Il tergicristallo grattava il parabrezza con quel ritmo monotono che aveva sempre calmato i nervi di Michael, ma quella sera non bastava. Aveva sessant’anni, le ossa che dolevano quando il tempo si metteva al peggio, e una voglia matta di arrivare nella sua casa di campagna, accendere il fuoco e lasciarsi alle spalle il rumore del mondo. Ma sull’autostrada bagnata, nel buio di un ottobre che non prometteva nulla di buono, vide due fari bianchi crescergli improvvisamente nello specchietto. Una G-Class nera, targata in modo che non lasciava dubbi sul proprietario.

Sfrecciava a velocità assurda, lampeggiando con arroganza, ignorando la pioggia e il buonsenso. Michael non aveva via di scampo: doveva stringersi sulla destra o farsi travolgere. Non era tipo da farsi mettere i piedi in testa senza reagire, ma da pensionato aveva imparato a scegliere le battaglie. Quella sera, però, la battaglia l’aveva già scelta lui prima ancora di rendersene conto.
La G-Class lo affiancò, poi frenò secca tagliandogli la strada. Michael dovette inchiodare, e la sua auto si fermò a un pelo dal paraurti del fuoristrada. La portiera si spalancò e ne scese un giovanotto sulla trentina, vestito con un abito costoso ma già stropicciato, la camicia mezza fuori dai pantaloni. Il ragazzo barcollava leggermente, aveva gli occhi lucidi e un sorriso da ubriaco sul viso.
«Ma lo sai chi sono io? » gridò, sbattendo una mano sul cofano della G-Class. «Sei vecchio, non vedi niente? Su, togliti dai piedi, prima che ti faccio rimorchiare la macchina.
E fallo in fretta, ho cose da fare. » Michael lo guardò senza dire una parola. Conosceva quel tipo di ragazzo. Ricco, vizioso, convinto che il mondo gli girasse attorno.
Ma non sapeva chi aveva davanti. Il ragazzo, vedendo che Michael non si muoveva, si incuriosì. Si avvicinò al finestrino e gli puntò l’indice contro il vetro. «Hai capito?
Sto parlando con te. Questo è il mio territorio. Mio padre possiede metà delle strade che percorri. E se non ti togli, chiamo i miei che ti fanno sloggiare a pedate.
» A quel punto il suo sguardo cadde sulla giacca verde oliva di Michael, abbottonata fino al collo. «Ma guarda un po’… un ex militare? Fascia di quei tempi?
Ecco perché non capisci niente. Voi vecchi non capite che il mondo è cambiato. Oggi comandano i soldi. E io ho i soldi di mio padre.
» Rise, un suono secco e sgradevole. «Sai chi è mio padre? Il colonnello Steiner. Quello vero.
Quello che può far sparire gente come te con una telefonata. »
Michael non batté ciglio. Quel nome gli aveva fatto qualcosa dentro, un movimento profondo, come un ricordo sepolto che cercava di tornare a galla. Ma non era paura.
Era qualcosa di molto più antico e pericoloso. Il ragazzo, vedendo che l’anziano non reagiva come si aspettava, si innervosì. «Ah, non ti impressioni. Bene.
Ti faccio vedere io. » Tirò fuori il telefono e compose un numero. Mentre aspettava che rispondessero, fissava Michael con aria di trionfo, come se avesse già vinto la partita. Dall’altro capo del telefono una voce grave e autorevole rispose, e il ragazzo mise subito il vivavoce, così che Michael sentisse tutta la conversazione.
«Papà, senti. C’è uno qui che non vuole spostarsi. Un vecchio con una giacca della guerra. Sta bloccando la strada.
Che faccio? »
La voce dall’altro capo parlò con un tono freddo, quasi annoiato: «Tom, sai quante volte ti ho detto di non chiamarmi per queste stupidaggini? » «Ma papà, questo è uno di quei vecchi testardi. È vestito come un soldato, ma non ha nemmeno un’arma.
Si crede chissà chi. Gliel’ho detto chi sei, ma non si muove. » La voce del colonnello Steiner si fece più dura: «Mettimi il telefono davanti a lui. Voglio parlare direttamente con questo signore.
Voglio capire se ha capito chi è il suo colonnello. » Tom ridacchiò e tese il telefono verso Michael, tenendolo a pochi centimetri dal suo viso. «Mio padre vuole parlarti, vecchio. Goditi il momento.
»
Michael guardò il piccolo schermo luminoso, poi alzò gli occhi verso Tom. E in quel momento, per la prima volta, il giovane vide qualcosa che lo fece rabbrividire. Non era paura, né rabbia. Era calma.
Una calma assoluta, profondissima, come quella che precede la tempesta. Michael prese il telefono in mano, lo portò all’orecchio e parlò. La sua voce era bassa, quasi sussurrata, ma ogni parola era nitida come una lama: «Falco ascolta. » Ci fu un silenzio.
Un silenzio lungo, pesante, che sembrò durare un’eternità. Poi dall’altro capo non si sentì più la voce del colonnello Steiner, ma un suono strozzato, come se qualcuno stesse soffocando. «Papà? » chiamò Tom, confuso.
«Papà, che succede? » Ma dall’altro capo c’era solo un respiro affannoso, e poi la voce del colonnello, spezzata, quasi irriconoscibile, disse: «Tom… Tom, ascoltami… mettiti in ginocchio.
Subito. »
Tom rimase paralizzato. «Che cosa? Papà, sei impazzito?
Vuoi che mi metta in ginocchio davanti a questo vecchio? » «Fallo! » urlò il colonnello, con un tono che non aveva mai usato con suo figlio. «Fallo o non sei più figlio mio.
Mettiti in ginocchio e bacia la sua mano. E implora il suo perdono. Perché… perché se lui vuole, tu non esisti più.
Capisci? Non esisti più! » Tom guardò Michael, poi il telefono, poi di nuovo Michael. Il suo viso aveva perso ogni traccia di arroganza.
Era bianco, terrorizzato. «Chi… chi è lei? » balbettò.
Michael rimise il telefono nella sua mano, senza una parola, e lo guardò dritto negli occhi. «Basta che lo sa lui» rispose piano. «E tu ora sai di chi non devi mai più svegliare il passato. » E con un movimento lento, quasi distratto, aprì la portiera della sua auto e rimontò su.
Tom rimase lì, in mezzo alla strada bagnata, con il telefono ancora in mano e il mondo che gli era appena crollato addosso. Michael accese il motore e riprese la strada verso casa, senza guardare indietro. Ma sapeva che quella serata non era finita. Il colonnello Steiner, infatti, non era tipo da lasciare le cose in sospeso.
Ma Michael non temeva gli incontri con i fantasmi del passato. Perché Falco aveva insegnato una lezione a troppi colonnelli, e quella lezione non si dimenticava. La mattina dopo, Michael era in giardino a potare le rose quando sentì il rumore di un’auto che si avvicinava lentamente. Non era il rombo rabbioso della G-Class di Tom.
Era un suono più sommesso, quasi prudente. Michael alzò gli occhi e vide una berlina nera fermarsi davanti al cancello. L’uomo che ne scese aveva circa quarant’anni, portava un completo scuro e un’aria che sapeva di ufficio e di documenti. Non era Steiner, Michael lo sapeva.
Ma era una sua creatura, un emissario. «Posso aiutarla? » chiese Michael, tenendo le cesoie in mano. L’uomo si avvicinò, con un passo cauto, e si fermò a debita distanza.
«Buongiorno. Sono il maggiore Brandt, dell’ufficio del colonnello Steiner. Il colonnello mi ha incaricato di consegnarle questo. » E tese una busta bianca, chiusa con il sigillo dell’esercito.
Michael la prese, senza aprire. «Il colonnello ha anche un messaggio personale» continuò Brandt. «Dice che quella della scorsa notte è stata una sfortunata incomprensione. Suo figlio non sapeva chi fosse lei.
E dice che se lei accetta le sue scuse, lui è disposto a chiudere la faccenda. Senza conseguenze. »
Michael sorrise. Un sorriso sottile, quasi impercettibile.
«Conseguenze? » ripeté. «Maggiore Brandt, dica al colonnello Steiner che io non ho mai avuto bisogno di scrivere minacce per farmi rispettare. E che se suo figlio non sa scegliersi i nemici, è un problema di suo padre, non mio.
Ma se dovessimo incontrarci di nuovo… diremo che è stato un caso. » Brandt deglutì. «Capisco.
E la busta? » «La leggo quando voglio» rispose Michael. «Non quando il colonnello vuole. Buongiorno.
» Brandt rimase fermo per un momento, poi annuì e tornò alla berlina. Mentre l’auto si allontanava, Michael aprì la busta. Conteneva una sola riga, scritta a mano: “Falco. Consideriamo chiusa la questione.
Ma per favore, non tornare nelle nostre strade. ”
Michael strappò il foglio in quattro pezzi e li gettò nel cestino delle rose. «Le nostre strade? » mormorò.
Ma la sua strada la conosceva solo lui. E quella strada tornava sempre indietro, nella polvere di vent’anni prima.


