Davanti alla porta trovai un lucchetto nuovo e un biglietto. “Qui non sei più la benvenuta. ” Rimasi in silenzio. Loro non sapevano che quella casa non apparteneva più davvero a loro.

Mi chiamo Ilaria, ho 25 anni e lavoro in una libreria in corso Vannucci. Quella mattina, Margherita, la mia collega, era malata e io ero da sola. Verso le 11 entrò un signore anziano che cercava un libro letto da bambino: ricordava solo un ragazzo e un cane che navigavano. Dopo quaranta minuti capimmo che si trattava de Il vecchio e il mare.
Comprò il libro e se ne andò soddisfatto. A pranzo venne Benedetta, la mia amica che lavora nell’altro negozio. Mi portò un panino e mi raccontò di una cliente che aveva provato a restituire un libro triste. Ridemmo.
Poi mi chiese se ero libera la sera. No, c’era la cena per il compleanno di Remo, il compagno di mia madre. Le dissi che gli avevo comprato dei calzini di lana. Benedetta mi guardò con quel suo sguardo e disse: “A volte mi sembra che tu ti prenda gioco di tutti, e nessuno se ne accorge.
Nessuno tranne me. ” Mi baciò sulla testa e se ne andò. Alle 19:30 chiusi il negozio. Era dicembre, il corso era pieno di luci natalizie.
Comprai un piccolo panettone, perché mia madre mi aveva detto di non tornare a mani vuote. I calzini erano già nella mia borsa. A casa, in via San Ercolano, abitavamo in un appartamento al terzo piano, senza ascensore, che era stato di mia nonna paterna. Dopo la sua morte, tre anni prima, ci eravamo trasferiti lì io, mia madre e Remo.
Nell’ingresso c’era l’odore del suo profumo, pesante e violetto. Entrai in cucina. Mia madre stava preparando uno stufato. Remo era in salotto a guardare la TV senza audio.
Gli augurai buon compleanno e gli porsi i calzini. Li prese senza guardarli e li posò accanto alla poltrona. “Lo guarderò più tardi. ” Non disse altro.
A cena, mia madre mi versò un bicchiere di vino senza chiedermelo. Dopo la torta, mi guardò e disse: “Siediti. Io e Remo dobbiamo parlarti. ” Mi sedetti.
“Abbiamo bisogno della tua stanza. La figlia minore di Remo sta divorziando e deve trasferirsi qui con la bambina per un po’. ” Rimasi in silenzio. “Hai 25 anni, è ora che pensi a un posto tuo.
Hai un mese per trovarlo. ” Remo intervenne: “Se non vivi qui, non paghi. Allora che se ne vada subito. ” Mia madre aggiunse: “Non ti stiamo cacciando, vogliamo solo che trovi il tuo posto.
”
Mi alzai, portai il piatto in cucina e non lo lavai. Nella mia stanza, aprii l’armadio e tirai fuori una scatola da scarpe. Dentro c’erano i miei documenti e, in fondo, il testamento di mia nonna. Lo riaprii e rilessi: “L’appartamento in via San Ercolano, numero 24, terzo piano, lasciato in pieno e unico possesso a mia nipote, Ilaria Conte.
” Lo sapevo a memoria. Lo rimisi a posto. Dal salotto arrivava la risata di mia madre. Mi sdraiai e pensai: “Vedremo chi si trasferirà dove tra un mese.
”
La mattina dopo uscii prima dell’alba, lasciando un biglietto. Al negozio, Margherita si stupì di vedermi così presto. Le raccontai della discussione. “Ti stanno chiedendo di andartene da casa tua?
” “A quanto pare sì. ” Mi offrì una stanza da sua zia a San Sisto. Le dissi che ci avrei pensato. Durante la giornata, aprii l’app del notaio dove conservavo i documenti.
Non la chiusi. Il signor Bianchi, il proprietario, mi chiese se potevo lavorare da sola a gennaio. Accettai. Alle 19:45 chiusi il negozio.
Pioveva. Prelevai 300 euro e comprai dell’aspirina. Arrivai a casa alle 21:30. Davanti alla porta c’era una serratura nuova e un biglietto con la calligrafia di mia madre: “Qui non sei più la benvenuta.
Le tue cose sono dalla signora Armelini al primo piano. Non fare scenate. ”
Provai a infilare la chiave, ma non entrava. Suonai, bussai.
Nessuno aprì, anche se sentivo la TV accesa. Chiamai mia madre: la linea cadeva. Chiamai Remo: non rispose. Scesi dalla signora Armelini, una vicina di 82 anni.
Mi aprì subito. “Entra, ti aspettavo. Ho detto a tua madre tutto quello che penso. ” Mi fece sedere in cucina e mi versò il tè.
“Conoscevo tua nonna da trent’anni. Mi disse che ti avrebbe lasciato tutto, perché Gabriella ti avrebbe divorato. Se serve, lo ripeto in tribunale, dal notaio, davanti al papa. ” Le chiesi se poteva testimoniare.
“Dove vuoi e quante volte vuoi. ” Mi disse di chiamare subito il notaio. Aprii l’app e inviai una notifica di detenzione illegale, con copia del certificato di proprietà e del testamento, al notaio e alla polizia. La signora Armelini mi disse di lasciare le valigie da lei.
Poi chiamai Benedetta. “Vengo da te. Ti racconto tutto. ” Arrivai al suo piccolo appartamento.
Mi versò un bicchiere di vino. Le raccontai tutto, dalla cena al biglietto. “Ti hanno dato un mese e ci sono riusciti in un giorno. ” Poi le mostrai il certificato di proprietà.
“Sai da un anno e mezzo che sei la proprietaria e hai continuato a pagare? ” “Non volevo una guerra. ” “Cosa hai già fatto? ” “Ho inviato la notifica al notaio e alla polizia.
” Benedetta annuì. “Domani vai dal notaio. E non concedere loro un giorno di vantaggio. ”
La mattina dopo andai dalla signora Contini, il notaio.
Mi ricevette subito. Le raccontai tutto. Mi disse che avrebbe preparato una richiesta di liberazione con termine di 20 giorni. “Se non se ne vanno, il 21° giorno si procede allo sgombero coatto.
” Mi consigliò di non parlare direttamente con loro. “Qualsiasi accordo verbale potrebbe essere usato contro di te. ” Poi mi disse: “Sua nonna, quando fece testamento, disse: ‘Voglio che mia nipote abbia una chiave che potrà girare quando ne avrà bisogno. ‘” Rimasi senza parole.
Uscita dallo studio, vidi 17 chiamate perse di mia madre e messaggi. L’ultimo diceva: “È venuto un tizio dello studio notarile. Spiegaci subito cosa sta succedendo. ” Non risposi.
Al negozio, avvisai Margherita che mia madre sarebbe potuta venire. Poi squillò il telefono: era Silvana, la figlia di Remo. “Non sapevo che l’appartamento fosse tuo. Papà mi aveva detto che era di Gabriella.
Ti prego, concedimi due o tre mesi, ho una bambina. ” Le risposi: “La tua richiesta non è rivolta a me. In quell’appartamento ora vivono mia madre e tuo padre. Non sei stata tu a farli trasferire lì.
” “Sei senza cuore. ” “Forse. Arrivederci. ”
Andai a vedere la stanza a San Sisto.
Era luminosa, 12 metri quadrati. Mi accordai per 400 euro al mese e versai la caparra. I 20 giorni passarono. Mia madre chiamò per tre giorni, poi smise.
Remo non chiamò. Zia Angela da Terni mi disse che stava dalla mia parte. Il 15° giorno, mia madre venne in negozio. Margherita la fece aspettare e poi la mandò via.
Il 20° giorno, il termine scadde. La Contini presentò la richiesta di sgombero. L’avvocato di mia madre chiese una proroga. Risposi: “Nessuna proroga.
”
Giovedì, gli ufficiali giudiziari andarono in via San Ercolano. Aspettai al bar di fronte. Dopo quaranta minuti, Remo uscì con due valigie, poi mia madre con una valigia e il cappotto beige. Non guardarono verso di me.
L’ufficiale giudiziario mi portò le chiavi e l’atto. “Sua madre ha insistito per trasmetterle un messaggio. Mi sono rifiutato. ” Se ne andò.
Sul marciapiede era rimasto un guanto grigio di mia madre. Non lo raccolsi. Nell’appartamento c’era l’odore della loro vita. In cucina, tre piatti con resti di pasta.
Nella mia ex stanza, le scatole di Silvana. Iniziai a buttare via le loro cose: spezie scadute, sigarette, asciugamani macchiati. Alle 17 trovai le scatole di Silvana con i giocattoli della bambina. Le sigillai e le misi vicino alla porta.
Alle 19 ero stanca. Mi sedetti sul divano di mia madre. Benedetta chiamò. “Come stai?
” “Butto via le loro cose. È come se la seppellissi a pezzi. ” “Non stai seppellendo lei, stai seppellendo l’immagine che hai avuto per 25 anni. Si è seppellita da sola quando ha appeso il biglietto.
”
Preparai una camomilla e andai nella mia ex camera. Mi sdraiai sul letto con le mie lenzuola. Sul soffitto c’era una crepa che da bambina mi sembrava un fiume. Pensai a mia nonna, a come mi leggeva storie in quella stanza.
Pensai: “Nonna, non so se mi approveresti. Ma il tuo appartamento ora è mio, come volevi tu. E ci vivrò.
“


