Silvana prese la prima scatola e la porse a Tommaso. Poi sollevò le altre due verso il tablet, verso Lorenzo e Bianca. Tre scatole bianche, tre iPhone, tre nipoti. Elisa, seduta accanto a me,…

Silvana prese la prima scatola e la porse a Tommaso. Poi sollevò le altre due verso il tablet, verso Lorenzo e Bianca. Tre scatole bianche, tre iPhone, tre nipoti. Elisa, seduta accanto a me,...

Mi chiamo Francesca Moretti, ho ventisette anni, vivo a Genova e lavoro come traduttrice freelance. Passo gran parte delle giornate davanti al portatile in cucina, perché lì il Wi-Fi funziona meglio e in quattro anni non mi sono mai decisa a spostare il router. Traduco manuali tecnici, documentazione e contratti per piccole aziende che commerciano con l’Inghilterra e la Germania. La paga è buona se si accettano molti lavori, e io ne accetto molti perché sono abituata a contare prima di tutto su me stessa.

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Mio marito Marco ha trentun anni ed è ingegnere al porto. Stiamo insieme da quattro anni, sposati da due. Ho una figlia, Elisa, di cinque anni, nata dalla mia prima relazione. Suo padre è scomparso quando lei non aveva ancora un anno e da allora non si è più fatto vivo.

Marco l’ha adottata l’anno scorso. Lei porta il suo cognome, lo chiama papà e lui risponde come se non potesse essere altrimenti. Elisa va all’asilo, disegna cavalli su qualsiasi superficie raggiungibile e ha appena imparato a scrivere il suo nome, anche se la Z le viene ancora al contrario. L’appartamento in cui viviamo è mio.

Quarto piano di un palazzo in via San Lorenzo, tre stanze, soffitti alti, finestre sul cortile. Me l’ha lasciato mia nonna. Un anno e mezzo fa ne ho comprato un altro, un piccolo bilocale in via Pré, con i soldi che avevo messo da parte. Lo affittavo a degli studenti, pagavo il mutuo e l’appartamento si stava lentamente ripagando.

Lo sapevano solo Marco e un paio di amiche. In generale non parlo mai di soldi: sono cresciuta in una famiglia in cui se ne parlava troppo, e sempre nel contesto della loro mancanza. Poi c’è mia suocera, Silvana. Se dovessi descriverla in una frase, direi che è una di quelle donne che entrano in una stanza e tutti sentono immediatamente il bisogno di giustificarsi, anche se non hanno combinato nulla.

Silvana è rimasta vedova diciassette anni fa, quando Marco aveva quattordici anni, e ha cresciuto tre figli da sola. È un dato di fatto, e non è un dato di fatto semplice. Il problema è che Silvana lo usa come un credito a tempo indeterminato, sul quale tutti quelli che la circondano sono obbligati a pagare gli interessi per il resto della vita. Il figlio maggiore Matteo vive a Milano con la moglie Chiara e i due figli Lorenzo e Bianca.

La figlia minore Giulia è qui a Genova, divorziata, e cresce il figlio Tommaso che ha quattordici anni. Marco sta nel mezzo, e ama sua madre, ma è così stanco di lei che gli si contrae la palpebra quando lei chiama. Sei mesi fa Silvana si è innamorata. A quasi cinquant’anni, dopo diciassette di solitudine, si è innamorata come si innamorano gli adolescenti: in fretta, a bruciapelo, senza guardare la strada.

Si chiamava Roberto, cinquantadue anni, argento alle tempie, un’abbronzatura che sembrava costosa e modi che sembravano ancora più costosi. La portava nei ristoranti, le regalava fiori, ascoltava i suoi monologhi sulla vita difficile con un’attenzione che sembrava sincera. Silvana era raggiante. In diciassette anni l’avevo vista sorridere, essere furiosa, offesa, trionfante, ma mai così raggiante.

Io e Marco ci siamo preoccupati quando ha iniziato a nominare Roberto in ogni conversazione, poi quando ha cominciato a comprare vestiti più costosi di quanto potesse permettersi, poi quando ha iniziato a eludere le domande sul futuro. Marco ha provato a parlarle due volte. La prima volta Silvana ha detto che era geloso. La seconda, che voleva vederla sola e infelice per il resto della vita.

Dopo quella volta Marco è tornato a casa, si è sdraiato sul divano e ha fissato il soffitto per venti minuti. Poi Roberto è scomparso. E si è scoperto che l’appartamento in via Sarotti, quello in cui Silvana aveva vissuto per venticinque anni, era stato intestato a lui con atto notarile. Legalmente, in modo impeccabile.

Silvana aveva firmato da sola, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, senza che nessuno la costringesse. L’avvocato le aveva detto ciò che dicono gli avvocati in questi casi: in teoria si può contestare, in pratica è lungo, costoso e senza garanzie. Silvana si è presentata sulla nostra soglia con due valigie, gli occhi rossi e un’espressione in cui il dolore e l’accusa si mescolavano in proporzioni impossibili da separare. Ha raccontato tutto in un unico flusso: Roberto, il notaio, la firma, l’appartamento, il telefono che non rispondeva.

Marco ascoltava in silenzio, con la palpebra che tremava e il pugno stretto sotto il tavolo. Ma non poteva urlare contro una madre che aveva appena perso tutto. Lei era una vittima, e interpretava quel ruolo con la maestria di chi è sinceramente convinto di non avere colpe. Quella sera, quando Elisa si addormentò e Silvana piangeva in silenzio sul divano, io e Marco eravamo in cucina.

Dissi: c’è un appartamento in via Pré, è libero. Marco capì subito. Cominciò a obiettare, disse che era il mio investimento, che avrebbe trovato un’altra soluzione. Lo lasciai finire, perché aveva bisogno di dirlo ad alta voce.

Poi gli dissi che non avrebbe trovato niente, e che Silvana sul nostro divano sarebbe diventata molto presto una soluzione permanente. E a una Silvana permanente nel nostro appartamento non ero pronta. Aggiunsi che però lei non doveva sapere che l’appartamento era mio. Perché se lo sapesse, penserebbe di averne diritto.

Così invece è un’ospite, e se serve, la padrona di casa può chiederle di andarsene. Marco rimase in silenzio, ci pensò su e annuì. Conosceva sua madre abbastanza bene da non discutere quella logica. Presentammo l’appartamento come una soluzione trovata per caso.

Una conoscente di una conoscente era partita per un anno ed era felice che qualcuno le tenesse d’occhio la casa. Silvana non fece una sola domanda. Né chi fosse la padrona, né quanto costasse, né quali fossero le condizioni. Si trasferì come se la città le dovesse dei metri quadrati e avesse finalmente saldato il debito.

Durante la prima settimana pulì l’appartamento da cima a fondo, spostò i mobili, appese le sue tende. Poi iniziò a chiamarmi ogni giorno verso mezzogiorno, proprio mentre lavoravo, per dirmi che il rubinetto perdeva, che i vicini facevano rumore, che le finestre erano vecchie. Io rispondevo: mhm, lo dirò alla padrona di casa. E tornavo al portatile.

Oltre all’appartamento c’era il mutuo. Silvana lo aveva stipulato quando stava ancora con Roberto, apparentemente per dei lavori di ristrutturazione che non erano mai stati fatti. I soldi erano finiti a lui, era ovvio. La somma non era catastrofica, ma per una persona senza reddito era insostenibile.

Secondo Silvana, a estinguerlo doveva pensare Marco. Non lo diceva mai apertamente. Sospirava, menzionava la situazione, ricordava di aver dedicato ai figli i suoi anni migliori, e aspettava che funzionasse. E funzionava.

Marco pagava le rate quando poteva, in silenzio, senza lamentarsi. Solo nei giorni in cui arrivava l’estratto conto diventava più silenzioso del solito e andava a letto presto. Silvana non si prendeva gioco di Elisa, formalmente. La chiamava piccola, le accarezzava le guance, le portava i biscotti dal negozio all’angolo.

Ma io notavo delle cose. Quando arrivava Matteo con la famiglia da Milano e si riunivano tutti, Silvana fotografava Lorenzo e Bianca e pubblicava le foto con la didascalia “I miei tesori”. Elisa poteva stare a un metro da loro, ma non entrava mai nell’inquadratura. Quando Tommaso veniva a pranzo da Silvana, lei poi chiamava Marco e gli raccontava ogni dettaglio: come il nipote avesse lodato le lasagne, quanto fosse cresciuto, quanto somigliasse al nonno.

Anche Elisa partecipava a quei pranzi, mangiava le lasagne, le lodava, ma non entrava mai nel racconto. Erano tutte piccolezze. Prese singolarmente non significano nulla, perché è impossibile farle valere. “Non hai incluso mia figlia nella foto” suona assurdo.

“Non hai menzionato Elisa quando hai raccontato del pranzo” suona paranoico. Ogni singolo episodio può essere spiegato con una coincidenza, una distrazione, il carattere. E io lo attribuivo a quello per molto tempo, perché non volevo litigare per delle sciocchezze, perché Marco era già stanco, perché la vita è già abbastanza complicata senza cercare nemici tra i parenti. Marco lo sapeva.

Ne parlavamo di notte, a bassa voce, dopo che Elisa si era addormentata. Lui si accigliava, prometteva di parlare con sua madre, a volte lo faceva davvero. Il risultato era sempre lo stesso. Silvana diceva che stavo esagerando, che trattava tutti i bambini allo stesso modo, che quella non era proprio sua nipote ma che comunque le voleva bene.

E la conversazione si interrompeva, perché formalmente aveva ragione. Dopotutto portava davvero i biscotti e le accarezzava le guance. Che altro ci voleva? Una volta, a ottobre, un mese prima che tutto andasse a rotoli, eravamo a pranzo da Silvana tutti e tre.

Elisa rovesciò per sbaglio un bicchiere d’acqua sul tavolo. Silvana balzò in piedi, afferrò la tovaglia, corse a prendere uno straccio, borbottando sottovoce qualcosa sui bambini estranei a cui nessuno presta attenzione. Lo disse a bassa voce, come se parlasse a se stessa, ma la cucina era piccola e io stavo a un metro e mezzo di distanza. Marco non lo sentì, era in bagno.

Io non dissi nulla. Pulii il tavolo, feci sedere Elisa sulle mie ginocchia e finimmo di pranzare. La sera non lo raccontai a Marco, perché sapevo come sarebbe suonato. “Ha borbottato qualcosa tra sé e sé, non sono sicura di aver capito bene.

” Sarebbe stata l’ennesima sciocchezza nella collezione di sciocchezze che, prese singolarmente, non pesavano nulla. Ma tutte insieme pesavano già parecchio. E io aspettavo, anche se non sapevo bene cosa. Un momento in cui le sciocchezze smettessero di essere sciocchezze e si unissero in qualcosa che si potesse indicare con il dito e dire: ecco, ecco qui.

Alla fine di novembre Silvana chiamò alle due del pomeriggio. Stavo traducendo un contratto per la fornitura di attrezzature industriali, avevo una scadenza incombente e presi la cornetta con la mano sinistra mentre con la destra continuavo a digitare. “Francesca”, disse con quella voce che usa per iniziare i discorsi che considera grandiosi. “Non ci crederai.

” “Ti ascolto. ” “L’officina di Enrico, ti ricordi? ” Enrico era il defunto marito di Silvana, il padre di Marco. Aveva un’officina a San Pier d’Arena che dopo la sua morte era rimasta chiusa e dimenticata.

“Me lo ricordo”, dissi, anche se ricordavo solo che esisteva. “Matteo ha trovato un acquirente. Ho firmato i documenti la settimana scorsa. ” Disse la cifra.

Per Silvana, date le circostanze, era una somma considerevole. Pensai: forse finalmente riuscirà a estinguere il mutuo. “E ho deciso”, continuò Silvana, e la sua voce assunse il tono del trionfo, “di comprare dei regali ai nipoti. Dei regali veri.

Un iPhone 17 Pro Max a ciascuno. ”

Smisi di scrivere. “A ciascuno? ” “A Lorenzo, Bianca e Tommaso.

Tre. Domenica voglio riunirli tutti da me. Organizzerò un pranzo e glieli consegnerò. Matteo si collegherà in videochiamata, mentre gli iPhone per i suoi figli li spedirò per posta.

Venite verso l’una, preparerò la porchetta. ” Parlava e parlava di quanto fossero belli, del colore argento, di quanto i nipoti sarebbero stati felici. Io guardavo il cursore che lampeggiava in mezzo al contratto e contavo i nomi. Lorenzo, Bianca, Tommaso.

Tre nipoti. Tutti i nipoti di Silvana tranne uno. “Fantastico”, dissi. “Domenica all’una verremo.

” Silvana continuava a raccontare della porchetta e del tiramisù che Giulia aveva promesso di portare, ma io ascoltavo già con un orecchio solo. Salutai, riattaccai e mi appoggiai allo schienale della sedia. Dalla camera dei bambini arrivava la voce di Elisa, che parlava con un cavallo di peluche imitando la maestra dell’asilo, con tono severo. Domenica arrivammo all’una in punto.

Elisa indossava il suo vestito preferito, blu, con le tasche piene di pennarelli, perché per principio non usciva di casa senza. Marco portava una bottiglia di vino e un sacchetto di pane che Silvana aveva chiesto di comprare lungo la strada, perché quello del negozio vicino a casa non è buono. Silvana aprì la porta e l’appartamento profumava di porchetta, rosmarino e qualcosa di dolce. Indossava la sua camicetta da cerimonia bordeaux con i bottoni di madreperla, capelli in ordine, orecchini, persino il rossetto.

Di solito non se lo metteva mai, e già da questo si capiva quanto considerasse speciale la giornata. Abbracciò Marco, poi me, poi si accovacciò davanti a Elisa e le accarezzò la guancia. “Che bella, che vestito, sembri una principessa. ” Elisa le mostrò i pennarelli e chiese se poteva disegnare.

“Certo, tesoro, dopo. ” Entrammo. Giulia era già lì, seduta al tavolo con un bicchiere di prosecco e un’espressione che, nel suo caso, significava buon umore. Accanto a lei c’era Tommaso: quattordici anni, alto, magro, con le cuffie e il telefono in mano.

Alzò la testa, disse “ciao” e la riabbassò subito. Silvana aveva apparecchiato come per una festa. Tovaglia bianca, piatti ordinati, tovaglioli piegati a triangolo, calici lucidati a specchio. Al centro del tavolo c’era un vaso con dei crisantemi e accanto, tre scatole bianche identiche.

Le notai subito, perché erano state posizionate in modo tale che fosse impossibile non vederle. Esattamente al centro, in bella vista, come oggetti da esposizione. Anche Marco le notò. Sentii che rallentava di mezzo passo, come se avesse inciampato nell’aria.

Poi proseguì. Per una ventina di minuti tutto andò bene. Mangiammo, chiacchierammo. Giulia raccontò della ristrutturazione del bagno che non finiva mai.

Tommaso masticava in silenzio. Silvana serviva a tutti il bis come se ogni rifiuto fosse un insulto personale. Poi decise che era ora. Si alzò, si asciugò le mani, tirò fuori un tablet e lo appoggiò sul comò di fronte al tavolo.

Sullo schermo apparve Matteo da Milano, nel suo salotto, con Lorenzo e Bianca che gli sfrecciavano alle spalle. La connessione era buona, l’immagine nitida. Matteo agitò la mano, disse “ciao mamma, ciao a tutti”. Anche Chiara salutò.

Silvana si mise in piedi davanti al tavolo con quell’espressione che conoscevo bene: quella che riservava ai momenti che considerava storici. Nascite, matrimoni, prime comunioni. Raddrizzò le spalle e parlò. “Figli miei, voglio dire due parole.

Sapete che gli ultimi mesi sono stati molto difficili per me. Ma voi, i miei figli, i miei nipoti, siete la mia famiglia, e per la famiglia sopporterò tutto. E oggi voglio fare qualcosa di bello, perché la nonna ama i suoi nipoti e vuole che lo sappiano. ” Prese la prima scatola.

“Tommaso, vieni qui. ” Tommaso si tolse entrambe le cuffie, si alzò e si avvicinò. Silvana gli porse la scatola con la solennità di un generale che consegna un’onorificenza. Tommaso la aprì, vide l’iPhone e per la prima volta durante tutto il pranzo sul suo viso apparve qualcosa di simile a un’emozione.

“Davvero? ” “Davvero”, disse Silvana, e lo baciò sulla testa. Poi si voltò verso il tablet. “Matteo, questo è per Lorenzo e Bianca.

Lo spedirò domani per posta, ma voglio che lo vedano. ” Sollevò le due scatole rimaste verso la telecamera. Sullo schermo Lorenzo saltellò, Bianca strillò. Matteo disse “mamma, ma dai!

”. Chiara disse “Silvana, è troppo”, ma con quel tono con cui si dice “perché” intendendo “grazie”. Silvana era raggiante, in mezzo alla stanza. La mia stanza, nel mio appartamento, per il quale non aveva mai pagato un euro.

Splendeva come se avesse appena compiuto un’impresa. Elisa era seduta accanto a me e guardava Tommaso che scartava l’iPhone. A cinque anni non capisce ancora nulla di queste cose, per lei una scatola è solo una scatola. Ma vedeva che Tommaso aveva ricevuto qualcosa di bello, che la nonna lo aveva abbracciato, che anche i bambini sullo schermo erano felici.

Guardò Silvana e chiese: “Nonna, e a me? ”. Il silenzio a tavola durò circa tre secondi. Giulia abbassò lo sguardo nel bicchiere.

Matteo sullo schermo si immobilizzò. Tommaso smise di rigirare la scatola. Silvana guardò Elisa, poi me, poi di nuovo Elisa. “Piccola, questo è un regalo per i nipoti della nonna”, disse dolcemente, con quel tono che si usa per spiegare ai bambini qualcosa di ovvio.

“Lo capisci, vero? ” Elisa non capiva. Ha cinque anni. E ripetei: “E io?

”. Silvana si raddrizzò e mi guardò. I suoi occhi erano assolutamente sereni. “Francesca, spiega alla bambina.

È un regalo di famiglia per i miei nipoti. ” “Elisa è la nipote di tuo figlio”, dissi. “Marco l’ha adottata. Porta il vostro cognome.

” Silvana strinse le labbra. Era un gesto che avevo visto decine di volte: le labbra si serrano, il mento si solleva leggermente e lei sembra diventare un centimetro più alta. “Francesca, non parliamo davanti ai bambini”, disse. “Elisa è una bambina meravigliosa, la adoro.

Ma lo sai benissimo che lei non fa parte della nostra famiglia nel senso in cui Lorenzo, Bianca e Tommaso ne fanno parte. Siamo tutti adulti, no? ”

Guardai Marco. Era seduto dritto e il muscolo sulla sua guancia si muoveva.

Succedeva quando era molto arrabbiato ma non aveva ancora deciso esattamente come arrabbiarsi. “Mamma”, disse, “Elisa è mia figlia. ” “Marco, sei una persona meravigliosa, e quello che hai fatto per questa bambina è bellissimo. ” Silvana parlava con tono calmo e misurato, come se stesse leggendo un testo preparato.

“Ma ci sono cose che si determinano con il sangue. Il sangue di famiglia è sangue di famiglia. Tu sei cresciuto senza un padre, sai quanto è importante. Questi bambini”, indicò Tommaso e il tablet, “sono il proseguimento della nostra famiglia.

Lei invece è la figlia di Francesca avuta da un altro uomo, e per quanti documenti possiate firmare, questo non cambierà. ”

Elisa era seduta accanto a me e disegnava un cavallo arancione su un tovagliolo bianco. Aveva già perso interesse per la conversazione, perché nessuno le aveva dato una scatola e gli adulti avevano iniziato a parlare con voci noiose. Matteo sullo schermo tossì.

“Mamma, forse non dovremmo…” “Matteo, sei lontano, non vedi la situazione”, lo zittì Silvana. “Voglio bene a Elisa, le porto i biscotti ogni settimana, le bacio le guance. Ma il regalo è per i nipoti. I miei nipoti.

Tre nipoti, tre regali. Non ho un quarto nipote. Devo forse scusarmi per il fatto che amo la mia carne e il mio sangue? ” Giulia disse a bassa voce: “Mamma, basta”.

“E cosa basta? ” Silvana si voltò verso di lei. “Sto dicendo qualcosa di sbagliato? Ho lavorato tutta la vita, vi ho tirati su da sola, e ora, quando voglio fare felici i miei nipoti, devo giustificarmi con qualcuno?

Ero seduta con le mani appoggiate sul tavolo e da fuori probabilmente sembravo calma. Marco, accanto a me, respirava affannosamente, come prima di dire qualcosa. Gli posai una mano sul ginocchio e la strinsi leggermente. Lui mi guardò, io scossi la testa appena percettibilmente.

Poi guardai Silvana e sorrisi. Un sorriso normale, come se mi avesse appena comunicato le previsioni del tempo. “Silvana”, dissi, “hai ventiquattro ore per fare i bagagli e liberare questo appartamento. ”

Per un secondo non accadde nulla.

Giulia alzò la testa. Matteo sullo schermo aprì la bocca. Tommaso si bloccò con l’iPhone in mano. Silvana sbatté le palpebre, e sul suo viso apparve l’espressione di chi sente una frase in una lingua sconosciuta e cerca di distinguere le singole parole.

“Cosa? ” “Ventiquattro ore”, ripetei con lo stesso tono, con lo stesso sorriso. “Domani a quest’ora tu e le tue cose non dovete più essere qui. ” Silvana scoppiò a ridere.

Una risata breve, secca, come un abbaio. “Francesca, sei impazzita? Questo non è il tuo appartamento. Marco, dille che sta dicendo sciocchezze.

” Marco taceva. Guardava sua madre e sul suo volto si stava delineando qualcosa che avevo visto molto raramente. Freddo, pesante, adulto. “Mamma”, disse a bassa voce, “hai superato il limite.

” “Quale limite? ” Silvana alzò la voce. “Io ho dedicato tutta la mia vita a voi. Vi ho nutriti, vestiti, accompagnati a scuola, da sola, senza marito, senza aiuto.

E ora tua moglie mi caccia dall’appartamento che paghi tu. Perché non ho comprato un regalo a una bambina che non conosco? ” “Elisa è mia figlia”, disse Marco. “E se ancora non l’hai capito, è un problema tuo.

” “Stai scegliendo lei? ” Silvana mi puntò il dito contro. “Stai scegliendo lei invece di tua madre? ” “Mamma, smettila.

” “No, rispondimi. Stai scegliendo questa donna con una figlia che non è tua, e la madre naturale che per te…” “Silvana”, dissi, “non mi interessa chi sceglie chi. Ventiquattro ore. Domani all’una.

Silvana si voltò verso di me. Il suo viso era arrossato dal collo in su a chiazze e respirava in modo affannoso e superficiale. “Non puoi cacciarmi. Questo non è il tuo appartamento.

Ma chi sei tu, in fondo? Una traduttrice da quattro soldi che si è aggrappata a mio figlio e pensa di poter fare tutto quello che vuole. Chiamo la proprietaria e vedremo chi caccia chi da qui. ” “Chiama”, dissi.

Giulia si alzò e toccò Silvana sulla spalla. “Mamma, siediti, per favore. ” Silvana le scostò la mano. “Non mi toccare.

Vi siete messi tutti d’accordo, vero? Tutti contro la madre. Matteo, senti cosa sta succedendo qui. ” Matteo sullo schermo si strofinò la fronte con lo stesso gesto di Marco.

“Mamma, ti sento, e penso che tu abbia detto troppo. ” “Troppo? ” Silvana stava già urlando. “Ho detto la verità, solo la verità.

Questa bambina non è mia nipote. È vero, e voi lo sapete tutti, ma avete paura di dirlo. E io non ho paura. Non ho mai avuto paura di niente.

Elisa mi tirò per la manica. “Mamma, perché la nonna urla? ” Mi chinai verso di lei. “La nonna è arrabbiata.

Finisci di disegnare il cavallo, tra poco andiamo a casa. ” Elisa guardò Silvana, poi me, e tornò al disegno. A cinque anni i bambini colgono meglio l’intonazione del significato, e dalla mia intonazione Elisa capì che in quel momento doveva disegnare, non ascoltare. Silvana si lasciò cadere pesantemente su una sedia.

L’urlo era cessato bruscamente, come era iniziato, e lei se ne stava lì, rossa, con i capelli in disordine, a guardare Marco. Aspettava che lui dicesse: “Mamma, Francesca si è lasciata prendere la mano, nessuno ti sta cacciando via, dimentichiamocene”. Marco non lo disse. Se ne stava seduto accanto a me in silenzio, e il suo silenzio era così denso e pesante che Silvana, per la prima volta in tutta quella conversazione, apparve smarrita.

Era abituata al fatto che Marco alla fine cedesse, che scuotesse la testa, si strofinasse il naso e dicesse qualcosa di conciliante. Lui lo diceva sempre, e lo faceva sempre. E invece adesso non faceva nulla. “Marco”, disse Silvana a voce più bassa.

“Non le permetterai mica di…” “Mamma”, disse Marco, “Francesca ti ha detto tutto quello che c’era da dire. Ventiquattro ore. Verrò domani mattina ad aiutarti a fare i bagagli. ” Silvana lo fissò.

Aveva la bocca socchiusa e il labbro inferiore tremava. Non per le lacrime, ma per la rabbia che cercava uno sfogo e non lo trovava. Poi spostò lo sguardo su Giulia. “Giulia, stai sentendo?

Permetterai che trattino così tua madre? ” Giulia finì il prosecco con un lungo sorso e posò il bicchiere sul tavolo. “Mamma”, disse stanca, “ti voglio bene, ma in questo momento sei tu la sola responsabile di tutto, e lo sai. ” Silvana aprì la bocca, la richiuse, la riaprì.

“Responsabile? Io sono la responsabile? Ho comprato i regali per i miei nipoti con gli ultimi soldi che avevo, e sono io la colpa? ” “Con gli ultimi soldi del prestito che Marco paga per te”, disse Giulia.

La pausa fu così lunga che si sentì passare una moto per strada. “Da dove…” iniziò Silvana. “Mamma, sappiamo tutto del prestito, di Roberto e dell’appartamento. Pensi che non parliamo tra di noi?

” Silvana impallidì. Prima era rossa, ora era pallida di colpo, come se qualcuno avesse abbassato la luminosità. Guardò Matteo sullo schermo. Matteo distolse lo sguardo.

Mi alzai e porsi la giacca a Elisa. Elisa scese dalla sedia tenendo in mano il tovagliolo con il cavallo arancione. Dalla porta dissi: “Silvana, domani all’una. Quello che non ritirerai lo metterò nell’androne.

” “Non ne hai il diritto”, disse Silvana con voce strozzata. “Non sei la padrona di questo appartamento. Non sei nessuno. ” “Domani all’una”, ripetei.

Io, Marco ed Elisa uscimmo. Sulle scale Elisa chiese: “Papà, torneremo dalla nonna? ”. Marco la prese in braccio e non rispose.

Uscimmo in strada. Soffiava il vento, come sempre in via Pré. Elisa si strinse a Marco e nascose il viso sulla sua spalla. Camminammo in silenzio fino a casa, perché non c’era nulla di cui parlare.

Tutto ciò che dovevamo dire l’avevamo già detto, e tutto ciò che dovevamo decidere l’avevamo già deciso. Restavano solo ventiquattro ore. A casa Marco mise a letto Elisa, che si addormentò in fretta, come si addormentano i bambini stanchi che hanno giocato tanto. Marco uscì in cucina, si sedette al tavolo e rimase lì con le mani intrecciate davanti a sé.

Gli versai un caffè e mi sedetti di fronte a lui. “Ti chiamerà stanotte”, dissi. “Lo so. ” “Piangerà, urlerà, dirà che l’abbiamo tradita.

” “Lo so. ” “Sei pronto? ” Marco alzò la testa e mi guardò. Aveva gli occhi rossi, e capivo che per lui era più dura che per me, perché è sua madre e lui le vuole bene, e non c’è modo di sfuggire a questo.

“Ha definito mia figlia un’estranea”, disse. “Davanti a tutti. Davanti a Elisa. Sono pronto.

” Bevve il caffè, lavò la tazza e andò in bagno. Io rimasi in cucina. Dietro la parete dormiva Elisa. Sul tavolo c’era il mio portatile con il contratto non ancora tradotto.

Dal rubinetto gocciolava acqua. Marco non l’aveva ancora riparato, non ne aveva mai avuto il tempo. Il telefono taceva. Per il momento taceva.

Silvana chiamò alle undici di sera. Marco era sdraiato accanto a me al buio, e sapevo che non dormiva perché respirava troppo regolarmente. Così respirano le persone che fingono con cura di dormire. Il telefono squillò sul comodino dalla sua parte, lo schermo illuminò il soffitto e Marco lo guardò per qualche secondo senza muoversi.

“Rispondi”, dissi. “Se non rispondi adesso, richiamerà tra cinque minuti. ” Lui rispose. Sentii la voce di Silvana dal ricevitore, non le parole ma l’intonazione.

Per i primi tre minuti pianse. Un pianto vero, bagnato, brutto, con singhiozzi e pause in cui lei prendeva fiato per singhiozzare di nuovo. Marco era disteso sulla schiena, teneva il telefono all’orecchio e taceva. Poi il pianto cominciò a trasformarsi in parole, e le parole erano prevedibili.

Come ha potuto? Chi è lei? Vi ho cresciuti da sola. Non ho nessuno.

Volete che viva per strada? Sono vostra madre. Marco ascoltava. Poi disse: “Mamma, Francesca ha ragione.

Hai detto davanti a Elisa che lei non fa parte della famiglia. Sono tuo figlio, ed Elisa è mia figlia. Quello che hai fatto oggi non riguarda gli iPhone, lo capisci? ” Non sentii cosa rispose Silvana, ma dal modo in cui Marco chiuse gli occhi e si premette le dita sul naso capii che lei non aveva capito.

O forse aveva capito, ma non aveva intenzione di ammetterlo. “Mamma, verrò domani mattina e ti aiuterò a fare i bagagli. Chiama Giulia, parla con lei. Buonanotte.

” Riattaccò. Eravamo distesi al buio, e dalla camera dei bambini arrivava il respiro regolare di Elisa attraverso la porta socchiusa. “Lei pensa che tu stia bluffando”, disse Marco. “Lo so.

” “Ha chiesto chi mi ha costretto. Se tu o una mia decisione. ” “E tu? ” “Ho detto che è stata una mia decisione.

Non ci ha creduto. ” Si girò su un fianco, con la faccia verso il muro, e dopo un minuto si zittì. Non sapevo se si fosse addormentato o se fosse rimasto lì in silenzio. Non andai a controllare.

La mattina iniziò alle sette con un’altra telefonata. Questa volta chiamavano me. Ero in cucina a preparare il caffè, Elisa dormiva ancora e Marco era sotto la doccia. Sullo schermo apparve Giulia.

“Francesca, ciao”, disse con cautela, scegliendo le parole come si cammina su un pavimento bagnato. “Mia madre mi ha chiamata ieri tre volte. L’ultima alle due di notte. ” “Ti capisco”, dissi, e lo dicevo davvero.

“Senti, capisco perché sei arrabbiata. Quello che ha detto su Elisa è stato orribile, e lei ha torto. Ieri gliel’ho detto chiaramente. Ma cacciarla dall’appartamento… Francesca, non ha un posto dove andare.

Te ne rendi conto? ” “Giulia, tua madre vive gratis da sei mesi. Non ha mai pagato né l’affitto né le bollette. Non ha mai chiesto quanto costasse.

E invece di estinguere il prestito che Marco sta pagando per lei, compra tre iPhone e dice a mia figlia che non fa parte della famiglia. Nell’appartamento che le è stato dato gratis. Te ne rendi conto tu? ” Dall’altra parte ci fu un momento di silenzio.

“Può stare da me”, disse Giulia. “Per un po’. Ma ho un bilocale e Tommaso, non è una soluzione definitiva. ” “Sono affari tuoi, Giulia.

Voglio solo che entro l’una del pomeriggio le sue cose non siano più nel mio appartamento. ” Dissi “nel mio appartamento” e mi bloccai per un secondo, perché fino a quel momento nessuno tranne Marco sapeva che l’appartamento in via Pré era mio. Giulia non lo colse, o lo colse ma decise di non approfondire. “Va bene”, disse.

“Passerò da lei nel pomeriggio. ” “Grazie, Giulia. ” Ci salutammo. Versai il caffè in due tazze.

Marco uscì dal bagno con i capelli bagnati e un asciugamano sulle spalle. “Ha chiamato Giulia”, dissi. “Ho sentito. ” “Prenderà mia madre a casa sua?

” “Ha detto che per un po’ potrebbe. ” “Ma conosci tua sorella? Tra una settimana si uccideranno a vicenda. ” Marco si sedette al tavolo, strinse la tazza tra le mani e rimase a fissare il caffè.

“Andrò da lei alle dieci”, disse. “Ti aiuto a preparare gli scatoloni. Non ci sono molte cose. ” “È arrivata con due valigie.

Ma in sei mesi ha comprato un sacco di roba. Tende, stoviglie, cuscini. Si è sistemata come se avesse intenzione di restare per sempre. ” “Forse era proprio quella la sua intenzione.

” Finimmo il caffè. Elisa si svegliò, corse in cucina a piedi nudi e si arrampicò sulle ginocchia di Marco. Lui la abbracciò, le diede un bacio sulla testa e lei disse: “Papà, ho fame! ”.

Era una mattina così normale che per un attimo ci si poteva dimenticare di Silvana, del pranzo di ieri e delle scatole bianche sul tavolo. Marco partì alle dieci, come aveva detto. Io rimasi con Elisa. Leggemmo un libro su un gatto che si era perso in una grande città, ed Elisa mi chiedeva se il gatto avrebbe trovato la strada di casa.

Io rispondevo: certo che la troverà. Nel frattempo guardavo il telefono, perché aspettavo una chiamata. Arrivò alle undici. “Non ha intenzione di andarsene”, disse Marco a bassa voce.

Dal tono capii che si trovava nell’androne o sulla tromba delle scale, perché Silvana non sentisse. “In che senso? ” “Nel senso letterale. È seduta in cucina e dice che non andrà da nessuna parte.

Dice che questo non è il nostro appartamento e che non ne abbiamo il diritto. Dice che se la padrona vuole cacciarla, venga lei stessa. Io le dico: mamma, prepara le valigie, Giulia ti aspetta. E lei se ne sta seduta a fissare il muro e ripete che non andrà da nessuna parte.

Ha chiamato Matteo, e anche lui ha chiamato me venti minuti fa. ” “E Matteo? ” “Matteo ha detto che devo convincerti ad aspettare. Che la mamma ha agito d’impulso, che chiederà scusa, che non bisogna agire d’istinto.

Gli ho detto la stessa cosa che ho detto a mia madre. Si è offeso. Matteo può offendersi da Milano quanto vuole. Vive a cinquecento chilometri di distanza e vede tua madre due volte all’anno.

Per lui è facile dire ‘aspetta’. ” “Cosa devo fare? ” “Aspetta”, dissi. “Arrivo.

Chiamai la vicina del terzo piano, la signora Benedetta, che ogni tanto badava a Elisa. Arrivò dopo dieci minuti, piccola, magra, sessantenne, con la solita sigaretta dietro l’orecchio. Le spiegai che dovevo assentarmi per un paio d’ore. Benedetta annuì e chiese solo: “Va tutto bene?

”. Dissi di sì e me ne andai. In via Pré arrivai in venti minuti di autobus. Salii al terzo piano.

La porta era socchiusa. Marco era seduto in ingresso su uno sgabello e guardava il telefono. Dalla cucina arrivava la voce di Silvana, che parlava ad alta voce, velocemente, interrompendo l’interlocutore. “Con chi è?

” chiesi. “Con Matteo, di nuovo. ” Entrai in cucina. Silvana era seduta al tavolo, lo stesso tavolo dove ieri distribuiva gli iPhone.

Indossava una vestaglia, era senza trucco, i capelli raccolti alla meglio, e sembrava più vecchia dei suoi quarantanove anni, come se in un giorno le fossero stati aggiunti cinque anni. Vedendomi disse al telefono: “Aspetta”, e posò il cellulare sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso. “Sei venuta? ”, disse.

“Sei venuta di persona? Che onore. ” “Silvana, sono le dodici. Hai un’ora.

” “Non vado da nessuna parte. ” “Ci andrai. ” “No. Non mi manderai via.

Non sei la padrona di casa. ” Mi appoggiai allo stipite della porta e incrociai le braccia sul petto. Silvana mi guardava dal basso verso l’alto, e nei suoi occhi c’era qualcosa che non avevo mai visto prima. Rabbia mista a paura.

Era abituata al fatto che le persone intorno a lei alla fine cedessero. Marco cedeva, Matteo da Milano si era arreso, Giulia si era arresa perché per lei era più facile cedere che discutere. Per diciassette anni Silvana aveva vissuto in un mondo in cui la sua parola era legge, perché aveva un asso nella manica: era una madre che aveva cresciuto da sola tre figli. E chi oserebbe?

“Silvana”, dissi, “l’appartamento in cui ti trovi appartiene a me. È mio. È intestato a me. Non c’è nessuna padrona di casa, né amica, né conoscente.

Ho comprato questo appartamento un anno e mezzo fa, e tu ci vivi perché te l’ho permesso. Perché Marco è mio marito, perché tu sei sua madre, e perché volevo darti una mano. ” Silvana mi guardava e l’espressione del suo viso cambiava lentamente. Dalla sfiducia allo smarrimento, dallo smarrimento alla comprensione, dalla comprensione di nuovo alla rabbia.

Si voltò verso Marco, che stava sulla porta alle mie spalle. “È vero, Marco? ” Annuì. “Fin dall’inizio, mamma.

” “Mi avete mentito”, disse. “Per sei mesi. Mi avete sistemata in questo appartamento e mi avete mentito dicendomi che era di qualcun altro. E io me ne stavo qui come una stupida a pensare che qualcuno mi stesse aiutando, mentre in realtà voi mi avete semplicemente incastrata.

Aspettavate il momento giusto per cacciarmi. ” “Nessuno ti ha incastrata”, dissi. “Non avevi un posto dove vivere. Ti ho dato un appartamento gratis per sei mesi.

Non hai mai pagato la luce, l’acqua, il gas. Non hai mai chiesto quanto costasse. L’hai dato per scontato, perché nella vita dai tutto per scontato. ” “Come osi?

” “Oso, perché questa è casa mia, Silvana. Mia. E ieri, a casa mia, al mio tavolo, hai detto a mia figlia che non fa parte della famiglia. Quindi fai le valigie.

Giulia ti sta aspettando. ”

Silvana prese fiato e capii che stava per scoppiare in un urlo. Uno vero, che avrebbe risuonato in tutto il pianerottolo, con porte che sbattono e grida sui figli ingrati. Ma l’urlo non uscì.

Espirò, si sedette di nuovo sulla sedia e pianse. Silenziosamente, a singhiozzi, asciugandosi gli occhi con la manica della vestaglia. Marco mi passò accanto, si accucciò vicino a lei e le posò una mano sulla spalla. Silvana gli si aggrappò alla mano e piangeva borbottando qualcosa sul fatto che era sola, che tutti l’avevano abbandonata, che Roberto l’aveva tradita e ora anche i figli le avevano voltato le spalle.

Marco le accarezzava la spalla e taceva. Il suo volto era quello di una persona che fa ciò che è necessario e sa che è giusto, ma la giustezza non rende le cose più facili. Uscii dalla cucina e andai in camera. Sul letto c’era una valigia, quella con cui Silvana era arrivata sei mesi prima.

Era vuota. Aprii l’armadio. I vestiti erano appesi ordinatamente per colore. In sei mesi si era sistemata per bene.

Su uno scaffale c’era una cornice con una foto: una giovane Silvana con il marito e tre bambini piccoli. Presi la cornice, la misi nella valigia e cominciai a togliere i vestiti dalle grucce. Dieci minuti dopo Marco accompagnò Silvana nella stanza. Lei vide che stavo riponendo i suoi vestiti e si bloccò sulla soglia.

“Non toccare le mie cose. ” “Allora toccale tu”, risposi. “Hai quaranta minuti. ” Silvana guardò Marco.

Marco disse: “Mamma, ti aiuto. Cominciamo dall’armadio”. E Silvana iniziò a fare i bagagli lentamente, con fatica, come se ogni capo pesasse dieci chili. Ripiegava camicette, gonne, poi quella bordeaux da cerimonia.

Le piegava e piangeva, si asciugava il viso e le ripiegava di nuovo. Marco portava le scatole nell’ingresso. Io raccolsi dal bagno i suoi shampoo, le creme, le spazzole e li misi in una busta. Sullo specchio era attaccato un biglietto con la Madonna che Silvana si era portata dal vecchio appartamento.

Lo staccai e lo misi anch’esso nella busta. Alle 12:40 arrivò Giulia. Salì, guardò gli scatoloni nell’ingresso, Silvana in lacrime, Marco che portava fuori una busta con gli strofinacci da cucina, e non disse nulla. Prese semplicemente una valigia e la portò giù.

Tommaso aspettava in macchina. Giulia lo aveva portato per dare una mano, e lui trasportava in silenzio le scatole mentre gli adulti si occupavano delle faccende degli adulti. Silvana uscì dall’appartamento per ultima. Si fermò sulla soglia e si voltò verso di me.

Aveva gli occhi gonfi, arrossati, e il rossetto, che per qualche motivo si era messa mentre si preparava, le colava dall’angolo destro della bocca. “Non lo dimenticherò”, disse. “Neanch’io”, risposi. Silvana se ne andò.

Sentii i suoi tacchi risuonare sulle scale, un piano, poi un altro, poi un altro ancora. Poi la porta del portone si chiuse con uno schiocco, poi calò il silenzio. “Andiamo a casa”, dissi. Marco annuì.

Chiudemmo l’appartamento, scendemmo e andammo alla fermata. La sera di quel giorno eravamo seduti in cucina a cenare. Elisa dormiva da un pezzo. Nell’appartamento regnava un silenzio diverso dal solito.

Era come la prima sera dopo i lavori di ristrutturazione, quando tolgono le impalcature e si vede il muro che per tutto quel tempo era rimasto nascosto dietro di esse. Riscaldai la pasta del giorno prima. Marco aprì il vino e mangiammo in silenzio, non perché non avessimo nulla da dire, ma perché eravamo stanchi e le parole erano spese con parsimonia. “Giulia ha scritto”, disse Marco guardando il telefono.

“Mamma è da lei. Si è sistemata nella stanza di Tommaso. Tommaso dorme sul divano. Giulia chiede se ci vorrà molto.

” “E tu cosa le hai risposto? ” “Che non lo so. ” “Una risposta onesta. ” Marco posò il telefono.

“Matteo ha chiamato mentre eri sotto la doccia. ” “E allora? ” “Ha detto che sono stato crudele. Che la mamma è in ansia.

Che potrei mostrare più pazienza. Che la famiglia è la famiglia e bisogna saper perdonare. ” “Matteo vive a Milano e vede tua madre a Natale e a Pasqua. È facile per lui parlare di perdono.

” “Gli ho detto più o meno questo. Si è offeso. Ha detto che sono cambiato, che prima non avrei agito così, che sei tu a influenzarmi. ” Finii la pasta e spostai il piatto.

“Ha ragione”, dissi. “Prima non avresti agito così. Prima avresti chiesto scusa a mamma, lei sarebbe rimasta, e dopo una settimana sarebbe successo di nuovo. La domanda è: vuoi tornare a quel prima?

” Marco fece roteare il bicchiere tra le dita, osservando il vino scorrere lungo le pareti. “No”, disse. “Non voglio. ” Finimmo il vino, sparecchiammo e Marco andò a controllare Elisa.

A volte nel sonno si toglie la coperta e poi si sveglia per il freddo. Lavai i piatti e mi sedetti al portatile, perché il contratto per la fornitura delle attrezzature non era sparito. La scadenza era dopodomani. Il lavoro procedeva a fatica.

I pensieri scivolavano dai termini tecnici inglesi a Silvana, al suo viso sulla porta, al rettangolo chiaro della gruccia appesa al muro. Mi costrinsi a tradurre due pagine. Salviai il file e chiusi il portatile. La mattina dopo chiamò Matteo.

Me, non Marco. Era la prima volta in quattro anni che Matteo mi chiamava personalmente. “Francesca, dobbiamo parlare”, disse con quella voce che io chiamavo la voce del fratello maggiore: autorevole, misurata, con l’intonazione di chi è abituato a essere ascoltato perché è nato per primo. “Parla.

” “Quello che hai fatto con la mamma è eccessivo. Capisco che abbia detto cose spiacevoli, e sono il primo ad ammettere che aveva torto. Ma cacciare una donna anziana dall’appartamento in cui ha vissuto per sei mesi…” “Anziana”, dissi. “Matteo, tua madre ha quarantanove anni.

E l’appartamento da cui le ho chiesto di andarsene appartiene a me. L’ho comprato con i miei soldi. Tua madre ci viveva gratis perché l’avevo deciso io, e ho deciso che non lo voglio più. ” Ci fu una lunga pausa.

“Aspetta. L’appartamento in via Pré è tuo? ” “Mio. Di mia proprietà.

È quello che ho spiegato ieri a Silvana, e a quanto pare non ti ha riferito questo dettaglio. ” Matteo rimase in silenzio ancora un po’. Sentivo i bambini fare rumore in sottofondo. Lorenzo e Bianca, quelli a cui stavano arrivando per posta gli iPhone comprati a credito che Marco stava pagando.

“Va bene”, disse Matteo con un tono diverso, di mezzo tono più basso e più cauto. “Non lo sapevo. Ma comunque, Francesca, si tratta di mamma. Ha detto una sciocchezza, capita a tutti.

Forse vale la pena darle una possibilità. Si scuserà. ” “Matteo”, dissi, “tua madre ha comprato gli iPhone ai tre nipoti con i soldi del prestito che Marco paga ogni mese. E ha detto consapevolmente, davanti a tutti, compresa mia figlia di cinque anni, che Elisa non fa parte della famiglia.

Questa non è una sciocchezza. Una sciocchezza è quando una persona fa una gaffe e se ne pente. Tua madre non se ne pente. Pensa di avere ragione.

Ieri, quando le abbiamo chiesto di andarsene, non si è scusata nemmeno una volta. Né con Elisa, né con me, né con Marco. Ha urlato, ha pianto, ha accusato. Ma non si è scusata, perché nella sua testa non c’è nulla di cui scusarsi.

” Matteo taceva. Io aspettavo. Di solito in queste pause l’interlocutore escogita un nuovo argomento. Ma Matteo, a quanto pare, aveva esaurito le risorse, perché quando riprese a parlare la voce del fratello maggiore era scomparsa.

Rimase solo un uomo stanco di trentacinque anni a cui la madre aveva combinato un bel pasticcio. “E adesso? ”, chiese. “Vivrà da Giulia per sempre?

Giulia ha un bilocale e un adolescente. Lì tra una settimana scoppierà la guerra. ” “Questa è una domanda per te e per Giulia. Tua madre ha tre figli.

Uno di loro è mio marito, e da quattro anni la mantiene, le paga il mutuo e in cambio riceve quello che ha ricevuto ieri. Forse ora tocca al figlio maggiore inventarsi qualcosa. A Milano sicuramente si può trovare una soluzione. O magari con quei soldi che la mamma ha distribuito a voi.

” “Dal garage del defunto padre? Ha speso i soldi del garage per gli iPhone? ” “Non tutti. Tre iPhone non sono l’intera somma.

Matteo, dov’è finito il resto? ” Silenzio. “Non lo so”, disse. “Allora scoprilo.

” Ci salutammo. Posai il telefono sul tavolo e guardai Elisa, che era seduta sul pavimento in salotto e disegnava un cavallo arancione, come al solito. “Mamma! ”, disse senza alzare la testa.

“La nonna Silvana verrà ancora da noi? ” “Non lo so, tesoro”, risposi. “Continua a disegnare. ” “Posso avere un pennarello giallo?

Il mio giallo è finito. ” Le portai un pennarello giallo dalla scatola in cucina. Elisa lo prese e continuò a disegnare come se nulla fosse. I bambini sono creature sorprendenti.

Ieri la nonna urlava, oggi è finito il pennarello giallo, e per una bambina di cinque anni la seconda cosa è un problema ben più reale e risolvibile della prima. I giorni successivi trascorsero in modo strano. Silvana non chiamò né me né Marco. Giulia scrisse brevemente: sua madre è da lei, sta nella stanza di Tommaso, esce a malapena, mangia poco, piange molto.

Tommaso dorme sul divano ed è arrabbiato perché la nonna ha occupato la sua stanza, e a quattordici anni la propria stanza è l’unico spazio che si percepisce come proprio. Giulia se la cavava, ma dal tono dei suoi messaggi si capiva che le restavano due settimane di pazienza, al massimo tre. Marco era silenzioso. Lavorava, tornava a casa, giocava con Elisa, cenava con me, e dall’esterno tutto sembrava come al solito.

Ma vedevo che dentro qualcosa si stava consumando lentamente, come un vecchio meccanismo risintonizzato su un nuovo ritmo. Non rimpiangeva la sua decisione, questo lo sapevo per certo. Ma gli mancava sua madre. L’abitudine di preoccuparsi per lei, le gite domenicali in via Pré con la spesa e gli attrezzi.

Per diciassette anni era stato il punto d’appoggio di Silvana, l’unico su cui potesse contare, l’unico che non era partito per Milano, non aveva divorziato e non si era stancato di lei al punto da smettere di rispondere al telefono. E ora quel sostegno era crollato, e lui non sapeva come comportarsi, essendo stato lui a farlo crollare. Il quinto giorno dopo il trasloco, Silvana chiamò Marco. Lui parlò con lei sul balcone.

Io non origliai, vidi solo la sua schiena attraverso il vetro, appoggiato alla ringhiera, che guardava giù verso la strada e ogni tanto annuiva. La conversazione durò una quindicina di minuti. Quando tornò gli chiesi: “Come sta? ”.

“Sta da Giulia. Mi ha chiesto se ci andrò domenica. Le ho detto di sì. ” “Ha detto qualcosa di Elisa?

” Marco scosse la testa. “Neanche una parola. Come se la conversazione di ieri non ci fosse stata. Mi ha raccontato che da Giulia c’è una cucina piccola e un fornello scomodo, e che Tommaso ascolta musica di notte.

Nessuna scusa. Nessuna. ” Annuii. Vorrei poter dire che mi stupii, ma non mi stupii.

Silvana è una di quelle persone per cui le scuse sono una capitolazione, e la capitolazione è la morte. Preferirebbe andare a vivere in una tenda sul lungomare piuttosto che dire “avevo torto”. E la questione non era nemmeno l’orgoglio, ma qualcosa di più profondo. Lei credeva sinceramente, onestamente, fino al midollo, di avere ragione.

Che Elisa non era sua nipote, che il sangue è sangue e i documenti sono documenti, e che il mondo che la pensava diversamente semplicemente non aveva ancora capito. Domenica Marco andò da Giulia da solo. Non chiese il permesso, disse semplicemente: “Vado da mia madre”, e se ne andò. Io non obiettai, perché era suo diritto, ed è sua madre, e quella porta non l’ho chiusa.

Tornò dopo tre ore, silenzioso e pallido. Non gli chiesi come fosse andata, perché dal suo volto si capiva già. Silvana è Silvana, e tre ore con lei nel piccolo appartamento di Giulia sono una prova per qualsiasi sistema nervoso. Una settimana dopo andai in via Pré a controllare l’appartamento.

Entrai, chiusi la porta dietro di me e rimasi in piedi nell’ingresso. L’appartamento era vuoto e pulito. Silvana aveva pulito tutto prima di andarsene, forse per abitudine, o forse per l’ultima volta, perché nessuno potesse dire che aveva lasciato sporco. C’era odore di detersivo e un po’ del suo profumo dolce alla vaniglia, impregnato nella tappezzeria del divano.

Le pareti senza tende sembravano spoglie. Sul davanzale c’era un vaso con un geranio appassito. Silvana l’aveva dimenticato, o non aveva voluto portarlo, o aveva deciso di lasciarlo a me come un messaggio il cui significato non avevo intenzione di decifrare. Aprii le finestre, arieggiai, innaffiai il geranio per ogni evenienza e me ne andai.

Tra un paio di settimane bisognerà trovare nuovi inquilini. L’appartamento deve funzionare. È stato comprato proprio per questo. È passato un altro mese.

La vita si è sistemata in un nuovo ordine, tranquilla e senza scricchiolii. Marco va da sua madre la domenica, torna provato ma tiene duro. Silvana vive da Giulia e, a giudicare dai rari messaggi di Giulia, è riuscita a litigare con Tommaso per la musica ad alto volume, con la vicina per il bidone della spazzatura e con Giulia stessa su come si debba preparare il caffè. Giulia tiene duro, ma in ogni suo messaggio si percepisce una pressione crescente, come in un bollitore che non fischia ancora ma ha già l’acqua che ribolle.

Matteo non ha chiamato né me né Marco. Si è offeso, a quanto pare sul serio. O per meglio dire, ha deciso che il silenzio è una presa di posizione, e se tace abbastanza a lungo tutti capiranno quanto sia deluso. Gli iPhone per i suoi figli sono arrivati per posta, e Chiara mi ha scritto un breve messaggio: “Grazie per essere persone normali, Francesca.

Tieni duro. ” Ho risposto con un’emoticon e ho pensato che Chiara fosse forse l’unica persona nella famiglia di Marco a vedere la situazione esattamente per quello che è. A dicembre, prima di Natale, Marco chiese: “La mamma vuole che andiamo da Giulia per Natale. Tutti insieme.

Invita Elisa. ” Marco esitò. “Ha detto ‘venite tutti’. ” “Tutti?

Chi significa? Ha fatto il nome di Elisa? ” Marco non rispose, e quella risposta era sufficiente. “Allora no”, dissi.

“Io ed Elisa andremo dai miei genitori per Natale. Tu puoi andare da mamma se vuoi. ” “Non mi dispiacerebbe. Voglio passare il Natale con te ed Elisa.

” “Allora andiamo dai miei. ” Marco annuì, e in quel cenno c’era così tanto sollievo, stanchezza e una triste determinazione che mi avvicinai e lo abbracciai. Perché a volte le persone hanno bisogno di essere abbracciate, e non c’è bisogno di aspettare un’occasione per farlo. Trascorremmo il Natale dai miei genitori, dall’altra parte di Genova, con l’albero, il tacchino, i regali e lo zio Paolo che ogni anno si ubriaca di grappa e si addormenta in poltrona verso le nove di sera.

Elisa ricevette un set di pennarelli enorme, settantadue colori, ed era felice come solo i bambini di cinque anni sanno essere quando ricevono proprio ciò che hanno sognato. Disegnava cavalli con tutti i settantadue colori. Mia madre disse: “Cavolo, Francesca, ti sta crescendo un’artista”. Papà disse: “O una veterinaria”.

Ed Elisa disse: “Io sarò un cavallo”, e tutti risero. Marco era seduto lì vicino e rideva anche lui, con il telefono in tasca, lo schermo rivolto verso il basso. Sapevo che Silvana gli aveva scritto, perché quella mattina aveva controllato i messaggi e poi aveva messo via il telefono con quell’espressione che si ha quando si mette via una cosa che non si vuole vedere, ma che è impossibile buttare via. A gennaio ho trovato nuovi inquilini per via Pré.

Una giovane coppia, entrambi lavorano in banca, ordinati, tranquilli, pagano puntualmente. L’appartamento ha ricominciato a fruttare e il mutuo viene pagato secondo il piano. Ho arieggiato, dipinto la parete dell’ingresso dove era rimasta una macchia dal gancio di Silvana, cambiato la serratura e consegnato le chiavi ai nuovi inquilini. Il geranio nel frattempo si era ripreso.

Lo innaffiavo ogni volta che passavo e aveva messo due nuove foglie. L’ho lasciato sul davanzale. Ho detto agli inquilini che era un regalo, ma che se non lo volevano potevano metterlo sulle scale. Silvana vive ancora da Giulia.

Matteo ha mandato i soldi per il primo mese di affitto di un appartamento qualsiasi, ma Silvana ha trovato dodici difetti e si è rifiutata di trasferirsi. Giulia mi ha mandato un messaggio vocale di quattro minuti in cui descriveva senza sosta come Silvana criticasse le sue pulizie, la sua cucina, il modo in cui educava Tommaso, e come Tommaso avesse iniziato a chiudere a chiave la porta della sua stanza, cosa che prima non faceva. Ho ascoltato il messaggio fino alla fine e ho risposto: “Tieni duro”. Che altro si può dire?

Marco continua ad andare da sua madre la domenica. Silvana non si è mai scusata, e sono certa che non lo farà. La sera chiama Marco e gli racconta delle sue sofferenze, e Marco la ascolta. Poi viene in cucina da me, si siede accanto a me e beviamo un caffè, e parliamo di qualcos’altro.

Del lavoro, dei programmi per l’estate, del fatto che a settembre Elisa andrà a scuola e bisognerà comprarle uno zaino. Ieri Elisa ha disegnato un cavallo con un pennarello viola e ha scritto in basso, con lettere maiuscole storte: “Per papà”. Marco ha appeso il disegno sul frigo accanto agli altri sei e ha detto: “Grazie, principessa”. Ed Elisa ha detto: “Devi incorniciarlo, perché è arte”.

E Marco ha detto: “Certo, in una cornice. Domani compro una cornice”. Ed erano entrambi assolutamente seri. Io ero seduta al computer a tradurre l’ennesimo contratto e li ascoltavo.

Il rubinetto della cucina continuava a gocciolare, e Marco continuava a promettere di ripararlo, e io mi ero quasi abituata a quel suono. Regolare, silenzioso, goccia dopo goccia, come un orologio che non segna il tempo, ma qualcos’altro a cui non ho ancora trovato un nome.