Domenica all’una eravamo tutti a casa di Silvana, come sempre. La tavola era pronta, i piatti buoni, l’aria carica di quel profumo di arrosto che non sbaglia mai. I bambini giocavano in salotto e gli adulti chiacchieravano in cucina, quando Silvana ha fatto il suo ingresso trionfale con una scatola tra le mani. «Ho pensato di fare un regalo a tutti i nipoti», ha annunciato, sorridendo.

Dalla scatola sono usciti cinque iPhone nuovi, uno per ogni nipote. Tranne uno. Elisa è rimasta lì, con le mani vuote, a guardare gli altri bambini che aprivano i loro pacchetti. Non ha pianto, non ha detto nulla.
Ha solo stretto forte la mano a Marco e ha guardato me con quegli occhi che chiedono spiegazioni senza osare di farle. «Silvana», ho detto, cercando di mantenere un tono calmo, «ce n’è uno per tutti? »
«Certo», ha risposto, come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Per tutti i nipoti.
Elisa non è famiglia. »
Non ho fatto scenate. Non ho alzato la voce, non ho pianto, non ho sbattuto la porta. Ho guardato Marco, che è rimasto in silenzio, poi ho guardato Silvana e le ho detto: «Questa casa è mia.
Hai 24 ore per andartene. »
La casa dove vivevamo, quella con le finestre sul cortile e la vista sul Duomo se ti sporgevi dalla cucina, me l’aveva lasciata mia nonna. Silvana ci abitava da quando Marco era ragazzo, ma l’intestazione era mia. Non ne avevo mai fatto un problema, perché pensavo che fosse famiglia.
In fondo, la famiglia siamo noi, no? Elisa ha 5 anni. Suo padre è scomparso quando era piccola, e Marco l’ha adottata l’anno scorso. Lei lo chiama papà, gli disegna cavalli su ogni foglio e sta ancora imparando a scrivere il suo nome, con la Z al contrario.
Per me è mia figlia, punto. Ma per Silvana non è mai stata abbastanza. «Non puoi cacciarmi di casa per una bambina che non è nemmeno tua», ha detto Silvana, con la voce che tremava ma lo sguardo duro. «Domani all’una voglio trovarti fuori da quella porta», ho risposto, prendendo Elisa per mano.
Marco non ha detto una parola. In macchina, guardava dritto davanti a sé, con le mani strette sul volante. Quando è suonato il telefono, ha risposto, ha ascoltato, ha detto solo «sì» e «no», e poi ha riattaccato. Mia suocera aveva già chiamato tutti: suo figlio Matteo da Milano, le sorelle, chiunque potesse mettere una parola contro di me.
«Tua madre ha chiamato Matteo», ho detto, mentre Elisa dormiva nel seggiolino. «L’ha già chiamato. »
«Lo so», ha detto Marco, senza guardarmi. «E tu che vuoi fare?
»
Silenzio. Poi, con voce bassa: «Non lo so. »
La mattina dopo sono andata in via Pre. Sono arrivata in venti minuti di autobus, con le chiavi in tasca e il cuore che batteva forte.
Silvana era lì, seduta al tavolo di cucina, con la vestaglia e i capelli raccolti male. Sembrava invecchiata di dieci anni in una notte. «Non mi manderai via», ha detto appena mi ha vista entrare. «Non voglio farlo», ho risposto.
«Ma non puoi dire che mia figlia non è famiglia. »
«Non è la stessa cosa», ha detto, guardando altrove. «Allora no», ho detto. «Allora devi andare.
»
Ha aperto la bocca per dire qualcosa, ma non ne è uscito nulla. Forse per la prima volta nella sua vita, Silvana non aveva una risposta pronta.


