho acceso la luce, ho messo su il bollitore, ho aperto il cassetto. Ma non ho tirato fuori il taccuino. Ho tirato fuori una busta. La scatola in fondo all’armadio: era lì da sempre, piena di carte vecchie, contratti, fotografie ingiallite.
Mia madre non l’ha mai aperta. Io sì, dopo il funerale di nonna. Non so perché. Forse perché mi sentivo in diritto.
E dentro, in fondo, sotto una pila di bollette gonfie, ho trovato una lettera. Una lettera di nonna, indirizzata a me. Ma non era una lettera d’affetto. Era un documento.
Un atto notarile, datato tre anni prima della sua morte. Un contratto di donazione. La casa di nonna, l’appartamento dove abitava mia madre con Remo, era intestata a me. Non a lei.
Non a lui. A me. All’inizio non ci credevo. Ho riletto la carta più volte, cercando errori, cercando un motivo.
Ma non c’era nessun errore. C’era solo una frase, scritta a mano da nonna, sotto la firma: *”Perché tu, almeno tu, hai sempre saputo stare zitta quando era giusto. E io di zitto ne ho abbastanza. “*
Non capivo.
Non capivo allora. Ma dopo quel biglietto sulla porta, ho capito. Ho trovato il notaio. Un uomo anziano, con una voce calma.
Mi ha confermato tutto. La casa è mia. E mia madre è solo un’occupante. Quando gliel’ho detto, non ha reagito come mi aspettavo.
Ha annuito, come se aspettasse quel momento. Poi ha aperto un cassetto e ha tirato fuori una bozza già pronta. – Questa è la notifica di sfratto, Ilaria. Venti giorni, secondo la legge italiana.
Venti giorni dal momento in cui ricevono la notifica. In questi venti giorni devono liberare volontariamente l’immobile. Se non lo fanno, dopo si procede per vie legali. Ho letto la bozza.
Il mio nome. L’indirizzo. La ragione. *Cessione dell’immobile per diritto di proprietà.
* Ho sentito lo stomaco chiudersi. – E se mia madre o Remo provassero a contattarmi direttamente in questi venti giorni? Devo parlare con loro? Il notaio si è tolto gli occhiali.
– Ilaria, sono vent’anni che non mi mischio nella vita di tua madre. Ma ora ti do un consiglio, e tu devi ascoltarmi. Non ti lascerò sola in questi venti giorni, non perché non mi fidi di te, ma perché so come funziona. Se ti chiamano, tu non rispondere.
Se ti cercano, tu non aprire. Non è crudeltà, è strategia. Loro non ti stanno cercando per parlare. Ti stanno cercando per convincerti a rinunciare.
E tu non devi rinunciare. Ho annuito. Ma dentro, non ero così sicura. I venti giorni sono passati lentamente.
Mia madre ha chiamato per i primi tre giorni, venti volte al giorno. Poi meno. Poi ha smesso. Remo non ha mai chiamato.
Io non ho mai risposto. Ma una sera, verso le nove, sono passata davanti a casa. La luce in cucina era accesa. Ho visto un’ombra muoversi dietro la tenda.
Ho visto la finestra del salotto, la stessa dove nonna sedeva a leggere, e ho visto Remo, seduto sul divano, che finiva la torta di ieri e guardava la televisione senza audio. Non sospettava nulla. Non sapeva che nella mia borsa c’era la notifica già inviata. Non sapeva che il notaio aveva già fatto il suo lavoro.
Loro erano lì, dentro la mia casa. Dentro la casa che nonna mi ha lasciato. E non avevano idea che stava per succedere qualcosa che avrebbe cambiato tutto. E io, davanti alla porta, con la chiave in mano, dovevo decidere se suonare il campanello o se andarmene.
Non sono andata via. Sono salita le scale. Ho messo la chiave nella serratura. Ho sentito il meccanismo scattare.
Poi ho aperto la porta.


