Ho sentito il medico pronunciare quelle parole a mio marito e il sangue mi si è gelato. Sono rimasta immobile, fingendo di non aver sentito, finché la porta non si è aperta. Quel giorno non avevo nessuna intenzione di andare con lui, avevo altro per la testa: un rapporto rimasto in sospeso dalla settimana prima e una telefonata di Hezwaldo riguardo a una discrepanza nel registro. Ma Renato, dal mattino, era insolitamente silenzioso.

Non era il silenzio che segue un litigio o la stanchezza, era un altro tipo di silenzio. Faceva colazione senza guardare il telefono, il che per lui era quasi un’assurdità. Quando gli ho chiesto a che ora avesse l’appuntamento, mi ha risposto soltanto: “Alle due. ”
Ci sono andata non perché volessi passare del tempo con lui, e nemmeno perché fossi preoccupata per la sua salute.
Per quanto ne sapessi, la sua salute era a posto. Ci sono andata perché quel silenzio mi aveva toccato qualcosa allo sterno, e non riesco a lasciare che certe cose restino semplicemente sospese nell’aria. All’esterno, l’edificio aveva un rivestimento sbiadito e una pensilina sopra l’ingresso con un angolo scheggiato. Dentro, linoleum e sedie di plastica lungo la parete.
Alla reception, una donna sulla cinquantina in camice rosa guardava il monitor con l’aria di chi ha smesso da tempo di interessarsi a ciò che vi è scritto. Dopo una decina di minuti, o forse venti, avevo smesso di contare. Poi è entrata mia suocera con un cappotto grigio chiaro e la borsa a tracolla, con quell’espressione con cui entrava sempre in ogni stanza, come se valutasse in anticipo se fosse all’altezza delle sue aspettative. Ha annuito brevemente all’uomo, senza parole.
Ricordo che guardavo fuori dal finestrino e non pensavo alla frase, né all’uomo con la cartellina, né al volto di domenica. Mi ci aveva trascinata un’amica che lavorava nella stessa impresa edile in cui Renato, all’epoca, dirigeva uno dei cantieri. Avevo ventisei anni, lavoravo all’ufficio delle imposte da tre anni. Lui ne aveva sessantatré e viveva da solo.
Sapeva sempre quando era stata l’ultima volta dal medico, sapeva quanto aveva sul conto, sapeva con chi lavorava e con chi no. Aveva un’opinione su ciascuno di questi punti. “No? ” ho chiesto.
“Beh, certo che no! ” ha risposto. Circa una volta all’anno c’erano periodi in cui era teso per questioni di soldi, ritardi nei pagamenti di un cantiere, un contratto saltato. Me n’ero accorta, l’avevo attribuito all’ennesimo stress lavorativo.
Poi si corre da un notaio all’altro. “No,” ho risposto chiudendo il documento. All’interno c’erano alcuni fogli. Era l’unico modo che conoscevo, passare all’azione successiva, non perché non mi importasse, ma perché se mi fossi fermata non avrei saputo cosa sarebbe successo dopo.
Renato è tornato all’inizio del terzo. Ho alzato lo sguardo, mi guardava non con spavento, ma con quell’espressione che in dodici anni avevo imparato a riconoscere. Lavoro all’ufficio delle imposte da dodici anni. Il telefono è squillato venti minuti dopo.
Ci sono voluti venti minuti. I primi giorni lavoravo dal suo appartamento, arrivavo in ufficio all’apertura e me ne andavo non prima delle sette di sera. Per ora no, ho risposto, fino all’emissione della sentenza. Le voci all’ufficio delle imposte di Foggia si diffondono più o meno come ovunque: veloci, imprecise e con evidente interesse.
Semplicemente succedeva sempre qualcosa proprio all’ora di pranzo. Non all’esterno. All’esterno funzionava? No, arrivavo, me ne andavo, rispondevo alle domande, ma dentro di me qualcosa si era fermato.
“No, ci sono testimoni che possono confermare che lei non era lì. ” Il terzo, il mio, ha fornito alle indagini ciò che prima mancava: una prova documentata del fatto che il paziente non si era presentato all’appuntamento nel giorno indicato. Il conto era stato sbloccato già all’inizio.
Non avevo intenzione di andare all’appartamento in via Castelfidardo, né oggi né domani.


