Il getto d’acqua mi colpì le spalle mentre Tebaldo chiudeva il rubinetto arrugginito, e in quel silenzio capii che quindici anni di matrimonio con Ortensia erano già finiti. Eravamo soli sul quel…

Il getto d'acqua mi colpì le spalle mentre Tebaldo chiudeva il rubinetto arrugginito, e in quel silenzio capii che quindici anni di matrimonio con Ortensia erano già finiti. Eravamo soli sul quel...

Un solo scambio di sguardi sotto una vecchia doccia arrugginita piantata sul bordo di una falesia sferzata dal vento è bastato a mandare in frantumi quindici anni di vita insieme. È successo a me, a quarantatré anni, durante un weekend in moto che credevo uguale a tanti altri. Il motore del mio furgone tossì un’ultima volta prima di spegnersi sul ciglio della strada a una decina di chilometri da Foggia: lo avevo già dato per morto, ma non era quello il problema. Mia moglie Ortensia mi aveva tempestato di chiamate per controllare se avessi preso il cambio.

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Elio, tu dimentichi sempre qualcosa. Aveva ragione, ma quella volta avevo controllato tutto due volte, tranne la moto: lei aveva i suoi piani. Mi chiamo Elio, quindici anni di matrimonio, una casa a schiera con un pezzetto di orto a San Marco in Lamis, un lavoro stabile da tecnico agronomo per una cooperativa sementiera. Sulla carta tutto filava liscio: le rate passavano, ogni estate dieci giorni sul Gargano o in Salento, il venerdì sera sotto le coperte quando i ragazzi del quartiere non facevano troppo casino.

Eppure a volte mi sembrava di soffocare, non per colpa di Ortensia, mai. Era quella routine che mi si appiccicava addosso come fango secco sulle scarpe dopo un’uscita fangosa. La moto enduro era il mio ossigeno, da quando a ventuno anni avevo scovato una vecchia Suzuki malconcia in un casolare verso Bovino per due soldi. Il primo giro in un campo di grano appena tagliato, i palmi sudati sul manubrio, la polvere tra i denti: in quel momento esistevo davvero.

Niente fogli Excel sui semi resistenti alla siccità, niente riunioni infinite, niente amore, mi prendi il pane e il latte tornando? Solo il rombo, l’adrenalina, il pericolo che ti tiene sveglio. Avevo il mio gruppo, quattro amici solidi: Anselmo, il meccanico che sistemava qualunque cosa con del nastro adesivo e una sfilza di bestemmie fantasiose; Goffredo, personal trainer, sempre pronto per una discesa ancora più estrema; Siro, il taciturno che guidava come se dovesse seminare un fantasma; e Tebaldo, cognato di Goffredo, entrato nel gruppo tre anni prima. Ex alpino, calmo in apparenza, parlava poco, ma piazzava le ruote con precisione chirurgica.

Quel weekend avevamo deciso di esagerare: non il solito giro intorno a Monte Sant’Angelo o nella Foresta Umbra, ma il settore del faro di Punta Palascia verso Vieste, sulla punta estrema del Gargano. Pareti a strapiombo, sentieri appesi sul vuoto, calette raggiungibili solo con la bassa marea. Ci fantasticavamo sopra da mesi. “Andiamoci prima che la capitaneria ci chiuda la zona”, aveva detto Anselmo.

Io avevo accettato senza pensarci due volte. Ortensia aveva alzato gli occhi al cielo, ma conosceva la solfa a memoria: Torna tutto intero, è l’unica cosa che ti chiedo. Venerdì sera, ore 19:08, parcheggio dell’autogrill sulla statale 89, poco dopo la deviazione per Cagnano Varano. Ero arrivato in anticipo, come al solito.

Il furgone era carico al massimo: la mia FE501, quella di Siro, le taniche di benzina extra, le protezioni, la cassetta degli attrezzi, i sacchi a pelo, una borsa frigo con le birre. Avevo pure infilato le rosette con la porchetta che Ortensia aveva preparato. Esagerava sempre, ma mi aveva fatto sorridere. Anselmo arrivò per primo col suo rimorchio scassato, suonò due volte, abbassò il finestrino: “Hai visto il meteo?

Pioggia stanotte, ma domani mattina sereno. Ci divertiremo da matti. ” Goffredo arrivò subito dopo con Tebaldo accanto nell’Alfa. Tebaldo scese, mi fece un cenno discreto, sempre lo stesso zaino militare sulla spalla.

Mi passò una birra fresca senza dire niente. Siro chiuse la fila con il suo solito ritardo cronico, parcheggiò di traverso occupando mezza piazzola. Ci facemmo una risata: la squadra era al completo. Cinque uomini, cinque moto, una carta al 25.

000 aperta sul cofano, il percorso segnato con l’evidenziatore: direzione Punta Palascia, centottanta chilometri di statali e provinciali tortuose, arrivo previsto verso le 23:30. Mentre chiudevo il portellone del furgone sentii una stretta sorda, quel presentimento che ti fa controllare tre volte se il telefono è carico. Lo scacciai. Era solo una gita tra amici.

Il convoglio si mosse. Io in testa col furgone, gli altri in fila indiana, i fari che tagliavano il buio, la radio che sparava De Gregori. Nello specchietto retrovisore vidi Tebaldo che fissava la notte dal finestrino del passeggero, sguardo perso. I nostri occhi si incrociarono per una frazione di secondo.

Riportai lo sguardo sulla strada, ma quel breve contatto mi rimase attaccato addosso per chilometri. San Severo, Apricena, Rodi Garganico, Vieste: ogni chilometro ci allontanava un po’ di più dalla città, dai doveri, dalla vita ordinata di prima. In un’area di sosta deserta Anselmo mi superò per farmi segno di fermarci. Pausa, pipì e stretching.

Tebaldo si allontanò per fare una telefonata, ne colsi qualche parola: Sì, no, ti dico che sto bene. Voce bassa, quasi roca. Riattaccò in fretta. “Tutto a posto?

” chiesi. Annuì secco: “Perfetto, solo le solite cose. ” Abbiamo ripreso. La notte era nera pece, le curve si stringevano, l’asfalto si restringeva.

A un bivio malsegnalato sbagliai strada, ci perdemmo su una provinciale deserta, GPS muto, Siro che brontolava. Venticinque minuti buttati in inversione a U. Poco dopo mezzanotte apparve il mare, scuro, immenso, bordato di schiuma che brillava. Il faro si stagliava in lontananza, il suo fascio che spazzava il cielo ogni dodici secondi.

Ci fermammo su un parcheggio di sassi, in alto, al riparo dal vento dominante. Tende montate di corsa, niente fuoco, troppo pericoloso con le raffiche. Birre, panini con prosciutto e formaggio, il rumore delle onde come colonna sonora. Ci sedemmo in cerchio su rocce piatte, stanchi ma eccitati: domani si faceva sul serio, pendenze da quarantacinque gradi, salti naturali.

Anselmo aprì la carta, tracciò il percorso col dito: “Partiamo dalla cresta est, poi scendiamo verso la cala, marea bassa, potremo costeggiare gli scogli. ” Tebaldo ascoltava senza fiatare, poi alzò gli occhi verso il faro. Per un secondo il fascio lo illuminò: lineamenti tesi, sguardo fisso. Finii l’ultima birra.

“Forza, a dormire. Domani sette e quarantacinque briefing. ” Ognuno rientrò nella sua tenda, io da solo nella mia. Il terreno era duro come pietra, il vento fischiava nelle corde.

Chiudevo gli occhi, ma il sonno non arrivava. Pensavo a Ortensia, alla casa, a quel weekend che prometteva di essere una parentesi perfetta, e a Tebaldo addormentato a pochi metri nella tenda di Goffredo. Non lo sapevo ancora, ma quel weekend avrebbe fatto saltare tutto in aria. La mattina dopo, le moto allineate come sentinelle nel parcheggio selvaggio sopra la falesia, il vento che portava odore di alghe marce mescolato all’acre del gasolio.

Niente spogliatoi, niente bagni, solo quel piazzale di sassi e il mare che ruggiva venti metri più in basso. Mi tolsi il casco, passai le dita tra i capelli appiccicati dal sudore. Anselmo si era già levato la felpa a torso nudo, mostrando la lunga cicatrice rosata sulle costole, ricordo di una caduta epica vicino a Monte Sant’Angelo. Goffredo buttava le calze sporche nel furgone ridendo, Siro accese una sigaretta fissando l’orizzonte.

Mi tolsi la tuta impermeabile, presi i pantaloni rinforzati, le ginocchiere, il paraschiena: gesti automatici consumati dall’uso. Alzai la testa per dare un’occhiata agli altri. Tebaldo era a tre metri, si era tolto la giacca, poi la maglietta, piegando ogni indumento con cura sul cofano dell’Alfa. La schiena larga, scolpita da anni di uscite e allenamenti, la pelle appena abbronzata.

Fece scivolare i jeans con un movimento fluido, li piegò con precisione. Sotto, un boxer nero aderente metteva in evidenza cosce possenti. Si chinò per allacciare gli stivali, le spalle ruotarono, le scapole si delinearono sotto la pelle. Qualcosa si risvegliò dentro di me: non un pensiero chiaro, piuttosto un’onda di calore che saliva in gola stringendo il petto.

Distolsi lo sguardo, afferrai la mia maglia in fretta, la infilai con un gesto brusco. Il cuore mi martellava più forte delle raffiche. Eravamo uomini, tutti eterodichiarati, la maggior parte sposati, padri di famiglia per alcuni. Quel tipo di occhiata fugace non si fa.

Strinsi i lacci degli stivali contando mentalmente gli occhielli. “Controlliamo tutto prima di partire”, gridò Anselmo. Ci radunammo attorno alle moto: olio, catena, pressione. Tebaldo si accovacciò vicino alla sua 350, regolò la vite del minimo con dita sporche di grasso, precise come un orologiaio.

Alzò la testa, i nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo. Mi regalò un sorriso calmo, quasi fraterno. Risposi con un cenno del capo, poi mi girai verso il faro. Il fascio spazzò il parcheggio proiettando le nostre ombre enormi sul terreno irregolare.

“Andiamo”, disse Anselmo. Infilai i guanti, allacciai le fibbie del casco. Tebaldo fece lo stesso accanto a me: chinandoci a prendere le borse, i nostri gomiti si sfiorarono. Un contatto fugace, come una scarica elettrica.

Indietreggiai d’istinto di un passo. La FE501 ruggì, i cinque scarichi sputarono una nuvola azzurrognola. Innestai la prima, la ruota anteriore morsa la terra schizzando una pioggia di sassi. Partimmo verso il sentiero che precipitava verso la costa.

Dietro di me, Tebaldo accelerava per mettersi nella mia scia. Il faro rimpiccioliva alle spalle, il polso mi batteva nelle tempie. Qualcosa si era mosso su quel parcheggio, una crepa minuscola, ma la sentivo già allargarsi, pronta a inclinare tutto. Il single partiva subito dopo il parcheggio, stretto e tortuoso, scavato da anni di passaggi.

Aprii il gas, la moto schizzò in avanti, le vibrazioni mi salirono fino alle spalle. Anselmo mi superò a sinistra alzando il pollice in modalità sfida; risi forte dentro il casco e spinsi ancora. Novanta, cento, centodieci: una nuvola di polvere ci inghiottiva. Prima curva a destra, contropendenza marcata, frenai tardi, la moto scivolò di lato, il piede sinistro arò la terra, raddrizzai con un colpo di manubrio.

Un salto naturale, due metri buoni di volo, atterraggio violento, le sospensioni che incassano al massimo. Siro mollò un urlo nell’intercom, Goffredo commentava ogni salto. Tebaldo mi tallonava: la sua 350, più nervosa e leggera, prendeva le traiettorie interne. Su una cresta stretta ci ritrovammo ruota contro ruota, dieci centimetri scarsi tra le anteriori.

Girai la testa per una frazione di secondo: era chino in avanti, completamente assorbito. Mollai un po’ l’acceleratore, lui prese il vantaggio e sparì nel vuoto successivo. Dopo un’ora abbondante ci fermammo su un promontorio che dominava la baia verso Peschici. Mi tolsi il casco, asciugai il sudore che colava negli occhi.

Anselmo distribuì le borracce, Goffredo scattò una foto per ricordo, Siro controllò la catena. Tebaldo si sedette su un blocco di roccia, tirò fuori una barretta energetica, la spezzò di netto e me ne porse metà senza dire niente. Le nostre dita si sfiorarono, un calore fugace. Mandai giù la barretta in due morsi.

Ripartimmo: il sentiero precipitava ripido tra la macchia spinosa, freno posteriore bloccato per dosare la derapata, la moto che partiva in scivolata controllata. In basso la sabbia inghiottì l’anteriore, diedi gas forte per uscirne. Tebaldo gestì la stessa sezione in modo più pulito, finendo con un’impennata controllata, quasi indifferente. Mezzogiorno passato, raggiungemmo una caletta deserta, marea bassa, scogli neri lucidi, alghe verde smeraldo attaccate ovunque.

Parcheggiammo le moto a semicerchio: pausa pranzo. Ortensia aveva preparato rosette con prosciutto crudo, pecorino e pomodori secchi. Mangiai in piedi, schiena appoggiata al serbatoio ancora caldo. Tebaldo si era sistemato più in là su un tronco sbiancato dal sale, mangiava lentamente, sguardo perso sull’orizzonte.

Nel pomeriggio infilammo lunghi rettilinei sulla landa ventosa, ci divertimmo con run cronometrati: cento metri al cronometro del telefono. Anselmo in testa con 12,4 secondi, io 12,7, Tebaldo 12,2. Vinse lui. Rifacemmo, mi batté ancora.

Alla terza presi uno spunto perfetto, ruota anteriore alzata per venti metri buoni, vinsi per mezza ruota. Mi diede una pacca sulla spalla: “Niente male. ” La mano rimase lì una frazione di secondo di troppo. Risìi per nascondere il turbamento.

Su un single tecnico urtai un ceppo nascosto, la moto sbandò violentemente, la ripresi per un pelo. Tebaldo frenò di colpo per evitare lo scontro. “Tutto ok? ” chiese, voce calma nell’intercom.

Annuii. Il silenzio tra noi si allungò, pesante. Riavvviai senza aspettare. Alle sedici la stanchezza arrivava: braccia di piombo, mani intorpidite.

Chiudemmo con un ultimo giro più tranquillo, pausa finale di fronte al mare. Il sole calava tingendo l’acqua di arancione ramato. Anselmo tirò fuori birre tiepide dalla borsa termica; brindammo in silenzio. Tebaldo era proprio accanto, spalla contro spalla, fissavamo le onde.

Mormorò qualcosa sulla luce che cambiava colore; risposi un vago “già” col cuore che batteva troppo forte. Iniziammo a sistemare. Spinsi la FE501 verso il furgone, Tebaldo venne ad aiutarmi: “Giornata forte, eh? ” Annuii.

Si avvicinò per sollevare la moto sulla rampa, le nostre mani si posarono insieme sul manubrio. Sentii il suo respiro regolare, vicino. Lasciai la presa, finì da solo. Il sole basso ci metteva in controluce, l’aria sembrava vibrare.

Distolsi lo sguardo. La giornata finiva, ma qualcosa di nuovo, subdolo, si era appena acceso. Girai la chiave di accensione: un click secco, quasi beffardo, poi il nulla. Il cruscotto si illuminò per una frazione di secondo, spie rosse lampeggianti, poi buio.

Batteria a terra, alternatore andato. Anselmo sbirciò dentro il motore: “Stasera proprio non ti fila dritta, eh? ” Tirò fuori il cellulare: zero tacche. Siro lo alzò verso il cielo girando su se stesso come una bussola umana: niente.

Goffredo alzò le spalle: “Quassù il segnale è un miraggio. ” Aprii la carta: il paese più vicino era Mattinata, una decina di chilometri, strada stretta ma asfaltata. “Andiamo in due con l’Alfa, troviamo un meccanico. ” Anselmo annuì, Goffredo e Siro salirono.

Tebaldo rimase fermo, braccia incrociate sul petto: “Io resto qui. Due bastano. ” L’Alfa tossì all’avviamento, poi prese. Sparirono alla prima curva, fari accesi nella luce che calava.

Il silenzio calò di colpo, pesante e assoluto. Solo il vento che fischiava, le strida lontane dei gabbiani, e Tebaldo che chiudeva piano il portellone del furgone. Il cuore mi schizzò in gola. Eravamo soli, davvero soli.

Il faro spazzava il parcheggio ogni dodici secondi allungando le nostre ombre sul pietrisco. Tirai fuori la cassetta degli attrezzi, feci finta di ricontrollare i morsetti della batteria. Tebaldo si appoggiò al cofano: “Hai un’idea? ” Scossi la testa.

“Aspettiamo che tornino”, fece lui con una risatina, “un’ora, due al massimo. Non crepiamo mica qui. ” Infilò la mano nel bagagliaio, tirò fuori due birre tiepide dimenticate in fondo alla borsa termica. Me ne passò una; le dita si sfiorarono.

Ci sedemmo sul paraurti posteriore, la schiena contro il metallo ancora caldo del motore. Il sole calava veloce, la temperatura scendeva di colpo. Tirò fuori un pacchetto di patatine sgualcito, lo dividemmo in silenzio. “Ci sei mai venuto a girare da queste parti?

” chiese. Risposi di no. Annuì piano: “Neanche io. È crudo, selvaggio.

Mi piace. ” Nuovo silenzio. Il telefono muto, schermo nero. Riposi gli attrezzi, chiusi il cofano con un colpo secco.

Tebaldo si alzò, stirò le braccia sopra la testa: “Vieni, andiamo a rinfrescarci. C’è una doccia esterna dietro il vecchio bunker. ” Indicò col mento un piccolo blockhaus di cemento armato, una ventina di metri più in là, resto della seconda guerra mondiale. Una doccia arrugginita fissata al muro, un tubo flessibile che pendeva floscio, acqua gelida ma potabile.

“I motociclisti del posto la usano da anni. ” Esitai un secondo. Lui già camminava verso là, togliendosi la maglia da cross mentre avanzava. Senza pensarci troppo lo seguii.

Il bunker si apriva su un lato affacciato sulla falesia a strapiombo, pavimento di cemento screpolato, graffiti vecchi mezzo cancellati dal sale. Tebaldo posò la maglia su un bordo di cemento, girò il rubinetto arrugginito. Un getto forte e limpido schizzò fuori, subito gelido. Si mise sotto, testa all’indietro, le spalle contratte per lo shock termico, i muscoli tesi in evidenza.

L’acqua scorreva in rivoli sul torace portando via lo sporco, il sudore accumulato, la polvere della giornata. Scosse la testa come un cane bagnato schizzando gocce ovunque: “Dai, muoviti, ti rimetti a posto le idee. ” Il getto si era indebolito fino a un filo tiepido; il sole, ancora aggrappato al bordo della falesia, scaldava il cemento screpolato. Forzò il rubinetto, l’acqua schizzò in una fontana, poi si stabilizzò in un flusso costante.

Si rimise sotto, mani incrociate dietro la nuca. Io restavo inchiodato lì, i piedi incollati al suolo, il cuore che batteva così forte da coprire tutti gli altri rumori: onde, vento, gabbiani. “Dai, Elio, non c’è nessun altro. ” La voce restava bassa, calma, quasi dolce.

Deglutii a fatica. Feci un passo avanti. L’acqua mi schiaffeggiò le spalle, ormai tiepida, quasi calda dopo ore di polvere e sudore. Tebaldo si spostò appena.

Ci ritrovammo faccia a faccia, a malapena trenta centimetri l’uno dall’altro. Il filo d’acqua scorreva tra noi formando una sottile parete liquida. Chiusi gli occhi per un secondo. Quando li riaprii, il suo sguardo era inchiodato al mio: niente sorriso, solo un’intensità tranquilla, diretta.

Alzò la mano, sfiorò il mio braccio con la punta delle dita: un contatto così leggero che poteva sembrare casuale, ma che fece vacillare tutto. Non mi ritrassi. Si avvicinò ancora, il suo petto sfiorò il mio. L’acqua continuava ad avvolgerci.

Sentii il suo respiro più veloce, anche il mio accelerava. Il cervello mi urlava di girarmi e andarmene, ma i muscoli non obbedivano. Si chinò di più. Mi lasciai andare.

Tutto ciò che aveva formato la mia vita fino a quel momento, le routine consolidate, i gesti automatici, le certezze, si cancellava di colpo. Era qualcos’altro, crudo, immediato, elettrico. Il resto del mondo svanì: niente più faro, niente più mare in burrasca, niente più furgone parcheggiato a venti metri. Solo noi due sotto quel getto tiepido.

Il tempo si dissolse, non contavo più i minuti. Quando Tebaldo si raddrizzò lentamente, le nostre fronti si toccarono. Mormorò quasi contro la mia bocca: “Tutto bene? ” Annuii, muto.

Chiuse il rubinetto. Il silenzio calò di nuovo, rotto solo dal fischio del vento. Ci asciugammo con lo stesso telo ruvido, senza mai spezzare il contatto visivo. Uscimmo dal bunker, il cielo virava al viola profondo, le prime stelle già spuntavano.

Camminammo fianco a fianco verso il furgone, le braccia che si sfioravano a ogni passo. Una sensazione strana mi invadeva: una libertà brutale, quasi spaventosa, come se avessi aperto una porta che non si sarebbe più chiusa. Il mattino si alzò grigio, una nebbia fitta stesa sul mare come un velo opaco. Aprii gli occhi, testa appoggiata al sacco a pelo arrotolato, pietrisco che mi mordeva la schiena.

Tebaldo dormiva accanto, respiro profondo e regolare. Non mi mossi, non volevo rompere quel fragile equilibrio. In lontananza un rombo di motore: i fari dell’Alfa tagliarono la nebbia, Anselmo suonò due volte secco. Scesero seguiti da un tipo in tuta blu macchiata di grasso, cappellino John Deere calcato in testa.

Un meccanico del posto ripescato a Mattinata. Aprì il cofano senza fiatare, collegò una batteria d’emergenza: il furgone tossì, sputacchiò, poi prese a girare piano. “Relè d’avviamento grippato. Regge fino a Foggia, ma cambialo presto.

” Lo ringraziai, gli strinsi la mano callosa. Nessuno chiese niente della notte passata. Tebaldo si sedette davanti accanto a me, gli altri dietro. Il convoglio si mosse piano sulle provinciali tortuose.

Accesi la radio a volume basso, vecchio rock italiano. Tebaldo guardava fuori dal finestrino; i nostri sguardi si incrociavano nello specchietto retrovisore, intensità muta, elettrica. A Rodi Garganico, sosta benzina: feci il pieno, Tebaldo pagò i caffè al distributore automatico. Ci appoggiammo al muro della pompa, bicchierini bollenti in mano.

“Stai bene? ” Annuii, stomaco stretto in una morsa. Risalimmo. I cartelli sfilavano: San Severo, Foggia a novanta chilometri.

Ogni chilometro mi riportava verso casa, verso Ortensia, verso la vita di prima, e mi allontanava irrimediabilmente da lui. Arrivai a San Marco in Lamis alle 11:52. Il furgone si fermò davanti casa. Ortensia sul portico, grembiule in vita, sorriso un po’ stanco: “Sembrate reduci di guerra.

” Mi abbracciò, odore di bucato e caffè. Scaricai la FE501 in garage, Tebaldo aiutava in silenzio, discreto. Davanti agli altri ci stringemmo la mano, la stretta ferma, prolungata una frazione di secondo di troppo. Salirono sull’Alfa e partirono.

Casa odorava di pollo al forno e patate arrosto. Ortensia parlava del vicino che aveva lasciato di nuovo il cane ad abbaiare tutta la notte, del portafoglio perso sotto il lavello. Ascoltavo con un orecchio solo. Salii a fare la doccia: acqua calda, sapone che schiumava.

Strofinali forte, come per cancellare qualcosa. Le immagini tornavano a raffiche: il bunker, il getto d’acqua, le sue mani sulla mia pelle. Chiusi gli occhi sotto il soffione. Ero sposato, quindici anni.

Tutto era lì, intatto, in superficie. E tutto tremava dentro. Lunedì mattina, ufficio, fogli Excel sui rendimenti del grano ibrido. Il telefono vibrò: Tebaldo, “Come stai?

” Risposi sì, voce bassa perché nessuno sentisse. Parlò dell’uscita, dei sentieri tosti, della discesa verso la cala. Ascoltai col cuore in gola, riattaccai. Mercoledì sera, secondo messaggio: ero in garage chinato sulla moto che non partiva, pensai a tutto il weekend, al silenzio pesante.

Strinsi il telefono così forte da sbiancare le nocche. “Anch’io. ” Propose un caffè, solo noi due. Rifiutai secco, riattaccai di corsa.

Ortensia guardava una fiction in salotto; presi una birra dal frigo, uscii in terrazza. Stelle sopra, rumore dei vicini che ritiravano i bidoni. Non potevo più fingere: la bugia comoda si incrinava da tutte le parti. Mollare tutto, la casa, la stabilità, le abitudini comode, Ortensia, o seppellire ogni cosa, dimenticare, risalire in moto come se niente fosse cambiato?

Ero perso, completamente perso. Un anno dopo quel weekend che aveva mandato tutto in frantumi, mi trovavo in una casa che non avrei mai potuto immaginare: una piccola masseria in pietra a Peschici, a un quarto d’ora dal faro di Punta Palascia, con un giardino recintato da muretti a secco e una vista mozzafiato sull’Adriatico. Avevo quarantaquattro anni, divorziato da cinque mesi, un cartone ancora sigillato in garage con le mie vecchie medaglie di enduro. Ortensia aveva tenuto la casa a schiera, il divano grigio, la cucina in acciaio, metà dei risparmi.

Ci eravamo lasciati dal notaio un mercoledì di pioggia di dicembre, sotto una pioggerella che incollava le foglie morte all’asfalto. Aveva firmato per prima, dita tremanti sulla penna. Io dopo. Ci eravamo guardati a lungo, poi abbracciati come vecchi complici alla fine di un lungo viaggio.

“Abbi cura di te, Elio. ” Annuii, gola stretta. Faceva male, ma era impossibile continuare a vivere con quella bugia che pesava ogni mattina al risveglio. Il coming out l’avevo iniziato con i miei genitori una domenica a pranzo da loro, vicino a Bovino.

Mia madre aveva preparato il solito agnello al forno con patate e cipolle. Avevo aspettato il formaggio e il caffè: “Mamma, papà, devo dirvi una cosa. Sto con Tebaldo. È una cosa seria.

” Silenzio gelido. Mia madre lasciò cadere la forchetta, occhi spalancati. Mio padre fissava il piatto, mascelle contratte. “Sei sicuro?

” mormorò con voce rauca. Risposi di sì. Mia madre si alzò di scatto, sparì in cucina; sentii l’acqua scorrere, piatti sbatacchiati. Un’ora dopo tornò, palpebre gonfie: “Sei mio figlio, ma è un colpo.

Dateci tempo. ” Non ne parlammo più quel giorno. Mio padre mi strinse la mano uscendo, più forte, più a lungo. Tebaldo invece non aveva mai vacillato.

Avevamo iniziato affittando un piccolo trilocale in via dei Mulini a Vieste, quarto piano senza ascensore. La prima sera dormimmo su un materasso gonfiabile preso al supermercato, due birre sul balconcino che dava sui tetti. Mi prese la mano: “Costruiamo questa cosa insieme, Elio. Piano piano.

” Gli inizi furono caotici, scoprivamo la vera vita a due: la spesa il sabato, gli sguardi curiosi delle cassiere, le bollette che si accumulavano sul tavolo, litigi per sciocchezze, chi aveva dimenticato la spazzatura, chi aveva lasciato le chiavi nella toppa. Ma parlavamo davvero. La sera, stravaccati sul divano letto di seconda mano, ci confidavamo le paure, lo sguardo degli altri, il terrore di non reggere. E piano piano ci assumevamo per strada, mano nella mano, dal panettiere.

L’idea di adottare la buttavamo lì da sette mesi. Avevamo compilato le pratiche coi servizi sociali, partecipato ai corsi, sostenuto i colloqui con la psicologa. Una mattina squillò il telefono: un bambino di venti mesi, Noah, era in affido a Vieste. Il primo incontro era fra quattro giorni.

Prendemmo l’Alfa, guidammo in silenzio, radio spenta. Al centro Noah giocava su un tappeto con un trattore giallo di plastica, riccioli castani, occhi nocciola, sorriso timido. Mi tese il giocattolo, lo presi. Tebaldo si accovacciò, fece rotolare il trattore.

Noah scoppiò a ridere. Uscimmo col cuore capovolto. La pratica fu approvata; quattro mesi dopo firmavamo i documenti definitivi. Lo portammo a casa, seggiolino nuovo di zecca, pupazzo morbido tra le braccia, si addormentò durante il viaggio.

La masseria a Peschici l’avevamo trovata per caso su un sito di annunci: novantacinque metri quadrati, giardino recintato, vista mare, lavori da fare. La visitammo un sabato mattina di sole, il giardino invaso da erbacce, ma la prospettiva sul mare valeva ogni fatica. Firmammo il compromesso il giorno dopo, mutuo ventennale a tasso fisso. Passavamo i weekend a ridipingere: Tebaldo bianco e crema per il salotto, io verde acqua per la camera di Noah.

Levigammo le assi del pavimento, cambiammo le prese, montammo un’altalena di legno in giardino. Il primo Natale prendemmo un abete spelacchiato da un vivaio, ghirlande economiche; Noah correva ridendo, strappava la carta regalo con le manine paffute. Le reazioni ostili c’erano state tante: Anselmo aveva smesso di colpo le uscite in moto, “Non fa per me, voi due insieme”, mi aveva bloccato ovunque. Siro aveva cancellato il profilo pur di non tenermi.

Goffredo manteneva un contatto minimo, messaggi educati ma distanti. I genitori di Tebaldo erano stati gelidi all’inizio: “Non capiamo, ci serve tempo. ” Ma Noah aveva cambiato tutto. Mia madre cedette la prima volta che lui la chiamò nonna: arrivò con una ciambella fatta in casa, rimase tre ore a giocare per terra.

Mio padre seguì una domenica, arrivò con la sua cassetta degli attrezzi, riparò l’altalena che cigolava per il piccolo. Niente di più, ma tornò la settimana dopo. Alcuni amici rispuntarono piano, un bicchiere da uno, un barbecue da un altro. Non spiegavamo niente, vivevamo e basta.

Qualche mese dopo l’arrivo di Noah iniziai a notare dei cambiamenti in Tebaldo. Rientrava sempre più tardi dalle sessioni di allenamento, giustificandosi con adolescenti da tranquillizzare dopo una caduta, genitori da calmare. La sera restava incollato allo schermo, rispondeva a messaggi con sorrisi fugaci, quasi segreti. Lo attribuivo alla stanchezza: Noah ci svegliava alle 5:45 certi giorni, piangeva per un nonnulla, un dentino che spuntava, un incubo.

Le notti erano spezzettate, diventare padre per la prima volta logora. Mi ripetevo che era normale. Una sera di marzo, pioggerellina fine che tamburellava sui vetri, Noah finalmente dormiva sodo. Ci eravamo sistemati sul divano con due tisane fumanti.

Tebaldo rigirava il cucchiaino nella tazza senza bere, poi la posò sul tavolino: “Devo dirti una cosa. ” Lo stomaco mi si contrasse all’istante. Prese un respiro profondo: “Prima di te, prima che ci incontrassimo davvero, ho avuto una relazione con un uomo sposato, dieci anni fa. Nascosta in motel vicino a Foggia, aree di servizio.

Ero perso in quel periodo, ancora sposato con la mia ex. È durata sei mesi, poi ho chiuso di netto, sepolto nel profondo. ” Sentii il sangue defluire dal viso. Continuò, voce calma ma decisa: “Tre settimane fa mi ha ritrovato, prima su LinkedIn, poi un messaggio privato.

Lavora adesso a Vieste per puro caso. Vuole che ci vediamo per un bicchiere, per parlare del passato. ” Stretto i pugni sotto la coperta. Geloso?

Sì, un bruciore acido in gola. Preoccupato, certo. Ferito soprattutto dall’idea che quel fantasma potesse riemergere e minacciare ciò che avevamo costruito mattone su mattone. Alzò le mani in segno di pace: “Non è amore, era un errore.

Una pagina che avevo chiuso male. Non c’entra niente con quello che viviamo noi. Te lo racconto perché non voglio segreti tra noi. ” Annuii, gola serrata.

Restammo svegli fino a tardi, gli facevo domande precise: dove, quante volte. Rispondeva senza giri di parole, senza abbellire. Ogni dettaglio pungeva, ma quella franchezza cruda alleviava anche. Verso le 2:30 andammo a letto schiena contro schiena.

Nei giorni successivi l’aria era pesante: ci incrociavamo in cucina senza sfiorarci, io rimuginavo in loop. E se dubitava? E se quell’uomo rappresentava una libertà senza legami, senza responsabilità? Tebaldo restava dritto, mi mostrò gli scambi: lui aveva risposto stop, l’altro insisteva, un caffè, solo uno, per chiudere definitivamente la pagina.

Quattro giorni dopo Tebaldo decise: “Lo vedo un’ultima volta per chiudere tutto di netto. Puoi venire se vuoi. ” Rifiutai, troppo doloroso. Partì un giovedì pomeriggio, camicia pulita.

Lo guardai allontanarsi al volante dell’Alfa, restai con Noah: impilammo cubi di legno, facemmo correre macchinine, ma la mente era altrove. Rientrò alle 18:45, dritto tra le mie braccia, senza una parola all’inizio. Poi: “È finita. Gli ho detto che ho un compagno, un figlio, una vita intera davanti.

Mai più contatti, bloccato su tutti i social. ” Quel gesto mi colpì dritto al cuore: niente discorsi altisonanti, solo atti chiari. Aveva scelto noi senza esitare. La sera mettemmo a dormire Noah insieme, la storia del piccolo riccio, voci basse per non svegliarlo.

In cucina mi abbracciò da dietro, mani sui fianchi. “Scusa per il casino. ” Stretto la sua mano contro il mio stomaco. Tutto tornò fluido: i mattini in cui Noah corre nudo nel corridoio ridendo, le spese dove litighiamo bonariamente sulla marca di yogurt, le passeggiate sulla spiaggia di Baia delle Zagare, Noah in mezzo a noi che raccoglie conchiglie umide e ce le porge orgoglioso.

Nonostante i dubbi che aleggiavano ancora come ombre leggere, nonostante quella zona grigia del passato, continuavamo ad andare avanti insieme, più solidi di prima.