La prima riga che lessi nel quaderno marrone nascosto sotto il materasso era scritta con la calligrafia di mio genero: «Quel vecchio ci costa troppo, non può andare avanti così». Mi chiamo Franco Basile, ho settantatré anni. Per quarantacinque ne ho passati a lavorare il legno, a costruire mobili che oggi stanno nelle case di mezza Torino. Sono vedovo da otto anni e da quando la mia Maria è salita in cielo, mia figlia Sara mi ha portato a vivere con lei e con suo marito Michele.

Quel martedì pomeriggio tutto sembrava normale. Sara era a scuola, Michele era uscito dicendo che aveva da fare nel suo studio di commercialista. Io ero rimasto in casa, come sempre. Le mani mi tremano un po’, la vista non è più quella di una volta.
Ma la testa funziona ancora bene. E quel giorno la testa mi diceva che qualcosa non andava. Da settimane notavo piccole cose. Michele e Sara che parlavano a bassa voce e si zittivano quando entravo in cucina.
Sguardi tra loro che non capivo. Lui che nascondeva dei fogli in fretta quando passavo nel corridoio. Niente di grave, solo cose strane. Quel pomeriggio avevo bisogno di cambiare le lenzuola del mio letto e andai a prenderle nell’armadio della loro camera.
Quando stavo per uscire, notai che il materasso era sollevato in un angolo, come se qualcuno avesse messo qualcosa sotto. Non sono uno che controlla le cose degli altri, ma qualcosa mi spinse ad avvicinarmi. Sollevai il materasso ed eccolo lì: un quaderno marrone, economico, con gli angoli piegati. Lo aprii.
Le prime pagine erano appunti di spese, numeri, bollette. Poi gli appunti cambiarono. «Sara è preoccupata per suo padre, dice che lo vede più debole. Io vedo solo il conto del supermercato che sale ogni mese.
» Quella frase mi cadde addosso come un secchio d’acqua gelata. Stava parlando di me. Continuai a leggere. «Quel vecchio ci costa già troppo, non può andare avanti così.
Quattrocento euro al mese tra ticket, pannoloni e integratori. Sta diventando insostenibile. »
Un nodo mi strinse la gola. Non ero il signor Basile, non ero mio suocero.
Ero quel vecchio. Una voce di spesa. Voltai pagina. «Ho parlato con un avvocato con discrezione per sapere come funziona con le case e le eredità.
Con Franco vedovo e Sara unica figlia, la casa finirebbe a lei. È in una buona zona della collina, potremmo venderla facilmente. Con quei soldi finalmente potremmo comprare quell’agriturismo in Toscana. » Le mani cominciarono a tremarmi.
Michele non stava solo misurando quanto gli costavo. Stava pianificando cosa fare della mia casa quando fossi morto. E poi il peggio. «Sara non sa niente di questo e non deve saperlo.
Crede ancora che suo padre vivrà molti altri anni. È cieca, non vede che il vecchio è già deteriorato. Basta una caduta, un ricovero lungo. »
La frase restava incompleta.
Chiusi il quaderno. Mio genero mi vedeva come un fastidio da eliminare. Sentii rabbia, tristezza, paura. Riaprii il quaderno e sfogliai le altre pagine.
C’erano date, appunti settimanali, un intero registro di mesi. «Il vecchio si è dimenticato di prendere le pastiglie. Io mi preoccupo per la sua longevità. » Pagina dopo pagina, mesi di risentimento, tutto nascosto sotto il materasso dove dormiva accanto a mia figlia.
All’improvviso sentii la porta d’ingresso aprirsi. Guardai l’orologio: erano le quattro e mezza. Michele non tornava mai prima delle sei. Sentii i passi salire le scale.
Il panico mi invase. Richiusi il quaderno, lo rimisi sotto il materasso, afferrai le lenzuola e uscii dalla stanza proprio mentre lui compariva in cima alle scale. «Franco, cosa fai qui? » Sollevai le lenzuola.
«Sono venuto a prendere delle lenzuola pulite. » Mi fissò per tre secondi che mi sembrarono eterni. «Ah, certo. Un cliente mi ha dato buca.
» Entrò in camera sua. Io restai nel corridoio a sentire il sangue che mi batteva nelle vene. Poi sentii il rumore del materasso che si muoveva. Mi gelai.
Ma lui uscì con dei fogli in mano, sorridendo. «Ho trovato quello che cercavo, Franco. Riposati un po’. »
Scese le scale e andò via.
Quella sera cercai di comportarmi normalmente. Michele cucinò, come sempre il martedì. Mi servì il pollo e sorrise. «Buon appetito, Franco.
Ho messo poco sale, come piace a te. » Lo guardai negli occhi e per la prima volta vidi una freddezza che non avevo mai notato. Ma quando stavo per portare il boccone alla bocca, qualcosa mi fermò. Non pensavo al veleno, non ancora.
Ma quando perdi la fiducia in qualcuno, anche un gesto gentile sembra una trappola. Spostai il cibo nel piatto. «Non ti piace, papà? » mi chiese Sara.
«No, tesoro, è solo che non ho molta fame. »
Quasi non mangiai quella sera. Andai in camera mia e chiusi la porta a chiave, cosa che non avevo mai fatto. Dovevo dire a Sara quello che avevo letto.
Ma come potevo dirle che suo marito teneva un registro segreto aspettando che io morissi? Non potevo fare questo a mia figlia. E anche se avessi parlato, come avrei provato? Con un telefono che a malapena so usare?
E se avessi frainteso? Ma allora perché nascondere il quaderno sotto il materasso? I due giorni successivi furono i più lunghi della mia vita. Cominciai a osservare Michele in modo diverso.
Ogni sorriso, ogni parola gentile mi sembrava una bugia. Il giovedì mattina lo sentii salire in camera sua. Salii le scale molto lentamente e lo vidi dalla porta socchiusa: era seduto sul letto con il quaderno in mano, intento a scrivere. Il pavimento scricchiolò sotto il mio piede.
Michele alzò la testa di scatto. «Franco, hai bisogno di qualcosa? » Cercai di pensare in fretta. «Cercavo Sara.
» «È andata a scuola un’ora fa. » «Ah, sì, certo, me n’ero dimenticato. » Michele chiuse il quaderno lentamente, senza togliermi gli occhi di dosso. «Ti vedo strano, Franco.
Stai prendendo le pastiglie? È importante che non te ne dimentichi. » Il sangue mi si gelò. «Sì, le prendo ogni mattina.
» «Bene, perché con la tua pressione alta qualsiasi distrazione può essere pericolosa. »
Si alzò, mise il quaderno nel cassetto del comodino e si avvicinò a me. «Franco, lo sai che puoi fidarti di noi, vero? Siamo qui per prenderti cura di te.
» Annuii, incapace di parlare. «Bene. Ci prenderemo cura di te fino alla fine. » Quelle ultime tre parole mi suonarono come una minaccia.
Il venerdì mattina accadde qualcosa che mi gelò il sangue. Ero in cucina quando sentii Michele parlare al telefono. «Volevo informazioni sulla pratica. In caso di decesso dell’assicurato, quali sono i tempi medi di liquidazione?
» Rimasi immobile con la tazzina in mano. «Perfetto. E la documentazione medica va allegata subito o in un secondo momento? » Assicurazione sulla vita.
Michele stava chiedendo informazioni su come incassare i soldi quando fossi morto. Quando sentii l’acqua scorrere in bagno, salii le scale piano. La porta della camera era chiusa. Lui era in bagno.
Aprì la porta, andai al comodino, tirai fuori il quaderno. Le ultime pagine erano le più recenti. «Ho chiamato tre compagnie assicurative. L’opzione migliore è Vita Sicura, copertura totale, beneficiaria Sara.
Importo 250. 000. » Poi: «Sara ha firmato i documenti dicendo che era routine. Ha fatto firmare al vecchio il questionario sanitario come se fosse una formalità.
Non ha capito niente. » Mi ricordai di quel foglio. Michele me lo aveva messo davanti dicendo che serviva per aggiornare la cartella clinica. Io avevo firmato senza leggere.
Continuai. «Il cuore di Franco è affaticato. Basta poco. » E poi la pagina che mi fece venire meno.
«Le pastiglie per la pressione, se il dosaggio aumenta gradualmente, possono causare cali pericolosi, capogiri, confusione, cadute. Alla sua età una caduta dalle scale sembrerebbe un incidente. Nessuno farebbe domande. » E infine: «Ho già pianificato tutto.
Mi serve solo il momento giusto. »
L’acqua smise di scorrere. Chiusi il quaderno, lo rimisi nel cassetto, mi girai e la porta del bagno si aprì. Michele uscì con un asciugamano in mano e mi vide lì, in mezzo alla sua stanza.
«Franco, cosa fai qui? » deglutii. «Ho sentito un rumore. Pensavo ci fosse qualcuno.
» Mi guardò per tre secondi che sembrarono un’eternità. «Un rumore. » «Sì, ma vedo che eri tu. Scusa, me ne vado.
» Mentre passavo accanto a lui, sentii la sua voce: «Franco, le pastiglie le hai prese oggi, vero? » Mi girai. «Sì, le ho prese. » «È molto importante che tu le prenda ogni giorno, alla stessa ora, senza saltare.
»
Chiusi la porta della mia stanza e mi sedetti sul letto. Michele non stava solo aspettando che morissi. Stava pianificando di uccidermi. Andai in bagno, presi il flacone delle pastiglie e le guardai.
Non potevo sapere se erano state manomesse, ma non potevo rischiare. Le misi in una busta di plastica e le nascosi in fondo al cassetto sotto le vecchie camicie. Ogni mattina avrei finto di prenderle. Ma se smettevo, la pressione mi sarebbe salita.
E Michele avrebbe usato quello contro di me. Quel pomeriggio piansi. Piansi perché ero solo, perché avevo paura, perché l’uomo che dormiva nella stanza accanto voleva vedermi morto e nessuno mi avrebbe creduto. Ma quella notte qualcosa cambiò dentro di me.
Capii che non potevo continuare a essere il vecchio indifeso. Se Michele voleva giocare sporco, anch’io sapevo giocare. Il sabato mattina, quando fui solo in casa, tornai nella sua stanza e fotografai ogni pagina del quaderno con il vecchio cellulare che Sara mi aveva regalato. Ogni appunto, ogni data, ogni piano macabro.
Le dita mi tremavano, ma ce la feci. Adesso avevo delle prove. Quel pomeriggio, a cena, Michele mi disse che voleva portarmi a fare un controllo medico completo il lunedì. «Ti accompagno io, è in una clinica un po’ fuori mano.
» Capii che voleva controllare la situazione, parlare con il medico prima, mettergli in testa delle idee. Ma non potevo rifiutare senza sembrare strano. Il lunedì mattina, prima di uscire, cercai il cellulare per portarlo con me. Era scarico.
Salimmo in macchina e Michele guidò verso una strada che non conoscevo. «Pensavo che la clinica fosse in centro. » «Ho trovato una clinica migliore, più specializzata. » Le strade diventavano meno trafficate, deserte.
«Michele, qui non ci sono cliniche. » «Siamo quasi arrivati, Franco. »
Poi frenò di colpo in mezzo al nulla. Spense il motore e si girò verso di me.
«Franco, credo che io e te dobbiamo parlare. » «Di cosa? » «Del tuo quaderno. » Il sangue mi si gelò.
«So che l’hai letto. Ho visto le impronte sulle pagine. Non sei così attento come credi. » Rimasi in silenzio.
«Cosa pensi di fare, Franco? Dirlo a Sara? Andare dai carabinieri? » Lo guardai negli occhi e per la prima volta sentii rabbia.
«Cosa pensi di fare tu, Michele? Uccidermi qui, in mezzo al nulla? » Lui rise. «Non essere melodrammatico.
Non sono un assassino. » Tirò fuori dalla tasca il flacone delle mie pastiglie. «Tu hai smesso di prenderle, vero? Ti ho osservato.
Con la tua pressione, non prendere le medicine è pericoloso. Le cose succedono, Franco, soprattutto alla tua età. » Si avvicinò. «Tu ricominci a prendere le medicine, quelle vere, e continuiamo come se niente fosse successo.
Quello che deve succedere succederà quando deve succedere. » Guardai il flacone. «Non prenderò niente che viene da te. » Michele strinse la mascella.
«Non costringermi a complicare le cose. » «Fai quello che vuoi. Io non sarò la tua vittima. »
Guidò verso casa in totale silenzio.
Quando arrivammo, si girò verso di me. «Questa cosa non finisce qui. Se dici qualcosa a Sara, io farò in modo che pensi che stai perdendo la testa, che stai delirando. Hai capito?
» Scesi dalla macchina senza rispondere. Entrai in camera mia e tirai fuori il cellulare. Le foto erano lì. Ma sarebbero state sufficienti?
Un uomo di settantatré anni con delle foto contro un commercialista rispettato? Avevo bisogno di altro. Il giorno dopo, alle cinque e mezza del mattino, uscii di casa e camminai fino al bar all’angolo. Chiamai Beppe, il mio vecchio amico dei tempi del legno.
«Beppe, sono Franco. Ho bisogno di vederti urgente, senza che nessuno lo sappia. » «Sei nei guai? » «Sì.
» Ci vedemmo alle undici in un bar lontano da casa. Gli raccontai tutto: il quaderno, l’assicurazione, i piani, la minaccia. Beppe ascoltò senza interrompermi. «Devi andare dai carabinieri.
» «Non posso. Non ho prove abbastanza solide. E Michele ha già minacciato di farmi passare per un vecchio rimbambito. » «E allora cosa pensi di fare?
» Lo guardai negli occhi. «Gli tenderò una trappola. Farò in modo che si scopra da solo, davanti a Sara, davanti a tutti. » Beppe annuì e mi diede un biglietto da visita.
«Mio nipote è avvocato, si chiama Davide. Raccontagli tutto. »
Il giorno dopo chiamai Davide dal bar lontano da casa. Mi ricevette nel suo studio e per un’ora gli raccontai di nuovo tutto.
Gli mostrai le foto. Le esaminò con attenzione. «Queste foto sono una prova, ma ne servono altre. Deve farlo parlare, registrarlo.
Non serve che confessi tutto, basta che dica abbastanza. Con una registrazione chiara la procura dovrà indagare. » E poi mi diede un consiglio: «Non mangi nulla che prepara solo Michele. Non prenda medicine che le dà lui.
E non resti mai solo con lui se può evitarlo. »
Quella notte mi venne un’idea. Dovevo fargli credere che mi arrendevo, che ero disposto a trattare. Solo così avrebbe abbassato la guardia.
La mattina dopo lo trovai in cucina. Mi sedetti di fronte a lui. «Michele, credo che possiamo trovare un accordo. » Alzò un sopracciglio.
«So di essere un peso. So che costano le medicine, il dottore, il cibo speciale. E so che hai dei progetti, l’agriturismo. » Michele rimase in silenzio.
«E se ti firmassi una procura per gestire le pratiche della casa? Così, se mi succede qualcosa, tu e Sara potete muovervi senza intoppi. In cambio, mi lasci vivere in pace il tempo che mi resta. » Michele sorseggiò il caffè lentamente, assaporando la sua presunta vittoria.
«È una proposta interessante. Devo pensarci. »
Il mercoledì sera bussò alla mia porta. Sara era già andata a dormire.
Io avevo il cellulare nella tasca del pigiama, già in registrazione. «Ho riflettuto sulla tua proposta. Mi sembra ragionevole. » «Bene.
Ma voglio che una cosa sia chiara: se firmo, tu mi lasci vivere tranquillo, senza problemi, senza incidenti. » «Certo, Franco. » Feci una pausa. «Dimmi una cosa.
Prima, quando hai scritto quelle cose nel quaderno, eri serio? Avresti davvero fatto qualcosa? » Michele mi guardò a lungo. «Io sono un uomo pratico.
Tu eri un problema, un costo. Ho valutato delle opzioni per accelerare i tempi. Le medicine, per esempio, piccoli aggiustamenti. O creare le condizioni per un incidente.
Niente di violento, solo facilitare quello che prima o poi sarebbe successo. » Il cuore mi batteva forte. «E l’assicurazione? » «È una garanzia.
Duecentocinquantamila euro. Quando non ci sarai più, quei soldi ci permetteranno di costruire quello che vogliamo. Sara ha firmato i documenti dicendo che era una cosa di routine. » «E se avessi parlato io?
» «Allora avrei dovuto farti sembrare confuso, senile. E dopo, beh, qualsiasi cosa fosse successa sarebbe sembrata naturale. Un vecchio malato che si fa male. Succede.
» Eccolo. Abbastanza. «Ma non deve andare così, Franco. Adesso che ci siamo capiti, tutto può essere semplice.
» Uscì dalla stanza e io fermai la registrazione. La ascoltai. Era chiara, utilizzabile. Michele aveva appena scavato la sua fossa.
Il giorno dopo chiamai Davide. «Ce l’ho. Ho la registrazione. » Andammo dritti in Procura.
Il sostituto procuratore ascoltò tutto, prese appunti, esaminò le foto e la registrazione. «Ci sono elementi per ipotizzare minacce gravi e condotte finalizzate a provocare un evento lesivo, oltre a profili di frode assicurativa. Decreto subito una perquisizione d’urgenza e il sequestro di farmaci, polizza, appunti e dispositivi. » Guardai Davide.
«Dove si trova suo genero in questo momento? » «Al suo studio o a casa mia. » «Manderemo i carabinieri in entrambi i posti. Lei, signor Basile, ha un posto sicuro dove stare?
» Restai nello studio di Davide. Passarono ore. Quando il telefono suonò, Davide rispose, ascoltò e riattaccò. «I carabinieri hanno trovato il quaderno originale, i documenti dell’assicurazione e nel suo armadietto dei farmaci delle pastiglie che non corrispondono a quelle prescritte.
Le stanno analizzando. Michele è stato portato in caserma. E Sara era in casa durante la perquisizione. È sconvolta, ma sta venendo qui.
»
Mezz’ora dopo Sara entrò nello studio con gli occhi rossi. «Papà, cosa sta succedendo? I carabinieri hanno portato via delle cose. Mi hanno detto che Michele…
non capisco niente. » La presi per le mani e le raccontai tutto: il quaderno, l’assicurazione, i piani, la registrazione. «No, no, papà. Michele non farebbe mai una cosa del genere.
» «Ecco la registrazione. Ascoltala tu stessa. » Davide le passò il telefono. Con ogni parola, il viso di Sara si sgretolava sempre di più.
Quando finì, si lasciò cadere sulla sedia e pianse come non l’avevo mai vista piangere. «Come ho fatto a non capire? » La abbracciai. «Non è colpa tua.
Michele è bravo a mentire. Ma adesso la verità è venuta fuori. Tu sei al sicuro. Io sono al sicuro.
»
I giorni seguenti furono un susseguirsi di notizie. Le analisi confermarono che le pastiglie sequestrate contenevano un dosaggio quasi doppio rispetto a quello prescritto. Il pubblico ministero contestò il tentato omicidio premeditato e la frode assicurativa. Il giudice dispose la custodia cautelare in carcere.
Una settimana dopo, Sara chiese di vedere Michele. Voleva guardarlo in faccia. Lo vedemmo nella sala della casa circondariale, con la divisa del carcere. «Dimmi solo la verità.
È vero? Hai davvero pianificato di uccidere mio padre? » Michele cercò di sorridere. «Era solo un piano di emergenza, non l’avrei mai…
» «Sì o no, Michele? » Silenzio. Poi un cenno appena, ma fu un cenno. Sara si sfilò la fede dal dito e la lasciò sul tavolo.
«Non voglio vederti mai più. Firmerai la separazione, non combatterai per niente e sparirai dalla nostra vita per sempre. »
Con le prove schiaccianti, Michele scelse il rito abbreviato. Fu condannato a sette anni e quattro mesi di reclusione per tentato omicidio premeditato e frode assicurativa.
La separazione fu rapida. Lui non combatté per niente. Rinunciò a qualsiasi pretesa sulla casa. Dopo sei mesi arrivò anche il divorzio.
La nostra casa tornò a essere un posto sicuro. Sara era distrutta, a volte la trovavo a fissare il vuoto. Una sera si sedette con me. «Perdonami, papà.
Per tutto. » «Non c’è niente da perdonare, tesoro. Siamo vivi, siamo insieme. Questo è quello che conta.
» La abbracciai e lei pianse. A volte è l’unica cosa che guarisce. Con il tempo le cose migliorarono. Sara ricominciò a sorridere, a uscire con le amiche, a fare lezioni di ballo.
Io stavo guarendo anche io. Gli incubi sparirono. Non controllavo più il cibo prima di mangiarlo. Circa quattro mesi dopo, Beppe mi chiamò.
«Un mio amico ha una piccola falegnameria artigianale. Cerca qualcuno con esperienza che insegni ai giovani. Non è lavoro pesante, solo qualche ora alla settimana. Ti interessa?
» Accettai. Cominciai ad andare due volte alla settimana, il martedì e il giovedì. Rivedere il legno, sentire gli attrezzi tra le mani, insegnare a quei ragazzi come levigare e tagliare fu meraviglioso. Mi sentii vivo di nuovo, con uno scopo.
Un pomeriggio uno dei ragazzi mi chiese: «Franco, è vero che tuo genero ha cercato di ucciderti? » Gli altri si zittirono. «Sì, è vero. Ha pianificato di uccidermi per soldi.
Ma ho scoperto il suo piano in tempo e adesso è in prigione. » «Come hai fatto a difenderti? » Sorrisi. «Usando la testa, essendo più furbo di lui.
E non lasciandomi sconfiggere dalla paura. perché quando qualcuno ti sottovaluta, quando pensa che sei solo un vecchio indifeso, quello è il momento in cui hai il vantaggio. »
Quella sera Sara preparò il mio piatto preferito, l’arrosto della domenica, come lo faceva la mia Maria. Dopo cena le dissi una cosa a cui pensavo da tempo.
«Voglio che la casa sia tua, legalmente, adesso. Ho parlato con Davide: possiamo fare una donazione con riserva di usufrutto. Tu diventi proprietaria, ma io continuo a vivere qui finché campo. » Sara aveva le lacrime agli occhi.
«Sei sicuro? » «Sicurissimo. » Firmammo dal notaio la settimana dopo. Uscendo, mi abbracciò.
«Grazie, papà. Per tutto. »
Sono passati due anni. Oggi ho settantacinque anni.
Continuo ad andare in falegnameria due volte alla settimana. I ragazzi mi chiamano maestro. Sara ha conosciuto qualcuno, un insegnante della sua scuola, un uomo onesto che la guarda con rispetto. L’ho osservato attentamente, cercando segni, bugie nascoste.
Non ho trovato niente. «Cosa ne pensi di lui, papà? » «Mi piace. Sembra una brava persona.
Sei felice con lui? » «Sì. » «Allora va bene così. » «Non lo farai controllare?
Non indagherai sul suo passato? » Sorrisi. «No, tesoro. Adesso sai riconoscere i segni.
Te l’ho insegnato io. »
L’altro giorno Sara mi ha portato una lettera. Veniva dal carcere, da Michele. «Franco, so di non avere il diritto di chiederti niente.
So che quello che ho fatto è imperdonabile. Ho avuto molto tempo per pensare e mi vergogno profondamente. Non meritavi niente di quello che ho pianificato. Non mi aspetto il perdono, non lo merito.
Volevo solo che lo sapessi. » Sara mi guardò. «Cosa dice? » «Dice che si è pentito.
» «Gli credi? » Ci pensai un minuto. «Non so se gli credo. Ma non ha importanza.
La mia pace non dipende dal suo pentimento. L’ho trovata da solo e nessuno può togliermela. » Misi la lettera in un cassetto e non la tirai mai più fuori. Qualche settimana fa Davide mi chiamò.
Un suo amico lavorava in un settimanale e voleva intervistarmi. L’intervista uscì con il titolo «Il nonno che ha rifiutato di essere una vittima». Da allora ho ricevuto lettere, tante lettere, da anziani che mi raccontano le loro paure e mi chiedono cosa fare. Rispondo a tutti.
Dico sempre la stessa cosa: non arrendetevi mai. Non accettate di essere vittime. Usate la testa, cercate aiuto, lottate. Ieri, in falegnameria, uno dei ragazzi mi ha chiesto: «Franco, qual è la cosa più importante che hai imparato nella vita?
» Mi fermai e pensai a tutto quello che avevo vissuto. «Ho imparato che l’età non ti rende debole. L’età ti dà esperienza, saggezza. E se la usi bene, nessuno può sconfiggerti.
Ho imparato che il rispetto non si chiede, si guadagna e si difende. E ho imparato che finché hai vita, finché respiri, puoi sempre lottare e puoi sempre vincere. »
Stasera cenerò con Sara e il suo nuovo compagno. Lei cucinerà, io racconterò storie e rideremo, perché questo è quello che ci meritiamo dopo tutto quello che abbiamo passato.
Mi chiamo Franco Basile, ho settantacinque anni e questa è la mia storia. La storia di un vecchio che ha rifiutato di essere una vittima. E adesso vi chiedo: cosa avreste fatto al mio posto? Vi sareste arresi o avreste lottato?
Ricordate: non è mai troppo tardi per difendersi. Non è mai troppo tardi per vincere.

