Gioia entrò nel laboratorio e aveva gli occhi rossi. Non rossi di pianto, rossi di qualcos’altro. Era incinta di sei mesi e mezzo. “Davide, devo parlarti.

”
“Dimmi. ”
“Ho bisogno di soldi. Cinquemila euro. ”
Posai il cacciavite di precisione.
Cinquemila euro era più di quello che guadagnavo in un mese e mezzo di lavoro. “Per cosa? ”
Lei si sedette sullo sgabello di mio padre. “Per il bambino.
Cose che servono. ”
Non le diedi i soldi. Le dissi che se serviva qualcosa la potevamo comprare insieme. Lei si alzò, uscì dalla porta laterale e non la vidi per quattro giorni.
Il quinto giorno perse la bambina. Ettore mi chiamò dall’ospedale di Jesi. Arrivai e lo trovai seduto su una sedia di plastica arancione, la testa tra le mani. Non piangeva.
Non piangeva mai, neanche da bambino. “Papà”, disse. Una sola parola. Mi sedetti accanto a lui.
“Come sta Gioia? ”
“Male. ”
“E la bambina? ”
Silenzio.
Cinque mesi dopo, i carabinieri vennero in laboratorio. Erano le otto del mattino. Uno giovane, uno più anziano. Il più anziano mi chiamò per cognome e mi disse che c’era una denuncia a mio carico.
Denuncia di mio figlio Ettore. Violenza domestica. Aggressione a Gioia. Conseguenze: la perdita del bambino.
Dissero che li avevo spinti durante una discussione. Che l’avevo afferrata per un braccio. Che era caduta contro il banco. Gioia lo confermò.
Ettore confermò. Disse che aveva visto il livido. Il giudice credette a loro. Trentaquattro mesi di condanna, ridotti a ventisei per il rito abbreviato.
Il mio avvocato mi convinse: le probabilità di assoluzione erano basse. Entrai nel carcere di Pesaro il 14 dicembre 2022. In carcere imparai che il tempo è un drone costante, senza variazione. Imparai che il silenzio ha una densità.
Imparai che nessuno veniva a trovarmi. Tranne Rinaldo, il liutaio di fianco al mio laboratorio. Una volta al mese. Portava maritozzi con la crema e notizie del paese.
Alla terza visita, mentre spingeva un maritozzo verso di me, disse: “Davide, devo dirti una cosa. ”
“Gioia ha avuto un’altra bambina. Ad aprile. Si chiama Viola.
”
Posai il maritozzo con due mani. Lente. “È uguale a te”, disse Rinaldo. “Gli occhi.
Gli occhi da lupo. ”
Piansi per la prima volta in quindici mesi. Non come quella sera in cui Ettore a otto anni suonò per la prima volta senza errori. Questo era un pianto che conteneva rabbia e tenerezza e ingiustizia e amore e perdita e qualcosa che somigliava alla speranza ma faceva male.
Uscì il 7 febbraio 2025. Pioveva. Rinaldo mi aspettava con la sua Panda verde oliva. “Bentornato, maestro.
”
Quella parola fu il primo suono accordato dopo ventisei mesi di dissonanza. Tornai al laboratorio. Era identico. Le piante di rosmarino vive.
Il diapason sul bordo del tavolo. Lo battei: 440 Hz. Ancora puro. Ancora onesto.
Non cercai Ettore. Non cercai Viola. Per paura. Fu Rinaldo a portarmi la notizia.
Un giovedì di marzo, un mese dopo la mia uscita. Si sedette sullo sgabello di mio padre e non parlò per un tempo lungo. “Gioia è morta. Incidente stradale.
Viola era a casa con Ettore. ”
Non andai da loro. Aspettai. Come la colla che asciuga.
Il terzo giorno sentii il campanello della porta. Il do diesis che avevo accordato io stesso. Aprii. Davanti c’era una bambina.
Non sola. Ettore stava sul marciapiede a tre passi, mani in tasca. La bambina mi guardava dal basso verso l’alto con quegli occhi. Identici ai miei.
Identici a quelli di Ettore bambino. “Nonno”, disse. Entrò come se fosse già stata lì mille volte. Si avvicinò al banco, indicò il diapason.
“Quello. ”
Glielo diedi. Lo batté sul ginocchio. Il la risuonò, debole, impreciso.
Viola rise. Ettore non entrò. Stava sul confine, come la vernice sulla cassa armonica. Viola giocò per un’ora.
Quando si addormentò sul divano di velluto verde, Ettore tornò a prenderla. Mi guardò. “Grazie. ”
Se ne andò.
Le settimane dopo, portò Viola altre volte. A volte restava sulla porta, a volte si sedeva sullo sgabello accanto alla porta. Non parlavamo quasi mai. Un martedì di aprile, mentre lavoravo su un Castagnari con lo stesso problema di quello che riparavo il giorno dell’arresto, Ettore si sedette sullo sgabello di mio padre.
Guardò le mie mani. “Non eri tu”, disse. Poi, a pezzi, mi raccontò tutto. La cocaina di Gioia.
La gravidanza. La caduta in bagno mentre era sotto effetto. La decisione in ospedale, seduto su quella sedia arancione: proteggere Gioia, scaricare la colpa su di me. Parlò guardando le mie mani.
Non alzò gli occhi. Quando finì, il laboratorio era pieno di un silenzio che conteneva tutto. “La bambina è morta per la cocaina”, dissi. Non rispose.
Non denunciai. Non andai dalla polizia. Il giorno dopo, trovai una busta sulla porta del laboratorio. Conteneva una lettera di Gioia, scritta a mano, tre pagine.
In sostanza, la verità. E una frase: “Se quel giorno mi avessi dato quei soldi, forse sarei andata a Fano e forse la bambina sarebbe viva. ”
Non era colpa mia. Lo so.
Ma quella frequenza del “forse” è la più crudele che esista. Non mi lascia dormire certe notti. Presi una decisione. Non giustizia, non vendetta, non riabilitazione.
Soltanto Viola. Oggi Viola ha due anni e mezzo. Viene il venerdì. Apre i mantici, si infila dentro, ride.
Porta il diapason nella tasca del giubbotto. A volte lo batte sulla panchina del parco e dice: “Nonno, ascolta. ”
Io ascolto. Stasera ho finito di riparare la Victoria.
Le ance sono montate, il mantice sigillato. L’ho suonata: suona bene. Non perfettamente, ma bene. Prendo il diapason, lo batto sul tavolo.
Il la risuona 440 Hz. Lo appoggio sulla cassa armonica e il suono si amplifica. Fuori il cielo delle Marche si fa scuro. Venerdì Viola tornerà.
Si siederà sullo sgabello di mio padre. Forse un giorno le insegnerò la notte di Castelfidardo, nota per nota. Come insegnai a Ettore. Le dirò quello che dissi a lui: non importa se è stonato, importa che respiri.
Se il mantice respira, il suono arriva. Prima o poi arriva.


